Lo scrittore dei “matti” che raccontava la follia

tobino

di Nicola Vacca

Mario Tobino, tra i più grandi scrittori del secondo Novecento, merita una riscoperta. Nonostante gli sia stato dedicato nel 2007 un Meridiano,  lo scrittore – psichiatra di Viareggio è stato quasi dimenticato.

I suoi libri, per la maggior parte ambientati nel manicomio dove lo scrittore ha esercitato la professione, raccontano l’esperienza della follia. Tobino ha dedicato tutta  la sua vita  a questo,  cercando di comprendere  l’umanità  dei pazienti che lui amava curare con la particolare attenzione del rispetto e della dignità

I  libri migliori di Mario Tobino  germogliano in manicomio,  dove egli per vocazione ha vissuto l’ intera  vita insieme ai suoi “matti”, per dimostrare  che loro sono creature degne d’amore. Ispirato da una psichiatria umana scrive  e lavora per dimostrare che i malati di mente meritano un trattamento dignitoso, vanno trattati, e soprattutto bisogna prestare cura e attenzione  per la loro vita spirituale e per la loro libertà.

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I risvolti profetici di un libro

corno

(Sarban, Il richiamo del corno, traduzione di Roberto Colajanni, Adelphi, pagine 191,18 euro)

John William Wall, conosciuto come scrittore con lo pseudonimo di Sarban, è stato un diplomatico inglese. Ha pubblicato in vita due raccolte di racconti e un romanzo.

Adelphi riscopre e manda in libreria Il richiamo del corno, un romanzo ucronico e distopico diventato un libro di culto per tutti gli appassionati del genere. Il libro fu pubblicato nel 1952 e alla sua uscita fece subito discutere.

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Dentro

Dentro, di Sandro Bonvissuto è un libro bellissimo.Ha il colore bianco della purezza, la forza di una scrittura profonda ,sicura magica, e lascia cadere parole ingioiellate.
c’è in fondo la chiave di un tempo inesploso,il vertiginoso lavoro che la parola ha disegnato , ognuna definita dal proprio peso.
c’è lo stupore di attraversare uno spazio indefinito ,presente in ogni altrove e in ogni anima e c’è il tempo che corre.
un libro e allo stesso tempo uno di quei rarissimi esempi dove è difficile trovare un confine proprio come quei “gigli vicini per puro caso”. è un libro felice amaro pungente grande e sorprendente.
dove si trovano alcune frasi cosi belle come fossero una causa urgente e disperata che il tempo inalterato provvederà a custodire. Per sempre.

Sandro Bonvissuto – Dentro – Einaudi 2012 – 184 pagine –

leggendolo, amandolo ho sentito infine la stessa astratta maliconica felicità che mi ha fatto provare questa poesia diSergejKruglov,magistralmente tradotta da Manuela Vittorelli e che lascio come un piccolo dono

“Amici lontani hanno spedito un regalo:
un batticoda, fragile uccello invernale,
imprigionato nella mica ghiacciata dell’Erebo-Neva.

Acquerello piumato, dolore glaciale,
Tutto fiorisce sulle pietre assolate
Sotto il dolce lentissimo bacio del cielo”

Le prefazioni disperse di Giovanni Nencioni

Giovanni Nencioni, Prefazioni disperse, a cura di Luciana Salibra, Firenze, Accademia della Crusca, 2011, pp. xxxvi-298.

Nato l’11 settembre 1911 a Firenze, dove si spense il 3 maggio 2008, Giovanni Nencioni è stato uno dei maggiori teorici della linguistica greca, latina e italiana, nonché il più amato presidente dell’Accademia della Crusca (da lui amministrata con passione e rara perizia nell’arco d’un trentennio: 1972-2000), che ora ne celebra degnamente il centenario della nascita con un volume a cura di Luciana Salibra contenente le prefazioni autoriali e allografe (scil. d’opere altrui, specie di giovani autori) prodotte dal grande linguista in più di mezzo secolo d’attività scientifica e professionale (1944-2002), la maggior parte delle quali — nota la curatrice — «erano reperibili solo nella collocazione primitiva, di prefazione appunto, e dunque in stato di frammentazione e per così dire di ‘penombra’» (p. iv): materiali, quindi, quasi-inediti e perciò d’estremo interesse storico e documentario. Continua a leggere

È la scrittura, bellezza!

