I LIBRI DEGLI ALTRI n.54: La vita, i ricordi, il dolore che è stato dimenticato. Ivano Porpora, “La conservazione metodica del dolore”

Ivano Porpora, La conservazione metodica del dolore,La vita, i ricordi, il dolore che è stato dimenticato. Ivano Porpora, La conservazione metodica del dolore, Torino, Einaudi, 2012

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di Giuseppe Panella

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Il primo romanzo di Ivano Porpora, noto blogger ed esperto di tecniche di comunicazione su Internet, rappresenta un tentativo molto ambizioso di collegare analisi della visione del mondo attraverso la fotografia e tecnica di recupero del ricordo, rappresentazione grafica del passato e storia personale (con evidenti quanto volutamente sfumati agganci probabilmente autobiografici). E’ la storia di una vita che passa attraverso le dieci fotografie senza titolo che dovrebbero andare a formare il mosaico di una mostra dal titolo emblematico di Omissis e di cui il protagonista, Benito Allegri, non ricorda più le occasioni, le motivazioni, gli spunti da cui sono nate.

Titolare di uno studio fotografico in cui lavorano l’amico Mario e l’ex-fidanzata Donata, la sua grande (e forse ultima) occasione di affermazione pubblica è l’esibizione che dovrebbe tenere alla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano, un luogo mitico per gli appassionati di questo tipo di produzione artistica. Ma la sua memoria si rivela sempre fallace: è dal 1979 che praticamente non riesce a ricordare più nulla, complici soprattutto le frequenti crisi di epilessia di cui soffre.

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La conservazione metodica del dolore, di Ivano Porpora

di Ezio Tarantino

“Angela era una donna che cercava un uomo che non avesse passato; un uomo che le tenesse tra le mani la matassa dei pensieri mentre lei faceva l’uncinetto” 

Che libro è La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora (Einaudi Stile libero Big, 2012)? Non è il libro di un esordiente; anche se in realtà è il libro di un esordiente. Non è un libro sulla fotografia, anche se le fotografie vi hanno una parte fondamentale. E’ un memoriale? No, non è un memoriale, anche se parla di memoria, ma soprattutto di perdita della memoria.  E’ un libro generazionale? No, non è nemmeno un libro generazionale, anche se la generazione dell’Io narrante, Benito Allegri, fotografo quarantacinquenne, è il correlativo oggettivo del suo mondo interiore, almeno quanto lo sono i ricordi d’infanzia. E’ un libro d’amore? No, non è un libro d’amore sebbene sia pieno di donne, di sesso (alluso o ricordato più che descritto). Sarà un libro di genere (il genere bassapadana: Fellini, Guerra, Bassani, Bertolucci…). No, non è un libro di genere. Anche se la bassa padana (o alta, o media, non saprei dire con esattezza) è lì con le sue nebbie, il suo Po, il suo dialetto, le sue biciclette, le sue figurine mitiche (il prete, il comunista, il fascista, le donne, la sgarrupatissima bluesband).

Partiamo da qui (un po’ ingenerosamente). E’ un libro che ha un limite: quello di essere tutto questo. Un amarcord dolceamaro che abbraccia un arco di tempo molto ampio (dal dopoguerra ai giorni nostri), i cui rimandi (le atmosfere, i personaggi, le storie, la magia e la durezza, qualche volta la disperazione, di vivere) costituiscono un pedaggio inevitabile che induce chi legge a metterlo in rapporto con una memoria letteraria (o cinematografica), più che con la possibilità di un’esperienza (ciò che dovrebbe fare il romanzo: mettere il lettore di fronte ad un’altra vita possibile).
Ma è un libro che gioca con tutti quegli elementi in un modo che non lascia freddi o avvinti solo da un punto di vista intellettuale. Ciò che è detto, e come viene detto, ha valore di per sé perché c’è vita in dosi da cavallo dentro ogni pagina. C’è vita, c’è dolore e partecipazione (per questo ho detto che non è il libro di un esordiente: non vi troverete vizi e birignao tipici del “giovane scrittore”: lo stile è maturo, la voce è nitida e sicura, asciutta, controllata). Continua a leggere

Io odio, di Ivano Porpora

 

Io ti odio.

La misura del mio odio è proporzionale al dolore con cui sono stato messo al mondo, che è incommensurabile; e proporzionale al dolore che ho dato al mondo, che è altrettanto grande. Non è importante sapere della data in cui sono nato, né le sue circostanze. Questi mi appaiono come dettagli di infinitesimale importanza, benché li ricordi – benché abbia la facoltà di ricordare il mio primo vagito accompagnato dall’urlo di morte di colei che mi ha partorito. Ci sono poche cose importanti della mia biografia: a tratti mi pare di essere come quei personaggi che nei film fanno le comparse non parlanti. Posso essere stato la persona che ha chiesto qualcosa da bere prima che entrasse qualcuno, o quello che ha abbandonato la camera poco prima che ci entrasse qualcun altro. Ma tutto questo non importa. Continua a leggere