Entro a volte nel tuo sonno

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C’è uno scrittore – un poeta diresti – che scrive frammenti lirici, lasse di testo che hanno una consistenza piumosa e, a un tempo, abbondante. È Sergio Claudio Perroni – io lo conoscevo soprattutto come traduttore di Steinbeck – che ora pubblica, con La nave di Teseo, un bellissimo libro, Entro a volte nel tuo sonno (pp. 180, euro 12), una sorta di modernissimo Zibaldone di pensieri, più aderente alle piccole cose, più intimo ancora, un diario senza tempo che lo sguardo può scorrere in un senso e anche nell’altro, poiché la forza dell’insieme sta nello scorcio sempre inedito che ogni rigo getta sulla vita. Continua a leggere

Educazione sentimentale # 1


(i redattori di La Poesia e lo Spirito hanno recentemente aderito alla proposta di descrivere in un post quella che potrebbe essere chiamata la loro educazione sentimentale, tipicamente un libro che li abbia molto colpiti e che abbia sensibilmente contribuito a formarli quali essi sono. Pubblico qui il primo contributo, dovuto al “nume tutelare” di questo splendido blog, Fabrizio Centofanti.
A. S.)

Mi è facile rispondere: i libri che mi hanno segnato sono soprattutto quelli di Calvino.

Detto così, sembra banale: letture scontate, logore perfino a scuola. Chi non si è mai sorbito Marcovaldo? Eppure, per me, è stato un incontro folgorante. Non ci crederete, ma quando morì, nel 1985, mi fecero le condoglianze.

Cosa mi piaceva di lui? Tutto, anche quei tratti che a molti sembrano la negazione della letteratura, chiamata a compromettersi, a perdersi, a rischiare fino a contraddirsi, per sondare il territorio infido e per certi versi inconoscibile che è l’altro. Continua a leggere

Il tempo e il carciofo

ordine del tempo

Il tempo di Carlo Rovelli perde strati come i libri-carciofo indicati da Italo Calvino – Gadda, Rabelais, per dirne due soli tra i grandiosi epos del Moderno –, perché è la realtà stessa a presentarsi “ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti”. Ci sono tuttavia affinità e differenze: i libri-mondo che Calvino cercava di sfogliare (nel senso etimologico del termine) assomigliano, certo, al concetto di tempo che Rovelli sfronda – più per noi non addetti ai lavori che per la comunità scientifica –, e tuttavia il procedere di Calvino puntava dritto allo svelamento della complessità (che sempre fugge come l’Angelica dell’Ariosto), mentre L’ordine del tempo di Rovelli (Adelphi, pp. 207, € 14), almeno in apparenza, procede, consonamente al rigore della prosa divulgativa, non solo alla razionalizzazione ma anche alla semplificazione – intesa come pulizia – di un concetto sul quale troppe sbavature si sono sedimentate. Continua a leggere

I Paesaggi piemontesi di Giuseppe Torelli

Paesaggi Torelli

Giuseppe Torelli fa parte di quella schiera di autori dell’Ottocento piemontese che poca fortuna ha riscosso presso l’editoria del nostro e del secolo precedente. Tuttavia non è scrittore da dimenticare se anche Italo Calvino vide nell’Emiliano un romanzo degno d’essere inserito tra le “Centopagine”. Torelli nasce nel 1816 a Recetto (Novara), ma trascorre l’infanzia in Valsesia, nel convitto di Doccio. Orfano a nove anni di entrambi i genitori, studia medicina a Vercelli, seguendo le orme paterne. Scrive, a Novara, sull’“Iride” di Angelo Brofferio. Collabora e dirige importanti riviste, siglando sovente gli scritti con lo pseudonimo (che mantiene per quasi tutta la produzione) di Ciro d’Arco. Amico di Massimo d’Azeglio, ne diviene segretario e di lui cura, postumi, I miei ricordi. Dal 1852 al 1856 dirige la “Gazzetta Piemontese” (la futura “Gazzetta Ufficiale”) sulle pagine della quale pubblica racconti e descrizioni paesaggistiche confluite poi nel volume Paesaggi e profili (Le Monnier 1861). Deputato nel 1860 e nell’anno successivo, trascorre gli ultimi anni a Torino dove si spegne nel 1866. Continua a leggere

A Giovanni Inzerillo, su Calvino e la musica

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Carissimo Giovanni,
il “Calvino” che mi hai inviato è, come sempre, pieno di sorprese. E questa sorpresa l’hai confezionata ad arte, in un testo che affronta rigorosamente, con piglio filologico, l’avventura calviniana tra le note alte o popolari della musica che, come ricordi nel volume, lo spaventava o lo metteva in soggezione. Continua a leggere

L’inferno

da qui

Oggi, nella nostra società, si verifica l’opposto di ciò che Jung chiamava principio d’individuazione. E’ in atto un processo di alienazione progressiva, in cui ognuno s’allontana da se stesso, dal suo centro, asservendosi ai sette-otto potenti che governano la terra. Ogni tanto qualcuno mi chiede l’inferno cosa sia. Ecco, l’inferno è questo.

