Nino De Vita, “Òmini”

di Manuel Cohen

De VitaSebbene non scriva versi per canzoni e non coltivi particolarmente la musicalità e la rima, un appartato, immaginiamo anche per scelta personale, come un Roversi del Mezzogiorno, lontano dai riti dell’editoria, eppure vitale autore che in questi anni ha stampato in proprio diverse suite di versi, alcune delle quali raccolte ora in Òmini, è Nino De Vita, senza ombra di dubbio uno dei massimi poeti italiani in circolazione – sul quale sono state scritte pagine critiche memorabili, tra gli altri, da Enzo Siciliano e da Emanuele Trevi. Ricorda molto e si ispira a quella lingua dell’oralità, tanto cara a Ignazio Buttitta, la cui sopravvivenza si deve in gran parte ai cantastorie che animavano le piazze e i centri abitati della Sicilia e del Sud.

Le poesie di De Vita hanno più di qualcosa di raro, di unico, nella prosodia e nel ritmo, nell’ostensione di una rara levità, nella molta umanità e nei sentimenti espressi con misura, garbo e pudore. Sono innanzitutto lunghe, articolate narrazioni, affidate a strutture di versi pressoché brevi che ruotano intorno al settenario. Da anni l’autore scrive in questa maniera, elaborando poemetti suddivisi in paragrafi, parti infinitesime di un discorso mai finito e mai pago. È come se le strutture canoniche o quelle rastremate e minime proprie di tanta lirica neodialettale squisita e preziosa, come pure di tanta versificazione in lingua, non fossero per lui bastevoli a dire il continuum di un mondo di uomini, di vicende e di ricordi. Continua a leggere

Leonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

Leonardo Sciascia, Una storia sempliceLeonardo Sciascia, Una storia semplice: ombre nella luce della verità

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di Giovanni Inzerillo

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La assai ricca ed eterogenea produzione letteraria di Leonardo Sciascia si conclude col romanzo Una storia semplice pubblicato, per volere dello stesso autore, il giorno della sua morte, avvenuta il 20 novembre del 1989, e ispirato al furto del celebre dipinto di Caravaggio, Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, trafugato nell’ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e da allora mai più recuperato.

Una sorta di testamento letterario, di epigrafe culturale, data l’essenzialità del romanzo, dove confluisce (e forse si comprende) l’intero e certamente complicato percorso narrativo di uno degli autori a furor di critica più rilevanti della seconda metà del ventesimo secolo. Nonostante la brevità che lo ha reso, al di là di qualsivoglia concettualizzazione culturale, uno dei testi più letti e conosciuti, specie tra i più giovani, dell’autore siciliano, Una storia semplice, come recita la quarta di copertina, è «una storia complicatissima». Un tipico giallo sciasciano che, tramite il rapidissimo susseguirsi di eventi e di colpi di scena, e la fugace apparizione di comparse (il prete, il professore, l’autista della Volvo, la moglie e il figlio della vittima), si risolve, come da protocollo, con la scoperta del colpevole dell’omicidio che apre la vicenda. Con una narrazione rapidissima e una prosa fluida e scorrevole Sciascia fissa, come a comporre disordinate tessere di un puzzle, piccole parti (i paragrafi in cui è diviso il testo) in un tutto ben definito ed omogeneo. È un racconto per immagini, non è un caso che la vicenda ruoti attorno a un misterioso dipinto scomparso (non citato sebbene se ne conosca l’ispirazione), che non lascia spazio a psicologie criminali o a complicate indagini investigative. Una storia semplice è, piuttosto, uno straordinario esercizio di bravura letteraria, una formula scientifica, un quesito aritmetico, un gioco di intelligenza che il lettore, ancor più che il brigadiere o il questore protagonisti delle vicenda, è chiamato a risolvere nel più breve lasso di tempo possibile. Recita ancora la quarta di copertina:

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