La concessione del lavoro

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La concessione del lavoro sorse
con il tavolo di crisi con il sisma
dell’Articolo Uno con l’inverno
presente con quello venturo
con lo smantellamento
e il presidio delle ore nove
con la campagna elettorale
con la scoperta della neve
con le sinistre e le destre
le glaciazioni e il crinale
sul quale vive questo paese
la concessione del lavoro venne
come una promessa calata
dall’alto una brioche della regina
un gesto un sorriso un’increspatura
nel bilancio una vetta uno slancio
un gancio un tozzo di pane una
medicina uno sputo un imbuto
“non lasceremo nessuno a casa”
prima mi licenzi e poi mi salvi
e forse attendi che ti ringrazi

Max Ponte

(incatenamento durante le proteste contro gli esuberi – poi rientrati – dei lavoratori dei musei civici torinesi, dicembre 2017)

Il senso di Chiara per il licenziamento – la mobilitazione dei lavoratori museali torinesi

foto musei

Sabato 15 dicembre 28 lavoratori della Fondazione Torino Musei apprendono da un quotidiano di essere stati messi alla porta, insomma messi in esubero, fatti fuori, liquidati, gettati alle ortiche. Nello specifico si tratta di 13 lavoratori del Borgo Medievale di Torino, 6 della Biblioteca d’Arte della Gam, 6 della Fototeca sempre della Gam (Galleria d’Arte Moderna) e 3 del Museo della Resistenza. Fra questi fortunati “licenziandi” anche chi vi scrive, impegnato come rappresentante dei lavoratori. La vicenda si sviluppa poi in vari incontri in cui il responsabile principale è l’amministrazione pentastellata di Chiara Appendino che naviga in una condizione di inadeguatezza totale, in cui i risvolti variano fra Gadda e Kafka con interessanti esempi di schizofrenia politica. Il Comune di Torino è il socio principale di Fondazione Torino Musei (assieme a Regione e fondazioni bancarie), colui che è proprietario di immobili e che ha nominato il presidente della Fondazione Torino Musei Cibrario, ma evidentemente vorrebbe andare in letargo o darsi per morto oppure fuggire ad libitum in una scia di autoprodotti terremoti e lapilli. Continua a leggere

Alie Nazioni

da qui

In questi giorni, gli articoli di Stefano Feltri, innescano polemiche infinite che non accennano a smorzarsi. Si può ragionare per secoli o millenni sull’utilità effettiva di una laurea, sulle possibilità di occupazione attuali, sulla convenienza relativa alla scelta dell’una o dell’altra facoltà universitaria. Io, la mia idea, non la cambio facilmente: se uno ha dei talenti, è chiamato a render conto di quelli, e non di altri. Se scelgo medicina perché promette un lavoro e uno stipendio più sicuri, non sarò mai un buon medico, e a rimetterci saranno i miei pazienti. Se opto per la facoltà d’ingegneria perché garantisce più assunzioni rispetto alle materie letterarie, un ponte, prima o poi, crollerà per colpa mia. Una società che non consenta a una persona di far ciò per cui è tagliata dalla nascita, è una trappola mortale, una fabbrica di esseri infelici. La rivoluzione comincia anche da qui: dal dire chi sono e cosa voglio, dal proporre al mondo le mie vere competenze, dal dare ciò che ho, e non ciò che sono costretto a fingere di avere.
Non volevo ingolfare la questione con l’ennesimo parere. Ma se seguiamo il branco in faccende come queste, la speranza salperà per altri lidi.

