Per Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino

Gualberto Alvino-Luca Serianni-Salvatore C. Sgroi-Pietro TrifonePer Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino, con 35 lettere inedite al curatore, Roma, Fermenti, 2017.

di Anna Maria Milone

Il volume delinea un’immagine a tutto tondo di Giovanni Nencioni, storico della lingua, tra i maggiori glottologi e lessicografi non solo italiani. I quattro studiosi — Alvino, Serianni, Sgroi e Trifone — offrono al lettore il loro personale ricordo di Nencioni tratteggiando una figura di elevato spessore umano e culturale. Ci troviamo a leggere una raccolta di testimonianze che tende a livellare il gradino di conoscenza tra il Nencioni rivelato — ovvero quello letto e studiato, conosciuto attraverso la letteratura e l’attività scientifica (Trifone e Sgroi) — e il Nencioni privato, il signore che non rallenta l’incedere sotto il peso degli anni (Serianni), l’amico intellettualmente affine (Alvino). Salvatore C. Sgroi tenta una raccolta di definizioni e citazioni volta a restituire uno sguardo completo sulla vastità di interessi e contributi che il linguista-filologo ci lascia. Le riflessioni sull’oggetto della linguistica, sulla lingua e sulla sua funzione sociale, l’idea di comunità educante, non rimangono soltanto mirabili pagine di letteratura, ma offrono uno strumento di osservazione a chiunque si accosti alla magmatica materia comunicativa, si tratti di studiosi, di semplici curiosi o di docenti.

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Come per una congiura. Il carteggio Contini-Sinigaglia curato da Gualberto Alvino

Carteggio Contini-Sinigaglia
Dall’Introduzione di Gualberto Alvino

La corrispondenza tra Gianfranco Contini e Sandro Sinigaglia — iniziata nel 1944 e protrattasi quasi ininterrottamente fino al 1989, a pochi mesi dalla scomparsa d’entrambi — costituisce una vistosa eccezione nel folto epistolario del Domese, scaturendo non già, come negli altri casi, da ragioni d’ordine letterario o professionale, ma da un’attrazione indomabile, un’amicizia virile durata mezzo secolo senza l’ombra d’un attrito e scoccata da un «gesto» altrettanto istintivo che disinteressato compiuto all’insegna del pericolo e dell’avventura in uno dei frangenti più dolorosi della nostra storia nazionale. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.4

Gualberto Alvino, L'apparato animaleGualberto Alvino, Scritti diversi e dispersiGualberto Alvino, L’apparato animale, introduzione di Giovanni Fontana, Torino, Robin, 2015; Gualberto Alvino, Scritti diversi e dispersi (2000-2014), prefazione di Mario Lunetta, Roma, Fermenti, 2015

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di Giuseppe Panella

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Scrive Giovanni Fontana nella sua lunga introduzione al libro di Gualberto Alvino (e il titolo del suo testo critico la dice lunga sul taglio dell’intervento dello scrittore di Frosinone):

«Il suo testo si torce in un’orgia di materia grondante di umori. Talvolta Gualberto Alvino svolta repentino. Fugge per la tangente. Poi torna grondante per apparire di fronte e di profilo a un tempo. Per scomporre l’immagine di sé in vortici. E analizzarne gli elementi. Radici. Ecco che propone allora accumulazioni drammatiche e fluttuazioni incongrue. Una Humanitas fatta di parti anatomiche. Per esempio. E’ un duro atlante di anatomia che si esplica nell’elenco spietato delle membra rivelandone la fragilità come su un tavolo di analisi. Tarsie di cose morte. […] E’ qui che Alvino (si) scrive il corpo in latino. L’elenco articolato nel linguaggio dotto degli antichi. Rotto in sequenza dalla scansione libresca e didattica che ricostruisce sulla pagina i segreti di quel corpo»(1).

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Le prefazioni disperse di Giovanni Nencioni

Giovanni Nencioni, Prefazioni disperse, a cura di Luciana Salibra, Firenze, Accademia della Crusca, 2011, pp. xxxvi-298.

