Un vetro

da qui

Il tuo sguardo severo mi colpisce
sempre: scortica tutto, come un vetro,
o come un sole che sparisce dietro
il sipario dei sogni, quelli ancora
miracolosamente vivi. Eppure
non cedo, come il fante accovacciato
tra la polvere e il sangue di trincee
dimenticate, fra gli inganni eterni
dell’io. Sì, resto qui: mi troverai
di notte, lo sguardo perso, in Dio.

Inizio

da qui

Il muso del Conero si distende
nell’acqua. Non avevo sentito mai
il rumore del mare. Ci voleva
questo inverno dei sogni, l’assoluta
rinuncia ad ogni forma di potere
sulla vita, la spada che trafigge
il cuore ad ogni inizio di Progetto
per udire la Voce, quel respiro
librato sull’abisso del peccato
mortale, quel vagito sulla croce.

Il tempo

da qui

Il tempo ha senso solo se riempito
di Dio, penso nel giorno degli auguri.
Con lui la corsa folle di orologi
sempre troppo rapidi, o inceppati
da sogni e fallimenti inevitabili,
diventa un fiume calmo che si abbraccia
col mare, ogni momento, non soltanto
alla fine del viaggio. Chi capisce,
non teme più la fuga della vita:
la vive e basta, sempre, faccia a faccia.

Ora

Da qui

Vedere in filigrana in fondo al golfo
il tuo volto accanto al suo,
ora che tutto si è chiarito, ora
che la bellezza ha rovesciato il mondo
e che niente, niente può più distruggere
la trama ricamata dall’eterno,
il mare, il cielo, le nuvole appese
al filo che trascina l’universo,
in un vortice d’amore che il mostro
s’impegna ad ostruire, a tutti i costi,
e tuttavia non può, non può, nemmeno
coi trucchi più insidiosi, con gli inganni
più astuti: sarete come Dio, fate
come vi dico io, e vedrete. Niente
può oscurare la bellezza di questo
golfo di Sirolo, dove, lá in fondo,
si vedono due volti, tra la gente.

Ti scrivo

da qui

Lo sai, però non puoi, però non vuoi,
se tutto questo amore ti toccasse
veramente, potresti, sì, vorresti
solamente amore, nonostante
le paure, nonostante il rischio,
vinceresti di slancio resistenze
e pregiudizi. Ma non vuoi, non puoi
dimenticare. Se soltanto, all’alba
della domenica mattina, quando
la pietra è ancora rotolata, quando
lo stesso giovane ripete: cosa
cercate, non è morto, è vivo, come
aveva detto negli scritti, è vivo
e vuole fare, delle vecchie, nuove
cose, lui sì che può e che vuole, come
ripete da duemila anni, ancora,
con le stesse parole che ti scrivo.

Il passo

Da qui

Hai capito in quell’attimo terribile,
quando tutto sembra perso e il mondo
ti pare all’improvviso senza senso,
perché l’unica ragione, l’unica forza
che ti spinge si è sfaldata, s’infrange,
e tu sei solo, solo in questo gorgo
di eventi, immerso in un mare di voci
che stridono, ti scorticano vivo,
e se non ti giungesse, nell’istante
prima di morire, l’unica voce
capace di rialzarti,
se non ti sussurrasse puoi contarci
ancora, è ancora vivo
il cuore del tuo cuore, ancora batte
con la porta aperta, la luce spenta,
e dalle scale il passo
fa fremere la pelle, allaga il fondo,
tocca con mano ed entra,
se non ti ricordasse
la perfetta unità, vivresti invano.

Corri, Pietro, corri

da qui

Hai corso fino a quando il fiato c’era,
ma anche dopo non ti sei fermato.
Il tempo, Pietro, può essere vinto,
ma è l’ultimo nemico: prima viene
la pigrizia, la spocchia di chi crede
che tutto nella vita sia dovuto.
Tu no: correvi anche nelle feste,
non hai pensato di sfangarla, come
tanti politici nostrani. Forse
è la tua corsa il simbolo più bello
di quanto sia ingannevole il trionfo
di chi taglia il traguardo per procura.

