Creavo lacrime artificiali con la saliva – di Max Ponte

Creavo lacrime artificiali
con la saliva
e le dispensavo 
ai tuoi occhi che
pativano diserti
eri la mia Indonesia
e il mio oriente nelle
alture gli elephanti
i declivi nei regni
serenissimi di
navigatori di pianura
creavo lacrime artificiali
con la saliva e le
dispensavo ai tuoi occhi
di mandorla estiva

***

poesia inedita, per info e pubblicazioni  consultare il blog dell’autore

dieci testi

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***
**
(flectar)

Fosse il fresco
del costone purgatoriale
a confortare
la transigenza del giunco,
trasmutazione come di verghe
in piaghe, della fonda infanzia.
Al pronunciare latino dona
e preda, nel ferimento
del maggio, suo rigoglio.

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Soqquadri del pane vieto 2010 di Marina Pizzi

1.

è qui l’altrove del rantolo di fame

questo statuto che sa di Colosseo

verso i cani bastardi, randagi quanto

un dì del mese scorso. scorribanda

di eclissi starti accanto io che ti amo

oca di mamma guardarti nel passo.

dove ti ammacchi io so che mi ami

ugualmente lo stesso e senza ansia

bambina darsena col cerchio senza avaria di salto.

viadotto della cometa chiedere asilo

ai quartieri proletari dove i tarli ammucchiano

e le madonne scempiano. io spendo dio

per dirti del canile abbandonato al dolo.

i comatosi stanno zitti e i morenti urlano

come mio padre erto sulla fronte ubriache le guance

gli occhi spicchi di coltelli per la bramosia di pace Continua a leggere

Un inedito di Giorgio Manganelli

L’inedito qui offerto ai lettori di LPELS da Lietta Manganelli e dal neonato Centro Studi intitolato a suo padre (vedi) è stato rinvenuto – con la preziosa collaborazione di Emanuele Dattilo e della dottoressa Carla Nardi – nel Fondo del Movimento di Collaborazione Civica annesso all’Archivio Nazionale di Roma,  busta 9.41. “Il Movimento di collaborazione civica – si legge nel sito dei Beni Culturali – si occupò nell’immediato dopoguerra dell’educazione degli adulti e, per mezzo dell’Umanitaria e del Fronte della cultura, diede impulso alla fondazione dell’Unione italiana della cultura popolare”.

Chi desiderasse cooperare col Centro Studi Giorgio Manganelli e contribuire a mantenerlo in vita può rivolgersi al seguente indirizzo: manganelli@delam.it

Il libro e la lettura

Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli

In Piazza del Popolo, a Roma, una lapide affissa alle mura verso piazzale Flaminio rammenta il sacrificio di due carbonari, giustiziati nell’800; la lapide non si rivolge a nessuno in particolare, ma tutti possono leggerla; coloro che la leggono provano emozioni, e forse la ricorderanno a lungo, o forse quelle due morti “vere” resteranno nella memoria solo come poche, anonime parole incise sul marmo. Quella lapide ha qualcosa che fa pensare ad una pagina; la pagina di un libro; forse è un libro minuscolo e insieme vasto; le sue parole, ingenue e grandi, appartengono a tutti coloro che vogliono leggerle. Noi viviamo in un mondo di messaggi scritti: nella stessa piazza, certamente, ci sono manifesti che annunciano eventi prossimi, e anche manifesti che si riferiscono ad eventi ormai dimenticati. Sono parole destinate a scomparire insieme a ciò di cui parlano. Le ascoltiamo rapidamente, se ci interessa ne prendiamo nota, e procediamo. Altre parole ammoniscono automobilisti e pedoni. Sono parole utili, ed è bene porvi attenzione. Ma quella lapide è diversa. Continua a leggere

Inediti – di Maura Gancitano

Prima che tutto accada

Spengo la sigaretta,
e tu fai lo stesso.
Hai ragione, è strano pensare che io mi trovi qui.
Le mie braccia si spingono
fino alla spalliera della tua poltrona,
e tu guardi la meraviglia
di ciò che non succede neanche oggi.
Ma parliamo d’altro,
e i nostri occhi navigano nei nostri occhi. Continua a leggere

Donato Salzarulo, Questa stazione

Ti scrivo per bruciare la mia vita
sulla ferita dei tuoi occhi.
Non fermarti alla cenere delle parole.
Vai al cuore, alla fiamma
che le divora.

I

Fai bene a lasciarmi ogni volta
nella bocca il ronzio delle vespe. Continua a leggere

Voli ed altri voli nella valle*

***
VOLI

1.
Sorvolavo l’incendio sugli ulivi,
cercavo l’acqua, il mare
dove un poco – non troppo – annegare –
tu, a quell’ora, che facevi? morivi?

II.
Oggi, volo di nuovo, in sogno,
di quell’alta aria ho bisogno:
mi increspa la barba una festa
di sparvieri – la roccia che resta.

