Giorgio Galli, “Le morti felici”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore, 2018

Una serie di variazioni, modulate come riflessioni filosofico-narrative, sul tema della morte, del suo approssimarsi e del suo senso. Questa l’essenza de Le morti felici di Giorgio Galli, scrittore colto e raffinato, che abbiamo già conosciuto con La parte muta del canto (ed. Joker, 2016).

Che si tratti di un compositore lungamente dimenticato, come il ceco Leoš Janáček, che si dice essere morto in un letto d’ospedale mentre era insieme a una donna che amava, o di Igor Stravinsky, deceduto con la consapevolezza di essere vissuto nell’epoca sbagliata, o ancora del grande Franz Kafka, trapassato con l’amarezza di non aver raggiunto la felicità, ma con la serenità di esservisi adoperato al massimo, la morte, in questi brevi ma intensi ritratti, viene dipinta come una presenza perturbante, capace di condizionare negativamente l’agire umano ma, paradossalmente, di sprigionare, nel suo compiersi, il senso di un’intera esistenza. Continua a leggere

33. Fumo nero

da qui

Ora che hai scavato più in profondo, non ti senti più tanto sicuro. Ogni dettaglio può essere osservato da un’altra angolazione e dovresti, per coerenza, ripartire dall’inizio: dal famoso balcone sopra viale Beethoven, setacciando ogni piega del passato con un’ottica diversa, una pietà allora sconosciuta, un’attenzione all’altro che nemmeno ti sognavi. Ti sembrava di averne pure troppa, a dire il vero: quando si è piccoli e sensibili, come hai sempre immaginato, si affronta il mondo con l’idea che dall’altro possa venire solo il bene. Te lo insegnano i nonni, che vengono da Napoli con il borsone imbottito di regali: soldatini, giochi del calcio coi pupazzetti a molla, scatole colme di marron glacés. Te lo insegnano il papà e la mamma, che stupiscono di fronte a un gesto o una parola fuori luogo, come se il marchio della perfezione fosse un dato scontato e indiscutibile. Te lo insegna la maestra Battistoni, scolpendo un quattro in fondo al compito di matematica come firmasse la bolla d’accompagnamento della fine del mondo. Tu sei sempre il bambino che s’incanta, ma forse, sotto sotto, cominci a realizzare che qualcosa non gira nel modo in cui vorrebbero far credere, che la realtà contrasta col canovaccio che hai imparato a recitare. Ti accorgi che comunque devi scegliere: fra te e l’altro, per la precisione. Quando D’Autilia ti chiede per l’ennesima volta se vuoi uscire, tocca a te deciderti in favore della tua tranquillità o di quelle narici dilatate che, chissà perché, ti hanno sempre impensierito. Capisci che Antonio Guida, forse, non è così entusiasta di giocare ai soldatini, perché è capace di mollarti lì, nel salotto di casa, con lo squadrone di nordisti predisposto a una battaglia che non avrà mai luogo. Devi accettare che il padre di Domenico Buccero vi scruti coi suoi occhi a palla e che tu e tuo fratello non possiate esplodere in una risata liberante. Ti accorgi che la poesia, di cui già allora ti nutrivi, non era che una scusa per avvolgerti in una nebbia fitta, in cui l’altro non riusciva più a raggiungerti, né avevano accesso il pianto e il lamento del compagno triste, lo sguardo vitreo del mendicante infreddolito, la gelosia di tuo fratello che cominciava a tormentarti perchè vedeva in te un insopportabile rivale. T’investe all’improvviso l’ondata di dolore che hai rimosso, l’ingombro della sua terribile evidenza, la minaccia ai tuoi sogni, sempre pronti a edificare una città invisibile sulle macerie di quella originale, che agonizza sotto gli occhi elusivi del bambino. Capisci solo adesso che il mondo palpita dall’altra parte del balcone ed è inutile affannarsi a proteggere l’elefante di peluche, a pensare che tanto, prima o poi, dovrai pure tuffarti nel fiume di persone che ti scorre sotto. La balena azzurra del 708 sbuffa ancora il fumo nero dei ricordi, che adesso si deposita sulla tenda gialla del bar, sulla scritta bianca e blu del Minimax, sul muretto imbrattato da graffiti  incomprensibili di fronte al supermarket.