51. E se fossimo

da qui

E se fossimo cellule di organismi molto più grandi e intelligenti, se la nostra libertà si limitasse alla riproduzione e alla morte, e tutti i sogni, i progetti, le ambizioni, fossero solo l’illusione di vivere in proprio, di sentirsi liberi, mentre siamo incastonati nello scettro di un re che ignora l’esistenza dei minuscoli frammenti di se stesso? Continua a leggere

19 marzo

da qui

Quante volte m’hai fatto soffrire, padre mio,
e quante sere ho scoperto che non ce la facevo
a diventare perfetto come te, tutto d’un pezzo.
Se potessi vederti un giorno ancora, in barba al tempo,
se non fosse che il cielo è almeno tanto lontano
quanto il vestito grigio e la cravatta annodata dalla mamma
in ansia per l’aereo, per il solito squillo che tardava;
se non fosse che rimane solo il buio, la notte, invano
come tramite del nostro estremo appello, direi
proviamo un’altra volta,  diciamoci le cose
che non abbiamo avuto il modo, no, il coraggio
di dirci: lasciamo che il messaggio sia soltanto
il cielo, a riflettere lontano il nostro pianto nel raggio
della luna, nell’aiuola, già piena di rose.

97. La parte che mancava

da qui

Non credi ai tuoi occhi, non pensavi che nella vita potessero accadere certe cose. Stai cantando: sei matta? L’esistenza è davvero una busta di giocattoli, la possibilità di rischiare tutto, anche la pelle, in un supermercato per esempio, dove un uomo di nome Marius ti spara addosso e il proiettile ti accarezza la guancia come un amante appassionato, e prendi il tuo uomo per il braccio e lo trascini via, come se il romanzo fosse un luogo da cui evadere, un posto dove non sei al sicuro, e allora via, con i ricci al vento, i capelli rossi che lo hanno stregato, perché ognuno è vinto da qualcosa, si arrende a una bellezza, si lascia rovesciare, cambiare alla radice, non è l’amore la forza che ti cambia? Continua a leggere

89. E’ scritto

da qui

Come pensi che possano convergere?
Nella vita tutto converge, se si vuole.
La mia è una storia d’amore.
E quella di Arturo è un’avventura.
Non m’intendo di rapine.
Lo scrittore non è un rapinatore? Saccheggia il mondo, le voci, paure e desideri.
Facile per te: leggi nei pensieri. Scrivilo tu, il romanzo a quattro mani. Continua a leggere

72. Chissà

da qui

Ti sembrava squallida la corsa dentro la città, le gomitate con la gente, la paura che qualcuno vi fermasse, le manette, il processo, la prigione in due sezioni diverse, i secondini corrotti, il cappellano assente, e invece siete qui, in un pub pieno di fumo, immobili, gli occhi negli occhi, non l’hai mai visto da così vicino, perché stai per piangere? Continua a leggere

Una volta hai pensato

da qui

Una volta hai pensato che l’amore
non fosse una candela che bruciasse
all’infinito, come
la bocca di Dio, capace di fare
dei discorsi senza capo né coda
eppure così belli, se ho capito.
L’amore ha parole molto strane,
e gesti che si perdono nel tempo
materiale ma vivi
nell’eternità, che tutto raduna.
Non lasciarmi morire questa sera:
lo sai che aspetto un bacio
dalla parte nascosta della luna,
dal rovescio della foglia, dal contro
canto dell’uccello, dal desiderio
che ho di rivelare che l’amore
è candela che brucia all’infinito,
bocca di Dio che parla come viene,
miracolosamente
salva dal tempo morto, dalle ore
che ignorano l’invito.

18. Perché

da qui

Passeggiano sulla riva umida, dividendo l’attenzione fra l’acqua calma del lago, l’oasi alberata, circondata da un muretto in pietra, e la fuga di vigne, grano e cipressi arrampicati alla collina. L’emozione della pesca abbondante dura ancora: stentavano, in quattro, a tirare la rete sulla spiaggia; procedendo a strappi, ridevano e gridavano, neanche fossero bambini. I pesci tra le maglie erano come i sassi levigati sulla rena, un profumo di gratuito e immeritato si spandeva intorno, e l’acqua, la terra, il cielo, rivelavano la loro identità: darsi senza chiedere nulla, offrirsi senza mai riprendersi. Continua a leggere

5. La città

da qui

Vista da qui, la città è una massa bianca punteggiata di grigio, azzurro e oro. I grattacieli, il campanile, la cupola della moschea, spiccano sui tetti rossi, le facciate delle case, gli archi scuri dell’acquedotto ottomano. Yehouda immagina l’attività dentro la pasta delle abitazioni, la farina delle piazze, il lievito dei vicoli pieni di voci e di rumori. Continua a leggere

