Vivalascuola. 50 anni da “Lettera a una professoressa”

Sono cinquant’anni dalla pubblicazione di Lettera a una professoressa. “Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente… Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni…” (Stefano Guglielmin, qui) Segnaliamo una puntata che vivalascuola ha dedicato a don Milani, un incontro a Milano, uno a Venezia, un libro. Continua a leggere

Vivalascuola. Rileggiamo don Milani

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente… Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni… (Stefano Guglielmin, qui)

L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna
di Franco Toscani

1. La “parola ai poveri”. Una lotta per la cultura e il linguaggio, per l’eguaglianza e la dignità
Lettera a una professoressa – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi. Continua a leggere

Vivalascuola. Quella sporca ventina

L’abbiamo visto anche noi che con loro (i ragazzi che non volete) la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite d i fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi. Meglio passar da pazzi che esser strumento di razzismo. (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina 1967)

Bruciare la scuola?

I miei motivi per bruciare relativamente la scuola sono
vorrei che i nostri prof a noi adolescenti con problemi ci invogliassero a venire in un’istituzione dello stato

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Viva la scuola. Lettera a una non professoressa

Lettere al ministro, due scioperi (17 e 30 ottobre), appelli, nuovo decreto, nuovi tagli, email al Presidente della Repubblica

Una lettera di Marilena Salvarezza

Si torna a parlare di scuola

Nel tanto vituperato ’68, l’anno del male, fonte di tutti i nostri guai passati presenti e futuri (perbacco, è bello sapere da storici che tutti i nostri guai hanno un inizio e un responsabile certo, basterebbe forse eliminare per decreto l’anno incriminato), usciva un libretto, Lettera a una professoressa, che allora colpì molto, scritto dai ragazzi di uno sperduto paesino toscano, figli di contadini, arrivati alla dignità della scuola grazie ad un prete scomodo, don Milani. Una scuola dove non c’era il maestro unico, ma i ragazzi più grandi insegnavano agli altri, il che è anche il modo migliore per imparare. La lettera partiva da un’istanza di giustizia e uguaglianza, quella che ora è considerata archeologia da non disseppellire. Continua a leggere

Viva la scuola. Gelmini a “Porta a porta”

di Donato Salzarulo

Invece di Gelmini in Collegio pare che abbia detto Gelmonti. Non so. Non ricordo. Però, se davvero è successo, il lapsus è perfetto.

La maestra a Porta a porta

L’avesse fatta parlare, gliele avrebbe dette e ridette di santa ragione, gliele avrebbe spiegate a
dovere con la pazienza di Giobbe. Mi riferisco alla maestra romana, in studio lunedì notte con la sua classe a Porta a porta.

Vespa, il chierico del governo in carica, l’ha tirata in ballo soltanto due volte e tutte e due è rimasto disorientato. S’aspettava risposte di conferma e, invece, tranquilla e sorridente, la maestra ha mandato in soffitta le propensioni ideologiche del conduttore.

La prima volta le ha chiesto se i suoi alunni, quando varca la soglia dell’aula, scattino in piedi.
«No», ha risposto con calma e sicura di sé la bella e brava maestra, «non lo fanno perché a scuola non è necessario rispettarsi in quel modo». Non è, infatti, una direttrice d’orchestra abituata al cerimoniale degli orchestrali che, dovendo dare spettacolo a teatro o in una pubblica piazza, s’alzano in piedi; né è caporale di una squadra. Continua a leggere