Nato l’11 settembre 1911 a Firenze, dove si spense il 3 maggio 2008, Giovanni Nencioni è stato uno dei maggiori teorici della linguistica greca, latina e italiana, nonché il più amato presidente dell’Accademia della Crusca (da lui amministrata con passione e rara perizia nell’arco d’un trentennio: 1972-2000), che ora ne celebra degnamente il centenario della nascita con un volume a cura di Luciana Salibra contenente le prefazioni autoriali e allografe (scil. d’opere altrui, specie di giovani autori) prodotte dal grande linguista in più di mezzo secolo d’attività scientifica e professionale (1944-2002), la maggior parte delle quali — nota la curatrice — «erano reperibili solo nella collocazione primitiva, di prefazione appunto, e dunque in stato di frammentazione e per così dire di ‘penombra’» (p. iv): materiali, quindi, quasi-inediti e perciò d’estremo interesse storico e documentario. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.42: Le parole del tempo e la letteratura. Gualberto Alvino. “La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino”

Le parole del tempo e la letteratura. Gualberto Alvino. La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, con una prefazione di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo, 2012

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di Giuseppe Panella*

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La poesia e la letteratura è composta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e gli stati d’animo. Ma, a parte l’aspetto affettivo e dei sentimenti espressi in ragione di essi, è intrinsecamente costituita di parole. Nell’analisi della scrittura letteraria non si può fare a meno di soffermarsi su di esse, sulla loro natura, sulla loro vita, sulla loro origine, sulla loro specificità. Di conseguenza, i poeti e gli scrittori possono usarle attingendole al parlato quotidiano, all’usuale composto utilizzato per comunicare ogni giorno con gli altri in tutte le situazioni concrete del vivere associato oppure attingere al grande patrimonio lessicale della tradizione culturale cui tutti partecipiamo ma di cui molto spesso ci dimentichiamo invece di usarlo. Gualberto Alvino ha deciso di dedicare la sua operosità erudita e la sua sapienza di studioso alla ricerca delle occorrenze linguistiche presente nelle opere di tre grandi autori meridionali (tutti siciliani, per l’esattezza) e di verificarne la puntualità, l’invenzione e, come dice il titolo della sua raccolta di saggi, la “verticalità”. Ma Alvino non solo ha portato a termine questa sua ricerca nella modalità sua propria di filologo (e cioè di “lettore lento” – come scrive Nietzsche nella sua Prefazione a La nascita della tragedia) ma l’ha anche arricchita con un saggio, un Dialogo tra lo Scettico e il Fautore, in cui giustifica more teoretico l’assunto della sua prospettiva di studi.

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Gualberto Alvino, “La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino”

Gualberto Alvino, La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, prefazione di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo Editore-University Press, 2012, pp. 174, € 16,80.

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di Antonino Contiliano

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Non sempre appaga lettori e critici leggere opere letterarie insolite, che sconvolgono i canali della scrittura consolidata e quelli dell’attigua comunicazione narrativa e critica orizzontale (lineare), in quanto – come scrive l’autore nella Premessa – sono irregolari e con, nel bagaglio, una variegata e complessa struttura linguistico-stilistica. Se poi l’urto avviene con la lingua liscia, semplificante e accuratamente deprivata di pieghe e “invenzione” – che la parola letteraria invece cerca, inseguendo la materia con opzioni formali tutt’altro che scontate e di facile accesso –, allora certa prosa letteraria e la parola verticale che le dà vita – geometria stilinguistica non lineare –, come scrive lo stesso Alvino, «fa saltare le sinapsi» (p. 90) e ne richiede di nuove. Qui i contenuti hanno la sostanza che la forma dell’autore ha costruito e coagulato in quel testo sicuramente particolare e non disponibile per un soggetto che non si muova con sensibilità, intelligenza e apertura all’ascolto e alla com-prensione dell’intera costruzione letterario-poetica, la quale si presenta e s’impone con un’architettura nuova e originale. Se non si sta in questo “fra”, nessuna spiegazione plausibile, o comprensione ragionata (non necessariamente seguita da un accordo) e interpretazione contestuale e attualizzante troverebbe passaggi di penetrazione praticabili (pur conflittuali) per la ricerca del senso.