Vivalascuola. Scuola giovani lavoro

Scrivo queste poche righe in una condizione di incredulità e con un gran dolore nel cuore. La scuola è il luogo della tutela. Il luogo a cui affidiamo tutti i giorni i nostri figli, in cui entrano i nostri studenti, il nostro luogo di lavoro. Ciò che è accaduto a Brindisi è inconcepibile. Lunedì entriamo nelle nostre scuole proponendoci di raccontare, di commentare, di analizzare l’orrore di questo avvenimento. Dovremmo entrare listati a lutto. Dovremmo trasmettere – noi che li vediamo tutti i giorni, timorosi, indolenti, silenziosi, sorridenti – il grido di orrore con cui la scuola reagisce alla propria profanazione. Più di qualsiasi minuto di silenzio, la forza delle nostre parole deve essere il modo per dire che, qualunque sia stata la matrice di un atto tanto insensato e bestiale, noi – insegnanti e studenti – non ci stiamo, né ora né mai. Lunedì tutte le scuole d’Italia devono chiamarsi Morvillo Falcone, per Melissa che non c’è più, per Veronica e tutti gli studenti feriti, per i nostri ragazzi e per questo sventurato Paese che merita altro. (Marina Boscaino)

Tra scuola e lavoro mettiamo il futuro
di Marilena Salvarezza

Tra scuola e lavoro c’è sempre stato un legame forte quanto contraddittorio, con un’oscillazione costante tra due poli estremi. A uno l’appiattimento sui bisogni del mondo del lavoro e la spinta a “canalizzazioni precoci”, all’altro il distacco della scuola dal territorio e dalla realtà Continua a leggere

“Bar Atlantic”, di Bruno Osimo

Da Postpopuli.it

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Bruno Osimo

Bar Atlantic

(ed. Marcos y Marcos)

Un’opera brillante ma dalla sostanza profondamente seria. Bar Atlantic di Bruno Osimo – studioso di lingua e cultura ebraica e traduttore – è un romanzo edito da Marcos y Marcos che ha per protagonista Adàm, un docente universitario parcellizzato fra tante sedi accademiche sparse per il Nord Italia. Tante quanti i sono i giorni lavorativi della settimana.

La sua vita è un mosaico di momenti vissuti al volo, tra carrozze ferroviarie, amanti diverse in città diverse e un beato stordimento, che lo porta a lasciarsi andare a questo flusso ininterrotto di esperienza con ironia e spirito giocoso. Lo stesso che l’autore mette nelle spassose note a pie’ di pagina, che costellano il libro con un tocco che mi viene spontaneo associare ad alcune delle uscite più felici di Woody Allen.

Ma i temi, dicevo, sono seri. Su tutti, il precariato; lo spaesamento che induce in chi lo vive e si ritrova spezzettato in una serie sfilacciata di momenti. Manca un baricentro. Per Adàm il surrogato di questo ancoraggio interiore è l’adorata moglie, che pur cornifica abbondantemente, e anche il bar del titolo dell’opera, dove si consuma una confortante ritualità di gesti. Continua a leggere

SENZA STUPORE: ECCEZIONE E NORMA AI TEMPI DI ARCORE

 

 

«Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo non è filosofico.

Non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile».

Walter Benjamin, 1940.

 

Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all’eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.

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Una giornata di lavoro

Mercoledì. E il mercoledì a Forte dei Marmi era giorno di mercato.
Stefano “Vale” Valentini guidava sul lungomare che da Marina di Massa doveva condurlo alla ricerca di una mattinata di lavoro. Aveva trentacinque anni. Era disoccupato da cinque mesi. In precedenza era stato rappresentante di bevande, prima ancora aveva venduto dolci preconfezionati ai grandi magazzini o ai piccoli commercianti. O meglio, ci aveva provato. Mondo difficile quello dei rappresentanti.
Era stato anche barista. Aveva fatto il bagnino, il commesso, il cameriere. Ma questo era avvenuto quando era giovane. Adesso che era disoccupato guardava a quei tempi con un misto di nostalgia. Adesso qualsiasi lavoro sarebbe andato bene, qualunque cosa, purché non cancellasse quell’idea di dignità che negli anni si era costruito. Continua a leggere

ANNOTAZIONI DI UN EX POLIZIOTTO ITALIANO DAI MARGINI DELL’IMPERO

Di Orlando Botti, ex segretario provinciale SIULP di Imperia

In un “paese normale”, nel momento in cui 35.000 rappresentanti delle forze dell’ordine sfilano sotto l’unione di tutte le sigle sindacali per protestare, rivendicare, ricordare le mancate promesse elettorali del governo in carica, il ministro dell’Interno dovrebbe dare le dimissioni. Siccome non viviamo in un paese normale ma in una nazione guidata dal mass media “Orwelliano” per eccellenza che è la televisione, questo tradimento elettorale non viene a conoscenza compiutamente dei cittadini che in massima parte non legge i giornali e sopravvive grazie a certi telegiornali per cui il tutto si perde nei meandri dell’etere.