Yehoshua, ‘finalmente’. Il nuovo romanzo di Fabrizio Centofanti

di Guido Michelone

Prosegue incessante la ricerca espressiva di Fabrizio Centofanti che, in un campo ascrivibile tanto alla letteratura contemporanea quanto alla filosofia (anche religiosa), nel giro di pochi mesi offre per due ‘piccoli’ editori altrettanti ‘grandi’ libri da leggere, disquisire, meditare, su cui appunto collegialmente riflettere, valorizzare, approfondire temi, risvolti, spunti e punti di vista. Se Stelle e Yehoshua fossero usciti da una ‘grossa’ casa editrice, sarebbero già un caso nazionale, per il carattere fortemente innovativo di entrambi e per la forza propulsiva delle idee presentate con il piglio solerte, tranquillo, immaginifico dell’artista, del teologo, dell’uomo di fede e del compagno di strada. Continua a leggere

Lezioni americane per scrivere e per vivere

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aae704e2-0c68-4abc-8c5f-62dd7cda3d35-radio1.html#p=0

Pubblico qui la registrazione della puntata di domenica 11 marzo della rubrica Il Viaggiatore, su Rai Radio 1, diretta da Massimo Cerofolini, che ringrazio di cuore per avermi invitato con la funzione di filo rosso tra gli interventi. Un omaggio prezioso alle Lezioni americane, capolavoro saggistico di Italo Calvino.

Due opere, un percorso – Fabrizio Centofanti tra Calvino e la vita

Recensione di Giovanni Agnoloni

    

Di solito le recensioni si fanno di un libro. Questa, se è una recensione, lo è di due. Ma forse non lo è nemmeno. È la fotografia di un percorso. Umano, artistico e spirituale.
Fabrizio Centofanti è uscito con un saggio su Italo Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, ed. Clinamen, 2011 – prefazione di Giuseppe Panella e postfazione di Antonio Sparzani) e con una raccolta di pensieri, Non superare le dosi consigliate (Effata’ Editrice, 2011). Opere che sono un po’ la summa del suo itinerarium mentis (e direi anche cordis). Continua a leggere

Calvino impuro nella lettura spirituale di Fabrizio Centofanti

di Andrea Sartori L’opera letteraria di Italo Calvino è troppo complessa e articolata per essere etichettata come rappresentativa di un modo univoco di intendere la letteratura e il suo rapporto con la vita. Da qui l’insoddisfazione di Fabrizio Centofanti (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, Clinamen, Firenze 2011) rispetto a quelle letture che schematizzano il lavoro di Calvino in due fasi tra loro non comunicanti, o che oppongono seccamente i suoi scritti «di carta e d’inchiostro» – come ebbe a dire Carla Benedetti – a quelli «di carne e di sangue» di Pier Paolo Pasolini (la gestazione dello studio di Centofanti risale a prima della pubblicazione del discusso Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura, Bollati Boringhieri, Torino 1998, ma è piuttosto chiaro che Centofanti già allora non avrebbe condiviso l’impostazione oppositiva, antagonista e a tratti manichea del pamphlet della Benedetti). Continua a leggere

L'”Italo Calvino” di Fabrizio Centofanti al Gabinetto Vieusseux

Lunedì 20 giugno, alle ore 15:30, a Palazzo Strozzi, in Sala Ferri, Via Strozzi 1, Firenze, si terrà un seminario del Centro Romantico del Gabinetto Vieusseux sul saggio di Fabrizio Centofanti “Italo Calvino – Una trascendenza mancata (ed. Clinamen, 2011). Introdurrà Giovanni Agnoloni e presenterà il Prof. Giuseppe Panella.

L’opera contiene un affascinante percorso alla scoperta del “limite” della razionalità calviniana, di quella “zona d’ombra”, o forse “di luce”, in cui la componente intuitiva e trascendente dell’essere umano sembra affacciarsi, minacciosa e insieme foriera di promesse. Un’interessantissima lettura in controluce, che il fondatore di “La Poesia e lo Spirito” conduce con un stile suadente e coinvolgente.

Vivalascuola. Un panino alla “Divina Commedia”?

La “riforma epocale” della scuola è basata su tagli di docenti, saperi risorse. Nessuna novità su programmi e didattica. “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia” dice l’on. Giulio Tremonti.