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Gualberto Alvino. *La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino*, Loffredo Editore 2012

Prefazione di Pietro Trifone:

Prima di copertina

Sembra che nell’orizzonte della scrittura contemporanea non possa più trovare un posto di rilievo il tradizionale lavorio della forma, la ricerca dell’espressione nobile e ornata. Messa in crisi dalla lingua di plastica e dallo stile semplice, dalle frasi fatte e dall’insolenza gratuita, dagli sms, dai tweet e dai post, la parola inusitata e difficile — la parola verticale, maestosa e impervia come una parete dolomitica — viene ormai considerata quasi alla stregua di un presuntuoso rompiscatole da tenere a debita distanza. Sorte non dissimile è toccata alla callida iunctura dei nostri cari e ormai polverosi manuali di retorica, la combinazione di parole insieme raffinata, estrosa e pregnante. Continua a leggere

Letteratura come lavoro

di Gualberto Alvino


Mario Lunetta, Depistaggi. Fra critica e teoria, Roma, Onyx Editrice, 2010, pp. 190, € 16.


Indigna che un umanista del calibro di Mario Lunetta — maestro di più generazioni, ininterrottamente attivo da quasi mezzo secolo quale poeta, narratore e drammaturgo d’avanguardia, polemista passionario e implacabile, antologista contre-courant, saggista umoroso e poliedrico, performer, critico d’arte, letterario e della cultura, tradotto in varie lingue europee e americane, titolare d’una bibliografia altrettanto sterminata che di primissimo ordine — non sia ferocemente conteso, come accade a pletore d’ipervalutati mediocri destinati a squagliarsi nel Lete della Storia, dai titani della nostra editoria. Spetta dunque a un piccolo marchio, il benemerito Onyx di Franco Michetti, il vanto d’aggiudicarsi l’ultimo goloso lemma del multanime romano, stavolta in veste di critico e teorico, al solito agguerritissimo e senza rivali quanto a contezza della più viva attualità in tutti i distretti del territorio lato sensu estetico e comunicazionale: una silloge di studî, articoli e recensioni selezionati (con tale compatta organicità da parer non solo or ora concepiti ma stesi in un fiato) tra i numerosi apparsi dalla metà degli Ottanta ad oggi sui periodici «Almanacco Odradek», «Hortus Musicus», «Fermenti» e «Le reti di Dedalus», la rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori, di cui il Nostro è stato per più mandati operoso e apprezzato presidente. Continua a leggere

Dommitiana road

[Gualberto Alvino, Dommitiana road,  “Alfabeta2”, dicembre 2010, n. 5, p. 10]

we are not dogs no house no nenti here

vivi mali cca no so no capisi talian beni

fa barbere macela agneli big trouble ici

problema lavori tanta problems

racoli arangi venti iuro

maximum twentyfive iurnata pochisima

no poso parli entre nous sinò cacci

sometimes we sing chianechiane

 

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Parole canaglia

di Gualberto Alvino

Pietro Trifone, Storia linguistica dell’Italia disunita, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 205, € 16

Rovesciando argutamente, ma senza alcuna irriverenza, l’insigne titolo di Tullio De Mauro Storia linguistica dell’Italia unita («opera magistrale — si precisa nella Premessa —, cui spetta il merito di aver messo per la prima volta in relazione sistematica gli sviluppi della lingua con le più ampie dinamiche sociali del paese»), il grammatico Pietro Trifone — uno dei più attenti osservatori, dalla specola linguistica, della realtà socio-culturale del nostro paese — celebra da par suo il 150° della disunità nazionale con un saggio non meno brioso che istruttivo sul lessico della faziosità, del settarismo, dell’intolleranza e della litigiosità degli italiani, «bastian contrari di professione, sempre pronti ad aprire nuovi fronti di battaglia». Continua a leggere

Vizionario

«Telecom perde mezzo punto», «Fiat ricorre al giudice», «Il presidente di Confcommercio si confessa», «PFM parte in tour», «Settimana prossima, al più tardi mese prossimo mi sposo». L’articolo deve aver offeso qualcuno, sì, dev’essere accaduto proprio questo, perché da qualche anno è vilipeso, evitato, abolito. Nessuno osa ancora, ma tempo pochi mesi tutti diranno «Rai rinuncia ai reality show», «Università di Roma esplode», «Commissione Giustizia a scuola di giurisprudenza», «Beatles saranno commemorati in giugno», «Incrocio prossimo giri a sinistra».