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Quasi sempre

da qui

Sono serbi, senegalesi, rumeni; vengono da tutto il mondo, ma la fisionomia è comune: il dolore, le privazioni, la rabbia, solcano il viso con linee omogenee, segni inferti dall’ingiustizia umana. Chiedo loro il nome, il paese d’origine, le peripezie dell’ultimo periodo; qualche notizia sui parenti, l’abitazione, se ce l’hanno: molti dormono in pineta, o all’ostello della Caritas. Li sostengo come è possibile a una parrocchia di periferia. Siamo sempre in cerca di un lavoro, ma spesso la gente è diffidente: rumeni e albanesi incutono timore, per gli africani si ha paura dell’igiene. Procediamo disperatamente, a tentoni, fiutando l’aria, informandoci nei modi più inconsueti. Anche un titolo di articolo può attirare l’attenzione, salvo accorgersi che non serve a nulla, come spesso, anzi, quasi sempre accade.

“Digestione del personale” – Intervista a Paolo Cacciolati

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Paolo Cacciolati è l’autore di “Digestione del personale”, un romanzo – edito da TEA – che unisce ai vari attimi di una vicenda criminosa i ricordi di vita aziendale di un ‘formatore’ del personale, Marco Michichi, un personaggio che fa strada con un atteggiamento competitivo, che lo porta però anche a truffare gli stessi dirigenti d’impresa che gli danno lavoro. E che vive la sua vita personale soffocato dalla stessa aridità in cui si è autoconfinato, o comunque si è lasciato confinare.

Lo stile ironico e brillante di Cacciolati non impedisce, anzi sollecita l’emergere di tante domande, in relazione al tipo di società di cui le realtà di tante aziende sono lo specchio.

Qui proviamo ad affrontarne alcune insieme a lui. Continua a leggere

La discesa della classe creativa, di Andrea Sartori

cgilcisluilPropongo in lettura un breve racconto, tra realtà e finzione, nel quale può riconoscersi una discreta fetta di lavoratori alla prese con l’attuale crisi. Una crisi le cui ragioni affondano in un passato da favola neanche troppo remoto.

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Il lavoro e i giorni.

COPERTINA STESA

[ E dall’antologia,  un racconto di Monica Mazzitelli]

Giovedì 29 gennaio, Roma
Ore 18.30 – Libreria Flexi, Via Clementina 9

Presentazione del libro a cura di Mario Desiati e Stefano Iucci
Il lavoro e i giorni
Venti racconti sui giovani, la precarietà, la disoccupazione

intervengono
Mario Desiati
Stefano Iucci
Raffaele Manica
Emanuele Trevi


Il lavoro e i giorni
Venti racconti sui giovani, la precarietà, la disoccupazione
a cura di Mario Desiati e Stefano Iucci Prefazione di Raffaele Manica
illustrazioni di Mario Ritarossi

Collana Arte e Lavoro, Pagine 160, Prezzo 14,00

Piero Sorrentino, Giancarlo D’Arcangelo Liviano, Chiara Valerio, Nicola Lagioia, Andrea Di Consoli, Monica Mazzitelli, Franz Krauspenhaar, Demetrio Paolin, Marco Missiroli, Elena Varvello, Giorgio Fontana, Barbara di Gregorio, Alessandro Leogrande, Tommaso Giagni, Angela Flori, Federica Manzon, Alberto Garlini, Carlo Carabba, Elisa Davoglio, Gaia Manzini.
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