L’Aquila e Amatrice fra jazz e terremoto

Piazza Santa Margherita (Piazza Gesuiti) – Ada Montellanico “omaggio a Billie holiday” feat. Giovanni Falzone – Ada Montellanico – voce


Brevi riflessioni attorno a due libri fotografici

di Guido Michelone

Jazz e terremoto sembrerebbero due termini non solo compatibili, ma soprattutto da integrare l’uno nell’altro, in particolare quando il secondo viene usato metaforicamente: è giusto infatti dire e sostenere per il jazz che si tratta di un vero e proprio “terremoto” a livello artistico-culturale nella Storia del XX secolo, protrattasi fino ai nostri giorni. Il terremoto jazzistico è il simbolo perfetto di una nuova sonorità che scuote le coscienze, cambia la mentalità, annulla il passato, guarda al nuovo, alla vita, al sogno, alla libertà. Continua a leggere

La poesia dell’intervista jazz


Guido Michelone e Betty Perfumo discutono del libro Jazz Interviews

 

Professor Michelone, tra le sue nuove pubblicazioni ‘scientifiche’ figura un nuovo libro di interviste dal titolo appunto Jazz Interviews. Di cosa si tratta brevemente?

Professoressa Perfumo, questa è una raccolta di 82 interviste, talvolta anche molto brevi (mai lunghissime, tranne forse un paio), realizzate grosso modo negli ultimi sei-sette anni (con qualche eccezione a ritroso) a jazzisti di tutto il mondo con diversi approcci: dal vivo prima o dopo un concerto, al telefono, via e-mail, o grazie a facebook. Le domande sono in inglese e le risposte pure e ho lasciato tutto nella lingua originaria. Continua a leggere

Jazz Forever, Intervista di Elisabetta Perfumo a Guido Michelone

Jazz forever MICHELONE
Come nasce il tuo nuovo libro Jazz Forever?

Nasce come aggiornamento di un mio precedente volumetto, che avevo pubblicato, circa vent’anni fa, con il semplice titolo Jazz: in vent’anni le cose cambiano nel mondo, nel jazz, nella vita, nell’editoria, nell’esperienza personale di un autore che, quasi in coincidenza con la pubblicazione di quel libricino (il primo mio, sul jazz), iniziava un percorso accademico che lo portava a insegnare la storia del jazz prima in un master universitario e poi al corso di laurea in jazz del Conservatorio. Da allora di libri sul jazz ne ho pubblicati molti. Continua a leggere

La ‘poesia’ del jazz italiano Max De Aloe, Marcella Carboni, Filomena Campus, Massimo Barbiero

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di Guido Michelone

“Il mondo del jazz in Italia è un mondo piccolo, lontano dal music-business e dai clamori, ma questo suo limitato potere commerciale ha il vantaggio di preservare la purezza e l’autenticità del processo creativo. Tradotto vuol dire che possiamo scrivere, suonare e registrare la musica che più ci aggrada. E non è poco”. Continua a leggere

Venti secondi – Omaggio a Hank Jones (July 31, 1918 – May 16, 2010)

di Ade Zeno

Martedì  12 luglio 2005: non ho idea di quanti siano, qualcosa tipo mille o duemila, uno sfacelo di gente affondata sui seggiolini verdi di un’arena rimovibile in preda a zanzare grandi come caccia bombardieri, ma in ogni caso qui e qui soltanto per celebrare uno sparuto gruppo di anziani padri con la musica dentro il sangue e le ossa. In mezzo a questo carnaio di corpi innamorati ci sono anch’io, piazzato in ultima fila, sul punto più alto dell’arena, a due passi dalle nuvole e dall’incedere cieco dei  pipistrelli. Continua a leggere

METROMORFOSI 34 – MAGGIO 2010

Metromorfosi a maggio consiglia Jazz Al Centro

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I racconti dell’età del jazz 11 / Chet Baker

di Sergio Pasquandrea

Di retorica su Chet Baker se n’è fatta e ancora se ne farà, a non finire. Il James Dean del jazz, il maudit, la sofferenza, la sublimazione, il romanticismo, amore e morte.
Tutto vero, per carità. Ma in tutto ciò si perde un’informazione fondamentale: che Chet era un grande musicista. Grande, intendo, anche dal punto di vista tecnico (almeno da giovane, prima che gli stravizi cominciassero a rovinargli voce e imboccatura).