«Gino è uno di quelli che ama lo sport», «Non sono uno che giudico senza sapere». Ormai si parla e si scrive così: in televisione, nei giornali, sulla metro, al mercato; lo fa il droghiere, l’avvocato, l’editorialista, la portinaia, il professore, il giudice, il chirurgo plastico, il cuoco, i presidenti emeriti della repubblica. Fuorché i linguisti “usaioli”; ma non datevi pena: presto o tardi si adegueranno: sono persuasi che il loro mestiere consista nel registrare pedissequamente l’uso, non già nell’orientare, per amor di Dio. Si accoderanno i lessicografi, si accoderanno i grammatici, potete giurarci, pur continuando a pensare «Uno di quelli che amano», «Non sono uno che giudica». Perché c’è un limite alla vergogna, non per altro. Continua a leggere

Fermenti

“FERMENTI”
PERIODICO A CARATTERE CULTURALE, INFORMATIVO, D’ATTUALITÀ E COSTUME
n. 236, anno XL, (2011)
e-mail: ferm99@iol.it – sito: http://www.fermenti-editrice.it

Fermenti

L'ultimo numero della rivista "Fermenti"

Sommario

SAGGISTICA
5 “Frequentare la letteratura” (su Giuliano Manacorda, 1919-2010)
di Antonella Calzolari
9 Testimonianza per uno storiografo del Novecento
di Francesco De Nicola
11 I luoghi e gli incontri
di Rodolfo Di Biasio
16 Poesia-valore e Poesia-mercato
di Donato Di Stasi
su Alda Merini
28 Soprascritte
di Marcello Carlino
34 Il libro e la lettura – un inedito di Giorgio Manganelli
a cura di Gualberto Alvino
37 Panorama mimetico
di Francesca Fiorletta
40 Giovanni Fontana e gli attriti dei linguaggi
Massimiliano Borelli
con testi poetici di Giovanni Fontana Continua a leggere

Confutationes (II)

L. Baldacci

Luigi Baldacci

Questo mi separava dal mio amico Luigi Baldacci: l’idea che la narrativa viva di stati tiepidi: «a volte i narratori dovrebbero essere più ‘crociani’: pensare cioè che il mondo di uno scrittore è una cosa che c’è, sì, ma che non si vede da vicino. Essi credono invece alla teoria del “tutto è in tutto”, e che uno scrittore vero debba sempre esser riconosciuto dall’unghia: la pagina, il rigo, la parola» (L. Baldacci, Ricette per il romanzo, in Id., Libretti e altri saggi, Firenze, Vallecchi, 1974, p. 15).

«La parola? Di più: la sillaba — replicavo con un sorriso di sfida —, il fonema, la virgola! Non ho bisogno che la narrativa simuli la vita e riproduca la realtà. Io esigo costruzione, sintassi, musica. Artificio».

Prove generali di «Horcynus»

Il Licantropo

Valente darrighista (ricordiamo almeno Il folle volo. Lettura di Horcynus Orca, Roma, Ponte Sisto, 2005), Siriana Sgavicchia raduna in un’elegante plaquette a tiratura numerata (Stefano D’Arrigo, Il licantropo e altre prose inedite, Pistoia, Via del vento Edizioni, 2010) quattro prose mai edite in volume (due scene tratte da un’«operetta in un atto», un racconto in forma di lettera, una novella e un frammento diaristico finora sparsi in quotidiani e riviste) risalenti agli anni formativi dello scrittore siciliano (1942-1948), offrendo così un “ritratto dell’artista da giovane” che consente finalmente — parola della studiosa — «non solo di arricchire di spunti l’interpretazione dell’opera maggiore alla luce di nuovi reperti, ma anche di apprezzare, già a partire dalle primissime prove, in porzioni ridotte ma di gusto molto raffinato, il talento di uno scrittore che merita di far parte del canone del Novecento, non solo italiano, e che pur avendo ottenuto l’apprezzamento di illustri critici e di studiosi, anche stranieri (George Steiner è uno di questi), ha in alcuni casi prodotto resistenze e idiosincrasie». Continua a leggere

Confutationes (I)

