I racconti dell’età del jazz 7 / quando Billie Holiday era felice

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di Sergio Pasquandrea

Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.

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I racconti dell’età del jazz/trenta secondi di pura bellezza

billie-holiday

di Sergio Pasquandrea

Il jazz, si sa, è una musica di attimi. È fatto di illuminazioni fulminee, di bellezza che lampeggia e poi svanisce nel volgere di secondi, di frazioni di secondo.
Anche quando un brano dura magari dieci o quindici minuti, l’importante non è mai il prima o il dopo, ma l’ora, “here and now”. To be in the moment è una delle espressioni più usate dai musicisti per descrivere il perfetto stato mentale, quello indispensabile per creare grande musica.
E ci sono momenti, nel jazz, che sembrano condensare la bellezza in dosi quasi insopportabili: la prima nota dell’assolo di Miles Davis su So What, l’inizio del riff in fa minore di A Love Supreme, l’introduzione di Louis Armstrong su West End Blues.
È di uno di questi momenti che voglio parlarvi.

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