Di questa cosa

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Perché senza parole è molto meglio:
è una tortura scrivere qualcosa
che non riesce a spiegare ciò che sento.
Le dita che battono frenetiche,
sui tasti del computer, si fermano
in attesa di una luce che non viene,
perché senza parole è molto meglio,
è un’illusione scrivere qualcosa
di questa cosa che scorre veloce
e poi si arresta, pulsa come il sangue,
e grida disperata come un bimbo
restato senza madre, ride, beve,
si affaccia alla finestra come un sole
che sorge dentro casa, tra un adagio
di Mahler e un improvviso di Chopin,
vola sul pentagramma dei tuoi sogni,
perché senza parole è molto meglio
e scriverne qualcosa è una battaglia
persa, l’ultimo scontro del soldato
che lotta, lotta, e poco dopo muore.

76. Un po’ troppo

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Dimmi qualcosa di più del tuo romanzo.
Cosa vuoi sapere?
Afferri il boccale e mandi giù il sorso più lungo da quando siete entrati. Stai fissando gli occhi della donna: come hai fatto a non accorgerti della sua bellezza? Cosa scatta nella mente di un uomo, facendolo passare dall’indifferenza a un battito di cuore accelerato, quali reazioni chimiche o biologiche lo accendono senza dargli possibilità di difendersi o fuggire?
Tutto: di cosa parla, dove vuoi arrivare, cosa ti aspetti che resti nel cuore del lettore. Continua a leggere

51. L’elemento umano

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Sono di nuovo qui, davanti a un quadro che ha il centro in un cerchio di fuoco, perché torna così spesso questa immagine? una striscia di sole circondata da nuvole al tramonto, con i raggi come braccia, o parole, le braccia e le parole di Yehochoua, che ora si tendono verso Magdalenne, cosa vedi sopra la città? Continua a leggere

50. Pietra

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Sono davanti a una pietra rossastra su cui calano lampade eleganti, prepararono il corpo per la sepoltura in questo punto, due ceri a guardia su ambo i lati, non ho mai creduto a queste cose, sullo sfondo un’immagine in cui spicca l’oro fino del cielo, dicono ci siano gocce del suo sangue, Continua a leggere

47. Cielo

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Il locale è un corridoio lungo con file di tavolini tondi in legno; a destra e sinistra, due banconi infiniti corrono verso pilastri luminosi come la colonna di fuoco che guidò il popolo d’Israele nel deserto; ma c’è poco di biblico in un hotel di lusso in cui si specchiano i desideri e le paure di una società contraddittoria. Continua a leggere

43. Porte

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E’ come guardare dall’aereo: da quest’altezza si distinguono ancora le macchine e le palme, le palazzine beige con le finestre chiuse e i portici-rifugio nella canicola del mezzogiorno. Sopra il deserto, le nuvole sono ovatta bianca piena di acqua ossigenata, pronta a curare le ferite. Ha bisogno di cure, Magdalenne, da quando i suoi occhi hanno incontrato quelli di Yehochoua, glielo dicono tutti, a cominciare dalla madre, hai bisogno di cure, Magdalenne, non ti concentri più, hai lo sguardo perso, Magdalenne. Continua a leggere

22. E se fosse

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Le case sono bianche, come la strada, e la strada è piena di soldati, jeep, uomini che lanciano sassi come hanno imparato da bambini – inarca la schiena e via, con tutta la forza del tronco e delle braccia -, le donne col velo urlano, incitano, spinte su camionette verdi – per essere stuprate, interrogate? -, un ragazzo è tirato su come un sacco di patate, non dà segni di vita – ma è vita questa, dimmi, ti sembra vita? non poter superare una linea, non poter parlare – gli agenti in divisa corrono tra i fuochi esplosi nel mezzo della via – dài, porta altra roba, legna, gomma, spargi la benzina -, le ruspe abbattono case e baracche come fossero di carta pesta – la nostra casa, la nostra casa -, perché qualcun altro deve occupare il territorio – si può demolire una vita, dimmi, si può fare? -, scontri ininterrotti dalla notte, lo dicono tutte le agenzie, cominciano a sparare, raffiche insistenti – e se fosse tuo padre, tua madre, tuo fratello? -, i soldati sorridono sicuri, col giubbotto antiproiettile e l’aria di chi non ti farà mai entrare – perchè? chiedetelo a loro, i democratici -, mio padre è ammalato, è urgente e se fosse tuo padre, tua madre, tuo fratello? – la gente deve fermarsi al di qua, pregare per terra, nella polvere – ci sono tanti modi per fermarti, non solo con le armi, anche con timbri e documenti – un soldato dai capelli biondi, un soldato donna con gli occhiali da sole – ho mia moglie incinta, fatemi passare -, le palme abbassano le braccia, ondeggiano al vento perplesso dell’estate, bisogna sfrattare, demolire, perché qui c’è il giardino del re David – e se fosse tuo figlio, il figlio di Dio? Ismail sta piangendo, dai suoi stupidi occhi azzurri. Smettila, gli dice Yousef, smettila, scemo.

