Da quando sono entrato in politica


[Ripubblico questo brano incluso in Prêtr-à-porter, un mio libro di diversi anni fa, perché mi sembra curiosamente attuale]

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Continua a leggere

48. E’ ancora possibile

da qui

Come si chiama?
Andreas.
Secondo lei è ancora possibile scrivere un romanzo?
Ha presente una coppia di anziani che sorseggia un tè?
La posso immaginare.
Me li descriva.
Lui ha una fronte spaziosa incorniciata da capelli bianchi tirati indietro; lei un volto delicato e un cappellino scuro da cui escono ciocche ribelli di capelli brizzolati.
Continui.
Portano alle labbra il cucchiaino in un movimento ritmico alternato: sembra che suonino uno strumento sconosciuto.
Che musica ne esce?
Una voce di donna, struggente e romantica, che li trascina irresistibilmente. Continua a leggere

42. Foglie

da qui

Maria si sente leggermente sollevata: l’incontro con Gabriele le ha ridato un po’ di fiducia nella vita e, forse, anche nella sua scrittura. Decide di partire, per disintossicarsi ulteriormente. E dove andare se non a Parigi, per ritrovare l’ispirazione persa? Il corridoio dell’aeroporto le sembra meno lungo, la invade una strana frenesia, come si accingesse a scrivere la prima pagina della sua vita. Si sente in paradiso, libera, anche dagli impacci dell’arte che le hanno insegnato fino a ora: ha il desiderio di cominciare un’opera radicalmente nuova. Continua a leggere

Niente altro

da qui

Forse me ne andrò via da qui. So che don Mario non vorrebbe, e forse nemmeno Dio. Ma bisogna avere un motivo per resistere. Guardo il cielo, la trapunta delle stelle, e mi perdo in tutto quello sfarzo. Ma di motivi, neanche l’ombra. Abbasso lo sguardo, verso la terra scalcinata, con gente povera e cattiva, invidiosa e meschina, e mendicanti dagli occhi dolci che mi tendono la mano. Allora penso che forse, qui, ci morirò. Non perché lo vuole don Mario. Non perché lo vuole Dio. Né perché sia incapace di liberarmi dalla gente ignobile. Mi trattengono quegli occhi, niente altro.

Da quando sono entrato in politica

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Mi passano davanti le immagini di persone che credono in noi, che ci hanno messo la faccia, e in qualche modo la vita. Se c’è un Dio, ce la farà pagare. Ogni tanto leggo il vangelo: mi spaventa quella cosa che chiamano Geenna, dove sarà pianto e stridore di denti. Vedo gente disperarsi, mentre noi ridiamo per come siamo capaci di infinocchiare il mondo. Penso che Dio, se c’è, ci punirà  per questo: per non esserci commossi di fronte al debole che crolla, fra le nostre risate. Eppure Dio me lo immagino con la faccia di Rutger Hauer. Ecco, Dio è un santo bevitore, che ha bisogno di stordirsi per reggere ogni giorno il male del mondo. Vive sugli argini spogli del lungofiume, col vestito logoro e la camicia gualcita. Beve, mentre noi ridiamo. Non credo più in niente, da quando ho visto Dio dormire su una panchina, con la bottiglia che gli pendeva da una mano. Da quando sono entrato in politica, ho capito che lui dorme ogni notte sui giornali, con gli occhi azzurri pieni di lacrime, nell’eterna umidità del lungofiume.

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