Vivalascuola. La congiura contro i giovani

Fotogramma per fotogramma, al rallentatore, con la crudeltà che serve, la congiura ci appare più evidente. Conformismo, cinismo, disincanto, narcisismo, esibizionismo, consumismo, alcolismo… qualunque sia la forma di rinuncia alla sfida di una vita autentica di cui sono stati tacciati i giovani non è che un ultimo fotogramma di una storia già scritta e non diretta da loro. (Stefano Laffi, La congiura contro i giovani. Crisi degli adulti e riscatto delle nuove generazioni, Feltrinelli 2014)

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Il bagno del sabato

di Franz Krauspenhaar

Sono andato a raccogliermi in un guscio
di noce, mancavan la vela e il mare della vasca
da bagno; tondo come una mela ho sentito
il freddo dell’acqua e lo sporco del sapone
usato. Così ho capito subito che la vita
è questa cerimonia del bimbo, d’ogni sabato.
Una volta, due volte, tre, è finita in un albero
d’estate, giocando con le nuvole strazianti,
tutti i pomeriggi. Crescere era necessità. Continua a leggere

Vivalascuola. Esce “Gli asini” n. 2

Gli asini è una rivista bimestrale di inchiesta e ricerca pedagogica sociale. Luogo d’incrocio e riflessione tra esperienze e analisi, pratiche e teorie di chi in Italia, in Europa e nel mondo si occupa di educazione e intervento sociale. Educazione, infanzia e adolescenza, la scuola, le culture “altre” e il loro incontro, immigrazione e lotta al razzismo, i media, il diritto all’istruzione, pace e cooperazione allo sviluppo, movimenti sociali, il terzo settore e la sua crisi, politiche pubbliche e sociali: questi sono i temi della rivista.

Di seguito l’indice del secondo numero. Continua a leggere

Vivalascuola. Esce “Gli asini”

Domenica 18 luglio ore 19 e 30
Santarcangelo 40

Festival internazionale del teatro in piazza

Speakers’ corner – Giardino di casa Franchini.
Santarcangelo di Romagna

Presentazione del primo numero
della rivista Gli asini

intervengono Luigi Monti, Goffredo Fofi e altri componenti della redazione

Gli asini è una rivista bimestrale di inchiesta e ricerca pedagogica e sociale. Luogo d’incrocio, uno spazio di riflessione tra esperienze e analisi, pratiche e teorie di chi in Italia, in Europa e nel mondo si occupa di educazione e intervento sociale. Continua a leggere

A bocca aperta

Quello che più mi colpiva del cinema parrocchiale ai Pallottini erano i cartelloni enormi e colorati: sembravano esaurire da soli tutto il desiderio. Compresi, allora, l’arte della presentazione, la magia del trailer, che sulla base di due o tre chiavi d’ingresso ti ha già inchiodato alla curiosità di sapere come andrà a finire. La vita, in fondo, è un cartellone che promette meraviglie: tu sei ancora il bambino che guarda a bocca aperta, incurante degli sberleffi dei ragazzini più disincantati. Qual è il gene che decide su questi opposti sguardi? E’ possibile passare da un modo all’altro senza perdere qualcosa di essenziale? Il tempo corre e ti ritrovi mano nella mano con la ragazza dell’arena all’aperto, nell’isola d’Ischia. Il cartellone è diventato vita, i colori e gli odori sono quelli che vedi e senti nel sedile accanto, senza immaginare nulla: qualcosa hai perso, ma non torneresti indietro a nessun costo, è questo, forse, il sogno che inseguivi. No, c’è qualcos’altro: il dolore dell’età adulta, capace di apprezzare ogni dettaglio, perfino le immagini improbabili del Barone di Munchausen, col tuo amico prete che improvvisamente perde i sensi per chissà quale malore sconosciuto. Rimani ancora a bocca aperta di fronte alle sorprese della vita, sai che dall’enorme cartellone colorato l’eroe verrà in tuo aiuto un’altra volta, per esaudire qualsiasi desiderio al prezzo modico di millecinquecento lire, mentre la maschera passa e ripassa con il secchiello pieno di popcorn.

