Il Capitano Mario (IX)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII)

LE BATTAGLIE CRUCIALI

Alla battaglia dell’Amba Aradam ne seguirono altre, mentre le nostre truppe avanzavano verso nuove conquiste.

Io seguivo ansiosa ogni spostamento sulla carta geografica, nel ricordo della mia attenzione infantile per una grande carta della guerra del 15-18 inchiodata ad una grande porta di legno sulla quale mio zio spostava ogni giorno, all’arrivo dei giornali, delle bandierine tricolori di carta infilate su uno spillo, e questo a me pareva allora un gioco.

Ma la guerra non è un gioco, eppure le guerre – sempre insensate – si combattono ancora in questo nostro povero mondo: “atomo opaco del male”, (come lo chiamò il Pascoli) sperduto nell’immenso universo, eppure creato dall’amore di Dio.
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Il Capitano Mario (VIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII)

LA GUERRA IN A.O.I.

Il sottotenente Mario Pezzini: 6o Alpini, divisione Pusteria, ai primi di gennaio del ’36 arrivò a Massaua, dove incontrò il primo disagio nella temperatura – che superava i 40 gradi – dopo aver fatto la traversata in cuccetta perché non stava bene. Aveva tosse e febbre. Per fortuna fu subito trasferito sull’altipiano dell’Asmara, sui mille metri d’altezza: si potè coricare forse su un pagliericcio, o comunque per terra, dormì per 10 ore e si svegliò perfettamente guarito. La montagna evidentemente può giovare più del mare.

Il capitano Loffredo, che era un gran brav’uomo ma – secondo me – anche un po’ fanatico, forse anche troppo presto volle sottoporre i suoi alpini a quello che era chiamato il battesimo del fuoco. Allora non c’era la censura e dalle lettere che ricevevo – sempre angosciosamente attese – trasparivano, oltre alle impressioni provate, anche tutti gli avvenimenti generalmente vissuti laggiù.

Alla nostra generazione, che è stata la più tormentata di questo secolo, è stato concesso tuttavia di ricordare, oltre alle prove più dure, anche l’ingenuo entusiasmo dei giovani di allora (che fu solo di allora, e non più) per gli avvenimenti della guerra dell’AOI (Africa Orientale Italiana) oltre alla fierezza di avervi partecipato. Ingenuità che oggi può stupire, ma non più di quanto non stupiscano ai nostri giorni la passione per i cantanti preferiti o il tifo sportivo.

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Il Capitano Mario (VI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V)

VITA NUOVA

Eravamo sposi

II giorno seguente arrivammo senza indugio a Trento per raggiungere il battaglione e scendemmo ad un albergo che sorgeva davanti alla stazione, dove erano alloggiati gli ufficiali in partenza, non per la Tripolitania (come avevo ben capito subito: pietosa bugia, del resto insostenibile), ma per l’Africa Orientale: zona di guerra.

La partenza era fissata per il 2 gennaio: avevamo perciò quasi una settimana per la così detta luna di miele. Ma non ci fu in quei pochi giorni nemmeno il tempo di stare un po’ tra noi se non brevemente a tavola e al momento di ritirarci la sera in camera. Gli ufficiali stavano tutto il giorno in caserma, impegnati a radunare gli alpini e a completare gli ultimi – molto laboriosi – preparativi per la guerra.
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Il Capitano Mario (V)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV)

NOZZE: COME AVVENTURA

Era il 3 ottobre 1935

Attendevamo, numerosissimi, nella piazza principale di Cantù il discorso del Duce, diffuso dagli altoparlanti. Uno di quei discorsi, bellissimi, che mi erano sempre piaciuti. Nessuno parlava, né forse parlerà, come lui che ipnotizzava le folle.

Quel giorno proclamò la dichiarazione di guerra all’Abissinia.

Sentii di odiarlo.

Ed era la prima volta che provavo un sentimento di odio contro qualcuno. Improvvisamente: odio e delusione. Ero violenta nel mio sentire: tutto sommato comunque non ero ancora antifascista: anzi ero sempre entusiasta per le imprese eroiche e anche per il fascismo. Come eravamo giovani; come eravamo inesperti! Ma non avrei mai potuto credere che un dittatore potesse assumersi la responsabilità di gettare un popolo in una guerra, di far morire anche un solo uomo. E unicamente per soddisfare la propria ambizione. Non era un sanguinario: lo diventò perché lo volle: lui solo. Non ci fu un applauso, non una musica. Tutti se ne andarono, in silenzio. Erano gente seria.

Mario era a Vipiteno.

Aveva assolto agli obblighi del servizio militare, aveva il congedo firmato e stava per rientrare a Pavia, per laurearsi.

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