Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

«“Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987)

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985
di Maria Grazia Calandrone

Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.

Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano. Continua a leggere

Facevamo servizio pubblico

di Gianni Montieri

Fu strano per un ragazzo di ventiquattro anni arrivare dalla provincia di Napoli a Milano. Arrivarci in gennaio con la nebbia, il freddo e tutti gli stereotipi piazzati lì davanti agli occhi e ai giacconi mai abbastanza pesanti. Era il 1996. L’anno, per me, delle prime sciarpe, la prima volta dei guanti. Arrivai il sabato e il lunedì si cominciava, in Comune. Un ente gigante e gigantesco, ventimila dipendenti, allora. Oscillavo tra paura del nuovo, contentezza per averla scampata e voglia di dimostrare che noi del Sud lavoravamo e che non era vero ciò che si diceva. Ma poi realmente cosa si diceva? A dirla tutta non l’ho mai saputo. I primi mesi furono strani: uffici e archivi troppo grandi e sporchi, computer che non arrivavano, colleghi che non ti parlavano. La confidenza da non dare a uno col contratto al termine e, per giunta, terrone. ‘Na munnezza. Una cosa mi piacque da quasi subito: i colleghi più anziani. Quelli che del lavoro in Comune, del “servizio per il pubblico”, ne avevano fatto una ragione di vita. Una morale. Arrivavano con le scartoffie in mano, con la loro pratica da farti inserire nel database, e dicevano frasi così: Ragazzo, ricorda che noi dobbiamo delle risposte alle persone, e quelle risposte gliele dobbiamo, che i computer ci siano o no, che le fotocopiatrici funzionino o meno. Quello che mi ha insegnato tutto si chiama Antonio Continua a leggere

la poesia di gianni montieri

di Antonio Sparzani

sono stato l’altra sera al circolo Cerizza, via Meucci 2, a Milano, ad ascoltare, come tutti i mercoledì, una lettura di poesia. Stavolta era Gianni Montieri che leggeva sue composizioni vecchie e nuove, per cui ci sono andato con buone aspettative e con piacere, dato che, oltre a conoscere il personaggio, l’avevo già ascoltato una volta precedente (vedi qui ) e già mi era molto piaciuto.
Gianni mescola nella sua poesia le cose che sono già mescolate nella vita, così che la lirica della vita quotidiana sta assieme alla poesia cosiddetta civile: aggettivo un po’ infelice perché potrebbe far pensare che l’altra poesia sia incivile, mentre invece allude a un’attenzione particolare agli avvenimenti che ci stanno intorno, in questa società nella quale siamo volenti o nolenti immersi ogni giorno. È una di queste poesie che mi ha colpito particolarmente l’altra sera, una breve, dedicata a Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, i sette operai morti nel tragico incidente avvenuto nello stabilimento di Torino dell’acciaieria ThyssenKrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 ‒ incidente sul quale peraltro si è finalmente espressa la seconda corte d’assise di Torino da poco più di un mese. Eccovela:

AVREI VOLUTO

Io poi
avrei voluto scrivere qualcosa
sui ragazzi di Torino
saper descrivere le facce

essere dentro le parole
fra i rumori delle macchine: Continua a leggere