26. Scrivere

da qui

C’è un bel panorama da quassù: gli ulivi e i cipressi formano una specie di corona, un canale di rumori e odori che ridanno vita, accarezzano le pareti delle case, la facciata della chiesa, il recinto in pietra e ferro dei reperti archeologici; i palazzi alti e squadrati vorrebbero dominare la valle che s’infrange sulle colline di vitigni, i sentieri polverosi incidono i rilievi verdi come crepe, o righe di una pagina illeggibile. Continua a leggere

63. Déjà vu

da qui

Cesare ha capito perché la scena di Cosimo e Amerigo non si sblocca: l’autore conosce il luogo troppo bene. L’edicola, per lui, non ha segreti; potrebbe passare in rassegna non solo i tratti più evidenti – la forma, la distribuzione della merce, le scritte degli sponsor -, ma perfino i titoli delle riviste, i volantini delle pubblicità, la marca dei palloni. Continua a leggere

55. Pigro

da qui Bisognerebbe risolvere una volta per tutte la questione di Cosimo, anche perché le stanze d’ospedale si riempiono di personaggi e si rischia l’inflazione. Non potrebbe morire sull’asfalto, tra la folla assiepata nonostante gli inviti a fare spazio, a non sottrarre aria all’investito, a usare discrezione? La massa, per Cesare, ha sempre qualcosa di inumano: è pigra, passiva, assetata di emozioni, pronta a muoversi in branco per schivare la fatica del pensiero. Continua a leggere

Carne nascosta

da qui

Passo davanti al mare: la gente pullula nella carne esposta e negli sguardi mutilati dalla luce e il caldo. Sembra che stia lì per scurire il colore della pelle, per una faccia di bronzo, come non ce ne fossero abbastanza. E’ dal ’96 che non metto un costume e faccio il bagno, da quando bruciarono don Mario; l’ho fatto per solidarietà e mi è rimasto questo vezzo di guardare la spiaggia di lontano, come un sogno che mi viene incontro e non mi trova. Mi sento un bicchiere di cristallo in una giungla di felci giganti e di serpenti. Basta niente per rompere il vetro della cuspide della sensibilità, diciassette-ventuno febbraio, roba da De André e Chopin, figure che mal si adattano alla vita. Si fatica a dirsi, a tradurre in parole le immagini che affiorano da dentro. Mentre percorro il lungomare, l’autoradio manda Firenze di Graziani: ecco, tu mi avresti capito, avresti brindato con me alla luce bianca della nostra carne nascosta.