De delictis gravioribus / 8

di Ezio Tarantino

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Analisi e rimedi (continua)

Rimedi! Fosse facile. Ma bisogna pur cominciare a parlarne.
E come farlo se non partendo dalla parola tabù per eccellenza? Celibato.

Per Enzo Bianchi è un falso problema. Per il papa è un valore “sacro”, una “autentica profezia evangelica” (anche se, occorre ricordarlo, è obbligatorio solo a partire dal Concilio di Trento), ma per il Cardinal Martini lo si può ripensare. Hans Kung, in un’accorata lettera ai Vescovi ha indicato chiaramente, fra altre soluzioni più “semplici”, anche quella di cominciare, dal basso, con atti concreti, a corrodere questo tabù dalle radici profondissime. Che non sia un cammino facile è chiaro. E pieno di insidie collaterali (come dimostra anche un recente caso avvenuto nella Chiesa anglicana negli Stati Uniti, dove una donna dichiaratamente lesbica è stata ordinata Vescovo: non è un fatto che si può liquidare con giubilo o sconcerto a seconda di come la si pensi, perché coinvolge il sentire di migliaia, milioni di persone dalle quali non si può pretendere che accettino serenamente di dover prendere atto che tutto sta cambiando e così rapidamente senza che si sia fatto un percorso di avvicinamento avveduto, magari lento, non discriminatorio di nessun punto di vista).

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De delictis gravioribus / 6

di Ezio Tarantino

4. Il segreto, il perdono, la giustizia

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Di tanto in tanto, sulla stampa, escono nuovi casi di abusi, silenzi, ritardi, omertà. In Belgio, in Germania, in Irlanda, in Brasile.
Cosa ha fatto e cosa sta facendo la Chiesa per far fronte a questo stillicidio mortificante e apparentemente infinito di accuse? E perché sono così frequenti? E come li giustifica? Come se li spiega?

Fra parentesi: comincia la parte per me più difficile dell’inchiesta: ho come la sensazione che, a partire da ora, me la dovrò cavare da solo; lasciati i compagni di cordata all’ultimo campo-base proseguo in solitaria, senza il conforto della cronaca, delle opinioni condivise. L’ho detto sin dall’inizio: il mondo cattolico, se e quando si è espresso, lo ha quasi sempre fatto schierandosi, come in un derby, a difesa del Papa, come se fosse un referendum pro o contro Benedetto XVI (e dico “quasi” solo perché ritengo improbabile che qualche voce critica ci sia stata: io però non l’ho trovata). Ora rimango, da una parte, con la tentazione di un “noi” di cui non conosco l’estensione, di un plurale generico  senza volto (“i cattolici”), della cui solidarietà implicita mi prendo la responsabilità al buio ignorandone la misura; e dall’altra con la consapevolezza di non poter contare più sulla adesione morale di chi non si sente ed effettivamente non fa parte della Chiesa e molti aspetti intrinseci all’appartenenza non può ovviamente sperimentare.

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De delictis gravioribus / 5

di Ezio Tarantino

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Recentemente il Rev. Thomas Brundage, quello che aveva istruito il processo contro Padre Murphy, in un articolo pubblicato dal Catholic Anchor.org, organo della Arcidiocesi di Anchorage, Alaska, ha contestato il racconto del New York Times, specialmente per quanto riguarderebbe il suo ruolo nella decisione di sospendere il processo a carico di Padre Murphy.
Sostanzialmente Brundage sostiene di non aver saputo di questa decisione perché essa è contenuta nella lettera dell’Arcivescovo Weakland del 19 agosto. Poiché solo due giorni dopo Murphy morì è chiaro che non si poté darvi seguito.

In realtà è dimostrato come lui fosse al corrente della decisione, formalmente assunta nella riunione di Roma del 30 maggio, tanto che, pochi giorni dopo l’uscita di questo articolo, ha dovuto ammettere che: a) fu lui a tradurre il documento italiano (per quanto sommariamente, utilizzando un rudimentale traduttore automatico in internet – siamo nel 1998), e che quindi conosceva bene i contenuti della riunione del 30 maggio; ma che soprattutto, b) fu lui a redigere la bozza che servì come base per la lettera di Weakland del 19 agosto: “However, in the file e-mailed to me by reporter Johnson was a August 15, 1998 draft of a letter that I wrote and Archbishop Weakland slightly edited. This draft letter became the text of the August 19, 1998 letter from Archbishop Weakland to then-secretary of the Vatican’s Congregation for the Doctrine of the Faith Archbishop Tarcisio Bertone in which Archbishop Weakland declared that he had instructed me to formally abate the case“.