Alzarti

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Ci sono giorni in cui ti pare di perdere la fede: non sai perché, ma qualcosa inaridisce fino alla consumazione, non senti nulla e vorresti rassegnarti al peggio. Quando bruciarono don Mario, il mondo mi crollò addosso e mi chiesi dove fosse Dio. Ma i momenti insostenibili, forse, sono quelli in cui sembra che ognuno prenda parte per se stesso, che il mondo sia solo un formicaio d’insetti folli, l’un contro l’altro armati. Se esiste Dio, mi dico, da qualche parte deve esistere anche il bene, altrimenti è tutta un’illusione. Si parte, allora, alla ricerca di un ricordo, una sensazione, un frammento di bontà che ti ha riempito l’anima di vita. Poi ti accorgi che non basta, che manca qualcosa d’importante: devi alzarti tu, compiere un gesto, diventare ricordo, sensazione, frammento di sollecitudine da scolpire nella memoria del tuo prossimo, perché possa credere di nuovo.

Dilettanti (La conquista dello spazio 14)

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Stamattina mi sono svegliato con disturbi al cuore e problemi di respirazione. Con la vita che faccio dovrebbe essere normale, così mi chiedo come mai sia capitato solo adesso. In realtà è accaduto anche altre volte ma, appena passa, il ricordo si dilegua. Don Mario mi ha insegnato a ignorare certe cose: o meglio, quando toccava a me si preoccupava; di lui, neanche lo diceva. Ce l’ho qui, davanti a me, con il dente superstite, il sorriso commosso, le mani rovinate dalle bruciature e la fisioterapia sbagliata (gli hanno troncato mezzo dito), l’orologio da sei euro che gli comprai all’edicola e portava al collo come una croce episcopale, l’onnipresente blocco per gli appunti e la borsetta verde con i soldi per i poveri. Soffriva di tutto, ma il male non riusciva mai a intaccarlo, tirava avanti sulla sedia a motore come niente fosse, in barba a medici e infermieri. Insomma, mi vergogno del mio mal di cuore, dei miei acciacchi da dilettante allo sbaraglio, da novellino incapace di sorridere quando il respiro gli si spezza in gola.

Forse anche dell’altro (Gaspare Spatuzza)

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Mi colpisce il fatto che Gaspare Spatuzza studi teologia. Mi ricorda la bibbia annotata di Bernardo Provenzano. Mi convince che la mafia è una visione del mondo. Di questo mondo, e forse anche dell’altro.

Uno scrittore famoso

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Parlerò bene di uno scrittore famoso. E’ un impresa titanica, in genere. Mandi messaggi e non rispondono; tocchi con mano il non essere come categoria esistenziale, non solo filosofica. Con *** niente di tutto questo. Ti accoglie, aiuta, consiglia. Mi chiedo se lo faccia con me, esclusivamente. Mi piacerebbe pensarlo: sono un tipo speciale, mi dico, è giusto che mi trattino bene. Ma rinuncio alla versione narcisista:  *** è gentile e disponibile a prescindere. Che gli scrittori famosi non siano tutti pessimi soggetti? Finché *** esiste, la letteratura non è una élite di snob insopportabili. Ciò mi costringe a rivedere le mie idee. Mi complica la vita, esalta sfumature impercettibili, insinua il dubbio, mi impone la fatica del pensiero.
***, fammi un favore: non rispondermi più, ignorami, lasciami il gusto acre della malevolenza.