«Il critico vive di seconda mano. Egli scrive su qualcosa. La poesia, il romanzo o il dramma bisogna darglieli; la critica esiste in virtù del genio altrui» (George Steiner, Linguaggio e silenzio, Milano, Garzanti, 2001, p. 15).
Assunto delirante, giacché postula l’assurdo d’un’arte priva di utenti, sganciata dagli ormeggi della fruizione e indifferente agli acidi dell’azione ermeneutica. La quale, viceversa, ne rappresenta la necessaria catalisi, il vero atto di nascita, essendo non solo in grado di rivelarne struttura e segrete ragioni, inafferrabili ai più (non di rado allo stesso autore), ma di tramutarli in edificio di pensiero, stile: ossia in un’opera a sua volta autonoma e originale che, no, non sarebbe sorta senza il suo referente, ma neppure questo avrebbe potuto compiutamente costituirsi, posto che la realtà estetica si determina ― esattamente come avviene in fisica subatomica ― nel momento in cui lo sguardo dell’osservatore si dispiega sulla cosa osservata. È indubbio che l’artista scavi nell’uomo e nel mondo, mentre al critico incombe il dovere d’esaminare esiti e procedure d’esso scavo; ma non è forse altrettanto indiscutibile che anche l’operato dell’artista sia parte integrante del mondo e dell’uomo?

Una curiosa somiglianza

Sandro Veronesi, XY, Roma, Fandango 2010:

Sangue. Sulle lenzuola, sul cuscino, dappertutto. Mi hanno ammazzata? Sono entrati mentre dormivo e mi hanno tagliato la gola? Il cuore batte all’impazzata, ho paura: ho paura di scoprire che mi hanno ammazzata. Eppure devo guardare, devo controllare. Sto bene, però, mi sento bene: potrebbe non essere mio, il sangue. E di chi è? Questo mi fa ancora più paura. Mi alzo, fa freddo. Continua a leggere

Pubblico e “privato”

di Lietta Manganelli


Mi accingevo a stendere un bilancio sul coinvolgimento pubblico alle “scommemorazioni” per i venti anni dalla morte di mio padre, Giorgio Manganelli, quando sono rimasta idealmente con la penna a mezz’aria.

Certo le amministrazioni pubbliche hanno fatto qualcosa, non lo nego: il Cantiere Manganelli 2 a Roma, che anche se ridimensionato più volte in corso d’opera per mancanza di fondi, alla fine è risultato coinvolgente e interessante. La Scommemorazione presso l’Università di Pavia, a cura del Centro Manoscritti, con il suo apporto di studiosi manganelliani “storici” e non, ha presentato un panorama che più completo non si poteva, e ha registrato un “tutto esaurito” di pubblico.

Certo si poteva (e si potrebbe) fare ancora molto, se è vero, come si dice, che Manganelli è uno dei maggiori scrittori del Novecento… Ma a questo punto mi sorge spontanea una domanda: perché mai il “pubblico” dovrebbe impegnarsi economicamente per sostenere una iniziativa che al “privato” non interessa assolutamente?

Mi spiego meglio. Continua a leggere

Distassie folgoranti e tarsie. Poesie de desegnio et meglio finitte

Copertina

di Giovanni Fontana



Quando infuria la peste si ammucchiano corpi nei quadrivi. Verranno i carri a caricarli. Con maschere a becco. Del malaugurio. E brancicheranno su carteggio spurio.

Cialtroneggiano insipienti praticanti di rimedi fasulli. Dispensatori balordi di pappe vane. Sterili panacee. Idee balzane. Marchiane.

E sono sempre i migliori che se ne vanno. Dice qualcuno. Quelli che sanno. Come il gran Zorzo. Cui mirava Isabella di Mantova. Celeste. Luminosa marchesa D’Este. Che aspirava a «una pictura de una nocte molto bella et singulare». E Zorzo ne fece. Per Thadeo Contarini. Una. «De miglior desegnio et meglio finitta». Un’altra. Per tal Becharo. Victorio. Cui caro era il lavoro. Per notizia rara. Ora. E ignota dimora. Entrambe le notti indisponibili. Continua a leggere

Dino Campana: tradotto in italiano il saggio della tedesca Monika Antes

È stato finalmente tradotto in italiano Tra sogno e realtà, il saggio di Monika Antes su Dino Campana uscito in Germania nel 2006 col titolo Zwischen Traum und Wirklichkeit. Leben und Werk Dino Campanas die Canti Orfici. Continua a leggere