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De delictis gravioribus / 4

di Ezio Tarantino
[continua da qui. Qui la prima puntata. Qui la seconda puntata]

Padre Lawrence C. Murphy ha abusato per anni, fra gli anni cinquanta e settanta, di centinaia di adolescenti sordi della scuola St. John’s a St. Francis, Wisconsin. Ci sono voluti vent’anni per provare a intentare un processo che peraltro non si è mai svolto perché da Roma si preferì soprassedere, in considerazione dell’età di Murphy (stavolta troppo vecchio) e del fatto che ormai era passato troppo tempo dall’epoca dei fatti.
Dalla ricostruzione fatta dal New York Times emerge abbastanza chiaramente come all’epoca dei fatti Padre Murhpy fu coperto dai suoi superiori e, malgrado la sua Diocesi fosse al corrente delle accuse che lo coinvolgevano, non solo non fu punito in alcun modo, ma anzi fu promosso Preside della scuola, ruolo che mantenne fino al 1974 quando, per le pressioni di alcuni ex studenti che affissero fuori della cattedrale di Milwaukee la sua fotografia con la scritta “Most Wanted”, venne messo a riposo.

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De delictis gravioribus / 3

di Ezio Tarantino

[continua da qui. Qui la prima puntata]

Prontamente, il primo febbraio del 1982, il Vescovo Cummins produce la documentazione richiesta e la invia a Sua Eminenza Joseph Cardinal Ratzinger, Roma.

Il 24 settembre un membro della Diocesi di Oakland, Rev. Mockel, si permette di chiedere al Cardinale a che punto stia la pratica, perché non ne hanno più avuto notizia, e se per caso fosse necessario produrre dell’altra documentazione.

Il 20 dicembre 1983, quindi più di un anno dopo, Mockel scrive al Vescovo Cummings informandolo che da Roma è arrivata finalmente una risposta in merito al caso Kiesle. L’ha scritta l'”amico” Reverendo Thomas J. Herron, della SCF, il quale conferma che il caso “verrà esaminato al tempo opportuno”. Allora il 17 gennaio del 1984 Cummins scrive a Herron ricordandogli gli estremi burocratici del caso Kiesle (numero di protocollo, data delle lettere, invio dei documenti ecc.). Si arguisce che la lettera di Herron doveva essere stata piuttosto evasiva e doveva evidentemente richiedere tutti questi particolari perché, evidentemente, del caso Kiesle, a Roma, si era persa traccia. Continua a leggere

De delictis gravioribus / 2

di Ezio Tarantino

3. Racconti

Quelli di Stephen Kiesle e del Reverendo Lawrence C. Murphy sono, forse, gli episodi più emblematici di questa triste sequela di vicende, perché di recente la stampa nordamericana ha resi noti tutti documenti (qui e qui) che ci consentono di capire meglio come la gerarchia di Roma abbia gestito casi del genere. E su questi il New York Times, primo fra tutti, ha imbastito la sua campagna di primavera contro il Vaticano.

KiesleCominciamo con il caso di Stephen Kiesle.

Nella primavera del 1981 ben tre lettere prendono la via del Vaticano dalla lontana California.
La prima la indirizza il 25 Aprile Louis Dabovich, parroco della Chiesa del Buon Pastore a Pittsburg, California, diocesi di Oakland, a Sua Eminenza Cardinal Franjo Seper, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede (lo fu fino alla fine del 1981, quando venne sostituito dal Cardinal Joseph  Ratzinger).

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De delictis gravioribus / 1

di Ezio Tarantino

1. Prologo

Io li ho visti all’opera.
Buoni, onesti, pastori disinteressati, generosi e fedeli.
Ma, al dunque, deboli, chiusi nel loro fortino assediato dagli indiani. Inadatti, terrorizzati, umiliati, arroganti.

All’epoca dei fatti (circa quindici anni fa) ero membro del Consiglio pastorale, l’organo consultivo all’interno del quale le varie componenti laiche e religiose discutono delle questioni riguardanti la comunità parrocchiale.
Eppure io non mi accorsi di nulla. Le voci circolavano, ma io lo seppi dopo. Io scoprii tutto, o quasi, a cose fatte.

Don X era scappato nella notte, di lunedì, senza che la domenica, a Messa dicesse una sola parola, neppure usando un codice trasversale perché qualcuno potesse intuire. Niente.
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