Ogni gioia


Il regno dei cieli subisce violenza, e i violenti se ne impadroniscono: è uno dei passi più enigmatici dei quattro Vangeli. In realtà si spiega bene. Gesù dice che per seguirlo bisogna rinnegare se stessi e prendere la croce. Ecco dove sta la violenza: nel crocifiggere i propri desideri, l’amore di sé. È il preludio della risurrezione, dice il Cristo alla Bossis, vale a dire di ogni gioia.

Abbandono

La forza di Dio è la gioia. È qualcosa che il mondo sperimenta raramente. Per questo bisogna affidarsi, compiere il gesto di lasciarsi andare. L’errore è voler fare da soli, la pretesa testarda dell’autosufficienza. Ma la gioia sta dalla parte opposta, nell’abbandono fiducioso.

Cantare

Cantare andando al sacrificio: così ha fatto Gesù. Uscendo dalla cena, aveva intonato il grande hallel: “il suo amore è per sempre” . È la gioia di Dio la nostra forza, e non dobbiamo temere di attingervi più che possiamo, non preoccupandoci mai di chiedere troppo. Dio non si lascia superare in generosità, diceva sempre don Mario. E quanto aveva ragione.

Piacere e gioia

La gioia viene da Gesù. Il piacere mondano diminuisce l’uomo, la gioia autentica ne aumenta lo zelo, che è il vero segreto della vita. Bisogna chiedere a Dio di dimorare in noi, di essere l’anima delle nostre azioni, di farsi sentire abitualmente: il modo è porre il nome di Gesù davanti a noi, e metterci in cammino.

Gioia

Gesù vuole la gioia, come tutti quelli che amano. Non è possibile desiderare altro, per chi amiamo. Per questo è necessario sentirla, coltivarla. Un modo semplice è fare le cose per Gesù: ciò gli dà gioia e, di conseguenza, la trasmette a noi. La vita è più semplice di quanto si creda. Ma bisogna farne l’esperienza.

Il mantello

Gesù può darci Tutto, ma la gioia ha senso se riconosciamo che è un regalo, se lo amiamo di più, se capiamo che Lui “non è mai alla fine dei suoi doni”, come dice alla Bossis. Non potremo immaginare, sulla terra, quale sia la grandezza del suo amore; lo vedremo di là. Qui possiamo nasconderci nel mantello delle sue virtù, finché il Padre, in noi, non vedrà che Lui.

Penitenza e gioia


Penitenza è una parola che crea sospetto, di cui si diffida. Eppure, per Gesù, è legata alla gioia, perché ripara, perché è amore. L’amor proprio allontana da Dio, attacca a se stessi; la penitenza è leggerezza, dimenticarsi di sé, e aprirsi finalmente all’infinito. Dio è sempre nuovo, perché è infinito; e per l’infinito anche noi siamo creati.

Geni della gioia


Vi ho detto tutte queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Così dice Gesù al termine di uno dei suoi lunghi discorsi riportati nel Vangelo di Giovanni. Significa che il centro del messaggio è questo, e che senza gioia si perde di vista pure Dio. Allora il nostro compito, come insegna Cristo alla Bossis, è essere “geni della gioia”, portatori sani di un virus benedetto.

Magnificat


Dio ha gioia di noi. Molta di più di quanto noi ne abbiamo per Lui. La fede è mettersi in cammino per unire questi due sentimenti, per rialzarsi da ogni forma di accidia, in cui ci induce la natura. Il male fa sì che la gioia sia rimossa dalla nostra coscienza; la chiamata di Cristo la rimette in gioco, a ogni nostro risveglio: il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore.

Dopo


Gesù risuscita per noi, perché possiamo credere nella Risurrezione. Perché non contiamo su noi stessi, ma su Lui; perché viva al posto nostro; perché, svuotandoci di noi, ci riempia di Vita. Le sue piaghe diventano luce per insegnarci che, dopo il dolore, c’è la gioia.

La Donna


Sto al Santuario del Divino Amore, la casa di Maria, la Donna per antonomasia. È Colei che ha accettato di vivere la gioia e il dolore, insegnando qualcosa di valido per tutti: certamente per quest’epoca anestetica, che cerca di non soffrire e non gioisce, sospesa sul nulla di sensazioni insulse, costretta a una narcosi generale. Emette, ogni tanto, un gridolino per un goal, un dittatore che l’ha fatta grossa, una rissa in TV, una strage inventata per noia o disperazione.

Ma anche


Sia fatta la tua volontà: quante volte ha risuonato cupamente questa invocazione. Come se il Cristo fosse solo un messaggero di disgrazie, un monotono procacciatore di dolori. Nessuno nega che la fede cristiana sia un cammino in salita, una porta stretta che richiede impegno per essere varcata. Sono note le figure di santi che, seguendo il Crocifisso, hanno accolto ogni sorta di prove. Ma Gesù, nello stesso tempo, è un dispensatore generoso di gioie, e ama che noi lo ringraziamo: forse perché impariamo a drizzare le antenne, a non notare solo ciò che fa soffrire, ma anche ogni anticipo di vita eterna.

Integratori


In genere fuggiamo dal dolore: per noi è un’anomalia, una falla nel sistema, qualcosa da cui liberarsi al più presto, se possibile. Gesù – la sua natura umana – non amava la sofferenza, ma la soprannatura la integrava, ne faceva uno strumento potente. Con la sofferenza ci associamo al Progetto di Dio, otteniamo grazie. A Gabrielle Bossis, Gesù raccomanda di attingere al ricco deposito del dolore da Lui sperimentato: nell’infanzia, nell’adolescenza, da adulto. E le ricorda che, in questo esercizio difficile e prezioso, si scopre la gioia soprannaturale, che nessuno potrà togliere.

La direzione del cammino


Ci accorgiamo delle persone quando soffrono, o quando soffriamo. Le lacrime attirano l’attenzione in modo irresistibile: forse per questo i poeti sono tristi e i grandi cantanti sfondano con la malinconia o con altri struggenti stati d’animo. Il dolore e la morte costringono al silenzio, al rispetto, all’ascolto. Chissà perché, la felicità è volatile, passa inosservata, favorisce trascuratezza e distrazione. Eppure il cuore, ci dice il Vangelo, è fatto per la gioia. Ecco che emerge chiaramente, mettendosi sulla lunghezza d’onda del Cristo, la direzione del cammino.