La sfida temeraria del papa – di Sandro Medici

Da: il manifesto

Congregazioni, confraternite, compagnie, ordini l’infinita e fantasiosa galassia in cui è compartimentata la chiesa cattolica avranno ieri sobbalzato e sussultato alle parole di papa Francesco. «I conventi vuoti non servono ad aprire alberghi e fare soldi – ha spiegato con quel suo mezzo sorriso sempre più eversivo – sono per la carne di Cristo, sono per i rifugiati». E ad ascoltarlo c’erano proprio loro: profughi, fuggitivi, sradicati, rifugiati appunto. Un’indicazione banalmente evangelica, quella di accogliere i povericristi di varia provenienza. Ma che, se contestualizzata all’attuale sistema finanziario vaticano e localizzata nella città dove le proprietà immobiliari cattoliche sono straripanti, risuona come un’affermazione temeraria. E’ un netto ribaltamento della strategia furiosamente commerciale con cui è stato gestito il patrimonio della chiesa. Continua a leggere

Se non ora, mai più – di Marco Rovelli

Da: il manifesto

È giunto il momento di creare un nuovo soggetto politico, reticolare e libertario, che riparta dai movimenti e metta al centro dell’azione i beni comuni e i diritti
Da mesi mi chiedo come sia possibile che nessuno, in questo frangente, prenda l’iniziativa per ricostruire una sinistra che non c’è. Nelle ultime due settimane ho letto con piacere una serie di interventi che sembrano preannunciare la ripresa di un’iniziativa. Ma adesso occorre agire. Che cosa stiamo aspettando? Siamo in una crisi radicale, senza più alcuna rappresentanza, con milioni di persone che non si riconoscono più in nulla e in nessuno, che hanno fame di una prospettiva altra da quella che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi e sottopelle. E invece stiamo qui a baloccarci con le armi sterili della critica senza passare, non dico alla critica delle armi letteralmente intese, ma a quella forza materiale che sola può abbattere la forza materiale. Lo scorso anno ero stato coinvolto nell’esperienza di Cambiare si può , e avevo raccolto l’appello con entusiasmo, vedendolo come un’opportunità per ridar vita dalle fondamenta a un aggregato di forze e movimenti in forme inedite e all’altezza delle sfide presenti. Continua a leggere

L’ottavo pilastro della saggezza – di Alberto Asor Rosa

da: il manifesto
14.06.2013

 Non c’era un piano (così almeno presumo). Ma da un certo momento in poi il piano ha preso corpo: quando i soggetti interlocutori (ovvero, sia pure moderatamente e modestamente, distinti e contrari) sono così deboli e/o rinunciatari, è facile – diviene cammin facendo sempre più facile, – costruire un piano alternativo alle loro (peraltro estremamente confuse) intenzioni. E da quel momento, – e cioè dal momento in cui è diventata chiaramente visibile la confusione in cui i vari proponenti versavano, – il piano è stato applicato con sempre più lucida consapevolezza e con una davvero superiore capacità di controllo della crisi. La gente comune, però, -cioè noi, – ha visto solo la punta dell’iceberg. Chissà se esiste in Italia un valoroso giornalista d’inchiesta, che, oltre ad occuparsi delle malefatte dei consiglieri regionali laziali e della compravendita di voti in Lombardia, sia disposto ad occuparsi di ciò che è accaduto in Italia nelle “alte sfere” della politica, dietro l’apparenza degli scenari visibili, nel corso degli ultimi tre-quattro mesi? Sarebbe il colpo della sua vita (si spera non in senso definitivo).Andiamo per ordine, perché andare per ordine significa fermarsi un momento e dare ordine alle cose.Il primo movimento è consistito nel negare al Pd di Bersani e conseguentemente all’intera alleanza di centro-sinistra, di presentarsi alle Camere con il proprio programma e di chiedervi il voto di fiducia. Non esistevano le condizioni che tale verifica si concludesse positivamente? E allora? Il centro-sinistra aveva la maggioranza assoluta dei voti alla Camera dei deputati e una consistente maggioranza relativa al Senato. Continua a leggere

Caso Ilva, Riva non è l’eccezione – di Guido VIALE (il manifesto)

Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di privatizzazioni guardiamo l’Ilva. Riva ha comprato l’Italsider di Taranto (un «ferrovecchio», secondo lui che lo ha comprato; un gioiello, secondo Prodi che ne ha predisposto la vendita) una ventina di anni fa per una manciata di miliardi (di lire: cioè di milioni di euro). Da allora, ha instaurato in fabbrica un regime dispotico, che gli è valso due condanne per discriminazione (ma ne avrebbe meritate decine), ma che è costato agli operai centinaia di morti sul lavoro.  Ha appestato la città con emissioni, reflui e rifiuti nocivi che hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti. Ha macinato profitti per miliardi di lire, ma poi anche di euro, e ne ha imboscati molti in paradisi fiscali, rimpatriandone una parte esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi. Continua a leggere