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I racconti dell’età del jazz 10 / le mani di Thelonious

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di Sergio Pasquandrea

Sono quasi vent’anni che mi interesso di jazz, e ne ho sentite tante.
Ho sentito dire che il jazz è musica per intellettuali, che è complicato, incomprensibile, o nel migliore dei casi che è fico, cool, “un sacco yeah”, come diceva un mio amico.
Però spesso sfugge un particolare: che il jazz è musica di origine africana, quindi è musica che parte dal corpo e deve arrivare al corpo, deve farti muovere, farti battere il piede. Altrimenti è tutto inutile.
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I racconti dell’età del jazz 9 / Conversations with Bill

di Sergio Pasquandrea

C’è stato un periodo in cui ero convinto di essere Bill Evans.
Nel senso che dire “mi piaceva Bill Evans” è troppo poco. Innanzi tutto, la scoperta della sua musica, per me, ha in pratica coinciso con la scoperta del jazz; in secondo luogo, l’ascolto della sua musica è stato un’esplorazione di territori psichici che non ero del tutto cosciente di possedere.
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I racconti dell’età del jazz 8 / gli Zooties

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di Mauro Baldrati

1943, nel film Stormy Weather il cantante jazz e direttore d’orchestra Cabell “Cab” Calloway appare in tutto il suo splendore: in un completo bianco immacolato, camicia bianca, cravatta bianca, giacca bianca che arriva al ginocchio, grossa catena d’oro che pende fino quasi al pavimento.
E’ la consacrazione del Zoot style, abiti sgargianti super extra large, che caratterizzerà in parte oltre un decennio di musica jazz, e dello stile di molti dei suoi interpeti.
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I racconti dell’età del jazz 7 / quando Billie Holiday era felice

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di Sergio Pasquandrea

Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.

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I racconti dell’età del jazz 6 / Ho visto Nina

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di Sergio Pasquandrea

Lo confesso: Nina Simone mi era sempre sfuggita.
Neanch’io saprei spiegarmi il perché, anzi è piuttosto strano, dato che adoro le voci femminili scure, profonde, amo Sarah Vaughan e Cassandra Wilson, Carmen McRae e Abbey Lincoln. Forse sarà per l’imprendibilità di Nina, per il suo porsi a cavallo di tutti i generi (voi come la classifichereste? jazz? pop? soul? gospel? o, volendo, folk? o, perché no, musica classica, dato che da ragazza aveva studiato a lungo Bach, Mozart e Rachmaninov?), senza mai cavalcarne davvero nessuno.
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I racconti dell’età del jazz 5 / Altrove

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di Sergio Pasquandrea

Il concerto più bello della mia vita l’ho visto per caso.
A quei tempi c’era un localino a Perugia dove facevano spesso jam-session (ora credo sia diventato una pizzeria o un disco-pub); io che, beata giovinezza, pensavo ancora di poter essere un decente pianista jazz, ci andavo una sera sì e una no.
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I racconti dell’età del jazz 3 / Billy Tipton

di Sergio Pasquandrea

billytipton1Oggi vorrei parlarvi di un musicista che probabilmente non avete mai sentito nominare, che non aveva un particolare talento, non ha fatto dischi memorabili ed è diventato famoso, dopo morto, per motivi che c’entrano poco o niente con la musica.
Si chiamava Billy Tipton, era un pianista e sassofonista, era nato nel 1914 e morì nel 1989 per un’emorragia causata da un’ulcera non curata.
Quel che si scoprì dopo la morte, e che Billy era riuscito a tenere segreto per quasi cinquant’anni, è che non si trattava di un uomo, ma di una donna. Nata, per la precisione, Dorothy Lucille Tipton, e vissuta en travesti per buona parte della sua esistenza.

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I racconti dell’età del jazz 2 / Sguardi

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di Sergio Pasquandrea

“No him, no me”
(Dizzy Gillespie, parlando di Louis Armstrong)

Il jazz vive di antitesi.
Colto, ma di origine popolare; improvvisato, ma anche scritto; nero, ma anche bianco; sofisticato fino allo stremo, ma viscerale quanto nessun’altra musica.
Ma forse l’antitesi fondamentale è quella fra tradizione e innovazione. Si dice spesso che il jazz ha fatto in cent’anni il cammino che la musica classica ha fatto in cinquecento: la frase è vera solo in parte, però di sicuro esprime bene la tumultuosa evoluzione di questa musica, che ha cambiato faccia almeno una volta per ogni decennio
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I racconti dell’età del jazz/trenta secondi di pura bellezza

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di Sergio Pasquandrea

Il jazz, si sa, è una musica di attimi. È fatto di illuminazioni fulminee, di bellezza che lampeggia e poi svanisce nel volgere di secondi, di frazioni di secondo.
Anche quando un brano dura magari dieci o quindici minuti, l’importante non è mai il prima o il dopo, ma l’ora, “here and now”. To be in the moment è una delle espressioni più usate dai musicisti per descrivere il perfetto stato mentale, quello indispensabile per creare grande musica.
E ci sono momenti, nel jazz, che sembrano condensare la bellezza in dosi quasi insopportabili: la prima nota dell’assolo di Miles Davis su So What, l’inizio del riff in fa minore di A Love Supreme, l’introduzione di Louis Armstrong su West End Blues.
È di uno di questi momenti che voglio parlarvi.

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