versione audio

Il soprabito attillato

Avevo un soprabito attillato che mi dava importanza, soprattutto quando andavo a leggere all’ambone, convocato da un padre di nome Jesùs. L’altro si chiamava Serafino, piccolo e calvo, dinamico, con una voce stridula dal forte accento spagnolo. Era la chiesa di riserva: quella grande e fredda, tutta bianca, si trovava in cima alla collina, alla fine di uno scalone immenso, per ricordare che il paradiso te lo devi guadagnare. L’edificio era dei tempi del fascismo, credo, come gran parte del quartiere. Mi sentivo imbarazzato di fronte a tanto sfoggio di potenza: forse fu lì che accentuai la mia tendenza al riserbo e alla misura. Più l’architettura mostrava i muscoli, più mi rifugiavo nel silenzio dei miei libri. Fui tra gli ultimi a imparare il catechismo in forma di domanda e risposta: Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo. Me l’immaginavo freddo come i marmi del Ventennio, imponente come le enormi statue bianche che mi squadravano dall’alto. Non ricordo di aver notato differenze fra l’opuscolo del catechismo e quello della scuola guida, una decina d’anni più tardi. In fondo si trattava di motori, uno dei quali era detto immobile. La corte celeste era il Ministero dei trasporti e la condanna all’inferno una sorta di ritiro di patente. La fede è un dono miracoloso se resiste alle insidie dell’Istituzione. E se fossero queste incongruenze a rivelarti un Dio che non è mai perfettissimo, ma ha la faccia del mendicante accucciato fuori della chiesa, un Dio che non è affatto immobile, ma ha le gambe velocissime dello zingarello che ti ruba il portafoglio? Forse, Dio, lo trovi solo se rinunci al soprabito attillato che ti dà importanza, quando la scala da salire resta l’unico titolo di cui fregiarti, la chiave per comprendere la vita, anche se padre Jesùs o fra’ Serafino, col suo forte accento spagnolo, non ti chiamano più, per leggere all’ambone.

(versione audio)

Io lo chiamo cuore

Era un fazzoletto d’erba all’EUR che chiamavano triangolo. Due palme formavano una porta naturale, per l’altra si potevano piazzare due maglioni o i pantaloni della tuta. Sullo sfondo il laghetto artificiale, dove sfilavano canoe da corsa, che poi si riunivano nella Piscina delle Rose. L’infanzia è un mondo che non ha niente a che vedere con il mondo: conta solo la tua anima innocente, che scorrazza nel triangolo dell’EUR e tenta di mettere il pallone tra le palme. Un’oscura profezia di desideri sconosciuti? I carabinieri provavano a sfrattarci, ma noi ritornavamo, come i bambini terribili dell’Intifada. Avevo doti innate da centrocampista, e mentre sfioravo il pallone con delicatezza, in una sorta di danza leggera, mi accorgevo d’inseguire altro. I carabinieri mi ricordavano che avrei dovuto lottare palmo a palmo per realizzare i miei obiettivi, che sempre si sarebbe presentata un’autorità ostile al tiro decisivo, come se la vita non avesse requie, e il laghetto artificiale fosse un oceano pronto a sollevarsi in onde smisurate. Crescendo, continuai a giocare, le partite si fecero più dure, lo sguardo più cattivo nei contrasti, e l’altro non era più il compagno di danze e di tocchi delicati, ma il coriaceo antagonista che avrebbe potuto rompermi una gamba. Eppure, in me, hanno vinto le palme, i maglioni da battaglia e i pantaloni della tuta al posto della porta, le fughe innocenti dai carabinieri rassegnati, l’oscura profezia di un desiderio che ancora mi attraversa in queste notti insonni di sognatore recidivo, scorrazzante come allora nel fazzoletto d’erba all’EUR, che chiamano triangolo. Io lo chiamo cuore.

(versione audio)