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Marina Pizzi, da Vigilia di sorpasso, 2009-2010

ho perso l’aureola in un interno di fabbrica

in uno stelo vieto più a punta di un ago

una cannuccia di siesta che non

dà felicità,

così trapasso allo spasmo del cantuccio

mo’ gerundio di un amanuense.

da Vigilia di sorpasso, 2009-2010 di Marina Pizzi

l’astro in collina che calunnia il sole

unghia di luce estro d’avvampo

oh quale musica è scampo di condono

sul lastricato d’esito palustre

e genio d’eloquenza non ha il lupo

del mistico conforto dello stagno.

da “L’invadenza del relitto” di Marina Pizzi, 2009

42.

un rullio di tempie e sembra morire

questo antefatto lungo una stirpe

rantolando rantolante cent’anni.

nei venti che blasfemi staccano le rondini

tu il collo lungo di Modigliani inventi

per disperdere le fiaccole crocefisse.

le pene che sbocciano dentro il calendario

benesseri nel bilico di davanzali

zonzo d’angeli che non sanno chi proteggere.

le malattie congenite del tetto

narrano nidi patrioti

eremi che imperlano le nuche.

oggi è colmo il male asperrimo

di chiudere le spalle all’avvenire.

43.
—————-
Now playing: Bruce Springsteen – Tougher Than The Rest
via FoxyTunes

Marina Pizzi, da: L’invadenza del relitto, 2009

21.

la rondine che stacca le reliquie

ci fa il nido. la muffa sull’ananas

fa la colpa della casa vuota. nessun

menu è appeso in cucina.

si rantola dappresso nella polvere

del torto. qui le belve dell’aria

sono molte in lite costante.

dapprima il grembo consolava

la lava della scuola la lavagna

col battito del cuore di scudiscio.

ora la vena è immobile e la scienza

un arato di ruggine. quale gelo

chiami nel sonno? quale gerundio

vuoi che non sa darti? eppure muore

l’almanacco e si fa sfinge il fuoco.

22.

da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

69.

la noia del mare sullo sfondo

ingoia il gomitolo dell’aria

le risse che frantumano gli stagni.

nella tua mano s’ingaggia il primo amore

con il paltò triste degli attori

che riposano dopo le riprese.

amor sconfisse l’argine divieto

e dietro il vento che uccide ben comunque

si mise il torto che i nidi abbatte.

permesso di ventura avrò dall’angelo

che mi sonnecchia accanto.

con le muse sotto la tavolozza

vaga senza fiato la libertà dell’ozio.

intorno alla deriva del martìre

s’inventi la bella faccia di far sogno

questo veleno che legifera la sfera. Continua a leggere

da: Il sonno della ruggine di Marina Pizzi

52.

or che d’affanno salirò le staffe

fango estremo la favola del mondo

al mio museo imbiancherò il sarcofago

per farne gradita la promessa.

in pieno scempio non conosco l’erba

bagnata di rugiada d’innamoramento.

le fiaccole morenti del letame

immune costo della fine.

e per domani il soccorso è scialbo

bagliore senza bulbo di rinascita

né sito con il nome della sfinge.

ancora si farà l’aria antica gola

ospitale del rantolo e la favella chiusa

sul muro senza l’asino l’attesa.

nulla. ma il dolore alquanto

senza uguali la dismisura.

53.

Segnacoli di mendicità di Marina Pizzi

16.

cantuccio di elemosina la sposa

guardata a vista dall’eremo

del rantolo. dove domani il refrigerio

è favola. qui nel patibolo che ruba

le elemosine il silenzio del pargolo

corrotto. accosto accosto le sfingi

delle guance queste vedette tenui

di vento e le restie comunque. ora

ti chiamo adito alla sera per fingere

di nascere. le tue macule si curvano

turbate dal branco della bara. Continua a leggere

Marina Pizzi – Un inedito da “Segnacoli di mendicità”

perdo ogni cosa anche i libri letti
nella scoscesa ritrosia del lutto.
maleficio di steccato
ho visto il caso fustigarsi fato.
con la corda del boia s’impenna
la penombra. tra breve brancola
la fine del tatuaggio la tua origine.
tra sterpi di coriandoli bambini
nessuno più ride, la ventosa del labbro
borbotta le gare delle perdite
i davanzali anneriti dal cranio del màrtire
dal martìre temporale.
l’universale della bestemmia è solo
un caso di vetro incrinato, un rapace
senza pace, un crimine per mito,
un mito per crimine. la bisaccia
fa sempre in tempo a raccogliere
scommesse i fati d’àncora.

Miserere asfalto (afasie dell’attitudine): 452-552

di Marina Pizzi

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452.

la spiga sta sotto l’erta del sale del mare, il salato la brucia lentamente. nei viali malinconici intorno alla stazione si festeggia la giara con l’olio siciliano. in un pezzullo di unghia tutta la paura di entrare dal medico. ho freddo al collo ma la sciarpa l’ho perduta cercando i guanti. otto ore al dì di postazione informatica dal lunedì al venerdì.

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Marina Pizzi – Un inedito

muro-pericolante

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perno di soqquadro nomea del rantolo

notaio del coma, cecità.

invano cercando il numero civico.

se s’intovaglia lo spreco delle briciole

anche le lucciole perdono la luce

con le domande cremisi del cuore.

in te vivesti il simbolo del sangue

questa vestina illogica del verso

da qui al gendarme che ti dette carcere.

tutta sbilenca passeggia la lezione

di non capire zero né addendo.
[da L’inchino del predone, 2008]

Poesie inedite di Michele ORTORE

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(Ellen Burgin, Marking time)

 

                         E il motivo

                         E’ nella rigidità flessibile
                         della foglia di eucalipto,
                         è nella pesca a strascico del vento
                         sui rami

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