Sovvertire il presente – Guido VIALE (il manifesto)

Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni ’80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza.  2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall’abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l’ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L’imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l’«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall’alta finanza sotto «l’incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione. Continua a leggere

La casa comune non vuole il cappello – Guido Viale (Il Manifesto)

“…una revisione radicale dei vincoli di bilancio imposti dal patto di stabilità. Si tratta allora di promuovere in ogni territorio, in ogni città, in ogni quartiere, delle conferenze per mettere a punto progetti e iniziative che nessun governo centrale o regionale sarà mai in grado di definire; ma che è il modo migliore per dare concretezza alla proposta di Luciano Gallino di creare occupazione attraverso un vasto programma di opere pubbliche e di interventi locali.
Un programma ambizioso; ma soprattutto una “casa comune” per chi non intende accettare le scelte dell’establishment. E però, come impedire che della casa comune cerchi di appropriarsi qualcuno con le proprie truppe e le proprie bandiere per portarla ancora una volta a fondo?” Continua a leggere

Una politica euro-mediterranea – di Tonino Perna

Da il manifesto

16/11/2012
Le manifestazioni congiunte nel sud Europa ci insegnano che nessuno si salva da solo. I movimenti che si oppongono al neoliberismo devono affrontare seriamente la «questione mediterranea»
Non tutti i giorni sono uguali, ce ne sono alcuni speciali che vengono ricordati perché hanno segnato il percorso della storia, hanno mutato qualitativamente lo scorrere del tempo. Il 14 novembre è una data spartiacque che, a mio avviso, verrà ricordata come un passaggio di fase, quella che in geometria analitica si chiama “punto di flesso”. Continua a leggere

Un’altra manovra iniqua – di Alfonso Gianni

Da il manifesto

Malgrado le patetiche precisazioni del Ministro Grilli, siamo di fronte a una nuova manovra economica da parte del governo Monti per il valore di ben 11,6 miliardi di euro. Non proprio bruscolini in questi tempi di magra. Naturalmente il tutto viene motivato con la necessità di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Chi voleva la prova dell’assurdità e delle pesanti conseguenze sociali di questa norma introdotta in Costituzione, ora ce la ha di fronte. Continua a leggere

Il ritorno dello Stato nell’economia

Su il manifesto di oggi  Valentino Parlato osserva che “Oggi forse, ma più che forse, sarebbe necessaria la ricostituzione dell’Iri.” L’Iri, è bene ricordarlo, era un ente pubblico economico che controllava un certo numero di aziende partecipate (tra le quali Banco di Roma, Credito Italiano, Banca Commerciale, Italsider, Finmeccanica, Rai, Alitalia, Fincantieri, Autostrade). L’idea mi sembra degna di considerazione avendo ormai provato gli effetti nefasti del “libero mercato”; senza però dimenticare la belva idrovora di denaro pubblico che l’Iri era diventata, negli anni, tanto da scomparire nel 2002.   Continua a leggere

Parla il vicepresidente di Italia Nostra Nicola Caracciolo «Non si può svendere l’identità del paese»

Di GIORGIO SALVETTI
IL MANIFESTO – 10 agosto 2012

«È tempo di tornare a forme di keynesismo, il nostro patrimonio storico-ambientale merita investimenti»

Non riusciamo a spiegarci come sia possibile che un governo formato da uomini colti come Mario Monti non sembri valutare, se non da un punto di vista economico, il valore immenso del nostro patrimonio storico culturale e paesaggistico». Nicola Caracciolo, vicepresidente e direttore del bollettino di Italia Nostra è molto preoccupato dei progetti di palazzo Chigi che ancora una volta per risanare i conti pubblici punta alla vendita dei beni immobiliari dello Stato. Non ci sono soldi, qualcosa bisogna pur fare, perché non vendere gli Immobili dello Stato? Non sono un tecnico, non mi occupo di economia e finanza, ma mi pare che il difetto di questa politica economica sia quello di non tenere conto del valore del nostro patrimonio culturale. Mi sembra che si tenda a mettere tutti gli immobili di proprietà dello Stato alla stessa stregua per fare cassa senza che ci sia un’adeguata analisi preliminare. Continua a leggere