47. Un uomo libero

da qui

Signor Leopoldo!
Lui è stufo di essere chiamato. Dall’inizio del romanzo è una altalena ininterrotta di speranze e delusioni e la sua tachicardia comincia a risentirne. In fondo è un tipo schivo e se ne starebbe tranquillo in uno di quei quartieri ricchi dove nessuno ti disturba. Ma è il personaggio di una scrittrice di borgata e, come tale, esposto a tutti i venti.
Mi dica, Calipso.
Come fa a conoscere il mio nome?
Di fronte alle domande difficili, preferisce essere evasivo:
Non so, ha una faccia da Calipso. Continua a leggere

Venerdì

da qui

Il mare è a chiazze di luce azzurra: colori del’anima, naturalmente. So bene che tutto è dentro me: la barca da pesca immobile, in attesa di un guizzo, quella con la vela ammainata, cullata dalle onde di riporto, lo strato quasi impercettibile di nuvole che fa da contrasto all’orizzonte. Anche l’idea che oggi è il penultimo giorno di vacanza è solo in me: una chiazza opaca dove il riverbero del sole fa più male e costringe a difendersi, a cercare palliativi. Entra nel campo visivo la ringhiera grigia del terrazzo di Sirolo, a ricordarmi che siamo divisi inevitabilmente dalla felicità senza riserve, dall’abbandono del cuore. Se fossi una cosa sola con il mare, il cielo, la terra, la penna cadrebbe dalla mano, sarebbero loro a raccontare una storia d’acqua, di nuvole, di rocce. Ma non hanno parole: allo scrittore è chiesto di distinguersi dal mondo, di ignorare il suo abbraccio per potersi innamorare del suo sguardo. Può comprendere, così, il pescatore impietrito che fissa il filo a pelo d’acqua, l’immobilità della barca a vela in un riposo senza tempo, il taglio elegante delle nuvole incerte tra dissolvimento ed esistenza. La campana della chiesa parrocchiale batte le dieci. La chiazza si fa scura, mi toglie il respiro la fitta del futuro.

Giovedì

da qui

E’ giovedì, parto fra due giorni. Devo prendere il massimo dagli istanti che torneranno l’anno prossimo, nella migliore delle ipotesi. Come portare a casa la bellezza, come fissare il verde delle felci, il bianco della roccia a strapiombo sul vetro azzurro dell’acqua? C’è una barca a vela, duecento metri oltre la riva: sembra immobile, e invece si sposta lentamente verso sud, come me, che starei qui per sempre, ma ho un vento che mi spinge e a cui non posso opporre resistenza. Ecco, ho capito come fare: sono io la barca, sono il mare, la roccia che abbaglia all’orizzonte, il cielo che abbraccia perfino il ricordo lacerante, il volto che mi appare accanto nella panchina in bilico sul mondo: sorridi, come sempre, come se il trenta dicembre del duemilaeotto non fosse mai arrivato, non fosse riuscito a strapparti dal mio sguardo.

Che sarà

da qui

Arrivo a Loreto allo stremo delle forze. Dovrei chiamare Linnio, che sta a Osimo, ci teniamo entrambi a incontrarci di persona. Non ho l’energia per comporre il numero, però. Così ho deciso di mettere la cosa nelle mani della provvidenza: se legge questo articolo e mi manda un cenno, vuol dire che è la volta buona, altrimenti sarà per un altr’anno, o un’altra vita. Perché la vita è questo: avvicinarsi senza mai incontrarsi veramente, il simbolo di un appuntamento che si realizzerà alla fine, quando la sceneggiata si sarà conclusa. Non dire così, lo sai che si gioca nel presente, la partita. Sì, lo so. Scendo nella piazza, c’è qualche persona sola che passeggia, come me. Le persone sole sono tristi. Mi sembra che uno mi segua in modo strano: che si sarà messo in testa? Guardo i passanti solitari con la certezza di essere diverso: loro non sanno che ci sei anche tu, non immaginano che stiamo conversando. Mi affaccio alla terrazza che spazia sulla campagna e il mare e il Conero che troneggia sullo sfondo: è bello ritrovarci qui, dirci ancora una volta quanto sono belle tutte queste luci.