Non si creda che i classici vanno letti perché “servano” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici?) (vedi anche qui).

Andando oltre i numeri: il vuoto culturale
di Valter Binaghi

Capisco che, in un momento in cui la sopravvivenza stessa della scuola pubblica è minacciata come mai è stata prima, ci si concentri su dati numerici (rapporto docenti/alunni, orari e supplenze, stipendi ecc). Continua a leggere

22 ottobre 2010, Torino: Lezioni invisibili. Italo Calvino e la leggerezza del fantastico

22 ottobre 2010

Lezioni invisibili. Italo Calvino e la leggerezza del fantastico

Circolo dei Lettori
Via Bogino, 9 – Torino
Ore 17.00 – 19.30

Interverranno: Mario Barenghi (Univ. Di Milano), Giuseppe Panella (Scuola Normale Superiore di Pisa) e Luciano Genta (La Stampa, Tuttolibri)

Scarica la locandina di Lezioni Invisibili. Italo Calvino e la leggerezza del fantastico

Italo Calvino (1923 – 1985)

Italo  Calvino, Le città invisibili.

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto , ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto dall’andirivieni dal brulichio dal pigia-pigia. Tutta la confusione di Eudossia, i ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.
Perdersi ad Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo. Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città , una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.
Sul rapporto misterioso di due oggetti così diversi come il tappeto e la città fu interrogato un oracolo. Uno dei due oggetti,- fu il responso -, ha la forma che gli dei diedero al cielo stellato e alle orbite su cui ruotano i mondi; l’altro ne è un approssimativo riflesso, come ogni opera umana.
Gli àuguri già da tempo erano certi che l’armonico disegno del tappeto fosse di fattura divina; in questo senso fu interpretato l’oracolo, senza dar luogo a controversie. Ma allo stesso modo tu puoi trarne la conclusione opposta : che la vera mappa dell’universo sia la città d’Eudossia così com’è, una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zig-zag, case che franano una sull’altra nel polverone, incendi, urla nel buio.

Parole

da qui

Ogni tanto penso a Italo Calvino. Immagino che sensazione proverebbe nel mare di parole che rischia di sommergerci ogni giorno; parole grezze, buttate lì come viene per riempire un vuoto sempre più inquietante. Siamo inondati da messaggi omogenei, fabbricati con le stesse frasi, prodotti coi medesimi clichés. Come reagirebbe lui che lavorava su ogni singolo vocabolo, plasmando un concetto fino al punto da renderlo perfettamente levigato, depurato dai residui dei luoghi comuni e degli slogan? Ai funerali dico sempre che dovremmo, oltre a piangere il morto, raccogliere la traccia che ha lasciato, custodire l’eredità trasmessa. Ecco: freniamo la deriva, trattiamo ogni parola come una pietra preziosa da maneggiare con riguardo.

Scarrafone

da qui

Di tutti si può dire bene. L’amante di Hitler ne parlava benissimo, credo, come del resto gran parte del popolo tedesco, in certi anni. Qual è il confine tra oggettivo e soggettivo? Dove comincia la distorsione esplicita, patente, indifendibile? A Napoli c’è un detto: ogni scarrafone è bello a mamma soia. Madre scarafaggio o madre coraggio, non si sa. Ricordo una scena de La giornata di uno scrutatore, di Italo Calvino. Un padre contempla, al Cottolengo, il figlio incapace di intendere e volere mentre mangia le mandorle portategli da casa. Lascia i suoi campi e viene fino a qui, sapendo che la scena sarà sempre la stessa: il figlio mastica e lui guarda, senza perdere un dettaglio. Cosa c’è di attraente in un quadro così scarno, quasi inumano, per l’assenza di una luce qualsiasi di spirito o ragione? Certo, un figlio è sempre un figlio, ogni scarrafone è bello a mamma soia. In realtà, nello spettacolo grottesco c’è qualcosa di più, descritto con parole che da allora in poi non ho potuto più dimenticare: Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

Cui dono lepidum

Sirmione lascia senza fiato: mirabile in ogni suo dettaglio, come fosse modellata senza riservare nulla all’imprevisto. Catullo non poteva farne a meno, lui così attento alla seduzione della forma, si trattasse di natura o di letteratura, di Clodia-Lesbia o di Giovenzio. Il suo libro non avrebbe potuto che essere expolitum, lavorato al punto da diventare lucido, impeccabile, come l’opera di un altro intarsiatore ugualmente raffinato; curiosamente, i loro nomi propongono un gioco di richiami, come abitassero la stessa città invisibile dell’esattezza: Catullo, Calvino, Sirmione, Sanremo. Il destino unisce chi nella parola ha colto il senso del tutto, il logos riflesso nel volto della musa vergine di un nuovissimo libretto.