Non morire montisti – Marco Revelli

Da Il Manifesto

Forse ce la faremo a portare a casa la pelle in questo agosto complicato. O forse no. Può darsi che l’asse Monti-Draghi, con l’appoggio esterno di Hollande e l’alleanza «interna» con la Confindustria tedesca, riescano ad arginare la voglia dell’alleanza del Nord di spaccare l’Eurozona e di sganciare la zavorra mediterranea dal treno mitteleuropeo. O è possibile che i falchi della Bundesbank riescano ad accelerare ancora la marcia verso un’Armageddon finanziaria, quando si decidano una volta per tutte i sommersi e i salvati, magari nella convinzione che un euro limitato all’area dei paesi optimo iure – dei virtuosi finalmente liberi dalla cicale del sud – sia più adatto ad affrontare il prossimo big one, quando esploderà la grana dell’immenso debito americano. Continua a leggere

Don Milani: l’esplosiva profezia del benecomunismo

di Luca Kocci, da il manifesto

Poco prima di essere trasferito dalla parrocchia di San Donato a Calenzano – un centro operaio tessile alle porte di Firenze – nella sperduta Barbiana – un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello – don Lorenzo Milani scrisse una lettera appassionata alla madre: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori». Continua a leggere

Poveri al lavoro – di Marco Revelli

Qualcuno li aveva chiamati – bestemmiando – privilegiati. Intendo gli operai: quelli che hanno avuto il privilegio, appunto – non il diritto – di possedere un posto di lavoro. Oggi scopriamo che un buon numero di loro sono poveri. Tecnicamente poveri. L’Istat, nella sua nota annuale su “La povertà in Italia” ci dice che il 15,4% delle famiglie «con a capo un operaio o assimilato» – quasi una su sei – è in condizione di povertà relativa: cioè che la loro spesa mensile sta del 50% sotto quella della media del resto della popolazione. Che sono, di fatto, degli emarginati. Nel Meridione la percentuale arriva al livello record del 30%, quasi una famiglia operaia su tre è povera. Continua a leggere

Macerie operaie di Norma Rangeri

DA IL MANIFESTO

Le immagini del capannone accartocciato, destinazione mortale per gli operai richiamati incredibilmente al lavoro, sono il simbolo tragico di un paese sfasciato. Che si sgretoli una chiesa antica è ammesso (e non concesso), che si sbricioli una fabbrica moderna è una ferita che non rimargina. Nulla è inevitabile. Non lo è la crisi economica, non lo sono i crolli e le vittime dei nostri terremoti, conseguenza di umane corruzioni, guadagni, cinismi. Case, monumenti e soprattutto capannoni, tirati su al risparmio, senza i criteri antisismici, costruzioni «che anche un vento particolarmente forte può far venir giù come un castello di carte», secondo il parere degli esperti. Continua a leggere

“Nunca fui a Blanes”, di Diego Trelles Paz

“Nunca fui a Blanes”
di Diego Trelles Paz

(trad. Carmelo Pinto)
(pubblicato su Il Manifesto del 29 ottobre 2010, a pag. 11)

La prima volta che lessi I detective selvaggi di Roberto Bolaño avevo 22 anni, vivevo a Lima con uno stipendio miserabile e l’unica cosa che facevo con la mia vita, oltre a ubriacarmi fino all’insensatezza, era leggere e scrivere, imitare e fare prove e anche sbattere la testa contro la porta ogni volta che comprovavo che ciò che intuivo fosse lo stile letterario mio proprio non era altro che una volgare e pallida eco delle voci dei miei scrittori di formazione: qualcosa come un collage polifonico di Vargas Llosa con Ribeyro, e di Onetti con Puig. Continua a leggere

Ombre Rosse. Di Luciana Castellina

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(manifestazione )

|   Luciana Castellina

Ombre rosse tra due poli

Un film come “Ombre rosse”, che si propone di raccontare cosa è diventata la sinistra, cioè anche tutti noi, sollecita i commenti. Del resto la corposa presenza di sinistra ( sia pure  cinefila), venuta a vedere il film di Citto Maselli qui a Venezia, ha dimostrato che, al di là dell’interesse per l’opera cinematografica, c’è un grande bisogno di riflettere su sè stessi e sul disastro cui siamo arrivati, nessuno davvero innocente. E ben venga  dunque l’occasione di questa pellicola impietosa ma mai astiosa – è un merito di Citto – sempre pronta a sottolineare, anche nei peggiori, il barlume di qualche ragione.
Al centro della storia, insomma, non ci sono i buoni e i cattivi, ma l’ambiguità complessa della situazione. (Che strano: Citto Maselli, nella vita sempre un po’ settario, magari per passione politica, quando è regista si trasforma).
Il suo film, infatti, non giudica: coglie le sfumature, è uno squarcio problematico sullo scorcio storico dell’ultima sconfitta subìta per mano di Berlusconi, che si abbatte su tutti – inaspettata perché tutti sono ciechi. In questo senso assai più stimolante di una denuncia Continua a leggere

Il reale inammissibile di Marina Pizzi, di Marco Giovenale

Marina Pizzi, L’Acciuga della sera i fuochi della tara. Lecce, Luca Pensa Editore, 2006

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