Recensione di Riccardo Ferrazzi

È la scrittura, bellezza!, edito da Clinamen, è un romanzo-saggio come non se ne scrivevano più dai tempi de L’Uomo senza qualità o di Morte nel pomeriggio. Un meta-romanzo il cui protagonista è la Scrittura che parla di se stessa attraverso l’interagire di tantissimi personaggi. Ci vuole una bella dose di coraggio, o forse di incoscienza, per concepire e portare avanti un progetto come questo.
Eppure Fabrizio Centofanti ci riesce, reclamando i diritti della creatività folle e insofferente di qualunque regola, contro le pretese di chi vorrebbe imporle limiti e leggi. Ci riesce soprattutto con l’ironia. E basti un esempio: la scena in cui Giulio Mozzi, novello Mosé, scende dalla cima di un monte con le tavole della legge (della letteratura) e si scontra con Baricco-Vitello d’oro è semplicemente formidabile, un capolavoro di mise en abîme.
È curioso (ma è anche un evidente segnale di maturità narrativa) che proprio Centofanti, poeta e sacerdote, arrivi a coltivare questo genere, a ritenerlo il modo migliore per esporre il suo punto di vista. La sua ironia, che non ha proprio niente di pretesco, svaria su tutta la gamma dal corrosivo al melanconico, e dà il tono alle disavventure dei personaggi fra i quali, ovviamente non ultimo, si annovera lui stesso, l’autore, presenza ineludibile in un romanzo che si occupa di creazione artistica. Un romanzo che potrebbe perfino essere tacciato di citazionismo, tante sono le allusioni che contiene (e come poteva essere diversamente?), financo nell’impostazione complessiva ispirata a Bulgakov. Continua a leggere

Sonia Caporossi e Giovanni Agnoloni su Connettivismo, Tolkien e altro

Intervista di Sonia Caporossi

Da Critica Impura

Siamo i Custodi della Percezione, Guardiani degli Angeli Caduti in Fiamme dal Cielo, Lupi Siderali. Un gruppo di liberi sognatori indipendenti. Viviamo nel cyberspazio, siamo dappertutto. Non conosciamo frontiere. Questo è il nostro manifesto.

                            (Dal Manifesto del Connettivismo)

Sonia: Una sorta di panteismo postorganico, o panorganesimo posteistico, che fonde la percezione animale con l’intero universo, con la sua scia energetica, con la sua sostanza quantistica indecidibile. Una sorta di fusione e abbandono generale al senso più riposto del proprio esserci, calandosi negli ariosi ed estatici inferni del tutto, nella goccia dell’oceano cosmico vero padre delle acque amniotiche che tengono a culla l’intera umanità, l’oceano di cui anche Osho parlava, insieme al Lem di Solaris, che non a caso l’aveva reso vivo e pulsante, in forma di pianeta senziente. Questa la mia prima ed immediata percezione del connettivismo come movimento innanzitutto filosofico ed esistenziale. Giovanni, mi potresti adesso dare la tua?

Giovanni: Direi che hai colto delle vibrazioni fondamentali della poetica connettivista. Il senso di appartenenza al tutto è la chiave del termine “connessione”, che peraltro ognuno di noi membri di questa avanguardia coglie da un suo specifico angolo visuale, tanto che recentemente Giovanni De Matteo ha sottolineato come, più che di “connettivismo”, sia opportuno parlare di “connettivisti”. Personalmente, eviterei di classificare la nostra esperienza artistica in senso panteistico o panorganico. Preferisco guardarvi come a una varietà di declinazioni della presenza della Fonte creatrice in tutto ciò che esiste. E questo è un tema presente in tutte le grandi tradizioni spirituali, compreso il cristianesimo, dove Dio è Padre e Madre, ma anche Figlio (dell’Uomo) e Spirito Santo, dunque compresente a tutto ciò che esiste nel mondo materiale. Lo spirito è coessenziale alla materia; è quanto di più concreto esista (come sottolineo anche in un mio articolo che presto uscirà nel numero 17 di NeXT, il bollettino ufficiale del movimento, per la rubrica HolYsTolk, gentilmente affidatami da Sandro Battisti). Ecco perché il mio approccio connettivista tende a concentrarsi sulle atmosfere dei luoghi, le energie degli oggetti, l’intuizione primitiva – e per questo non filtrata e necessariamente genuina – dell’identità di una persona; e sulla radice intuitiva della vera sapienza, che sgorga dal profondo, dal Sé, dall’emozione nuda e dalla ferita dell’anima. Continua a leggere

L’unica cosa concreta che in fondo abbiamo

“Tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi. Emma Bovary e i Finzi-Contini sono fantasmi. Sono fantasmi gli eroi dei cicli bretoni, i re shakespeariani e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi” dice Francesco Longo in un bell’articolo sull’ultimo libro di Michele Mari, aggiungendo, subito dopo, che è la consapevolezza che la letteratura sia l’unica “scienza esatta dei fantasmi”, appunto, a innervare il nuovo libro di Mari.
La recensione di Longo è come sempre accurata e condivisibile, né mi sognerei mai di metterne in discussione i nodi focali, e l’unica ragione per cui mi sono permesso di citarne l’incipit è che quel “tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi…” ha liberato dal sistema di controllo che vi avevo costruito attorno, tutta una serie di riflessioni che da tempo gravitavano ai margini di alcuni dei miei post.
Non ci sono dubbi circa i fantasmi. Nessuno sano di mente al giorno d’oggi ne metterebbe in discussione l’esistenza. Io ad esempio Continua a leggere

chiunque cerca chiunque

francesco è per me più di un amico
è stato la mia ombra in giornate di pioggia e compagno di risate in giorni pieni di sole
mi ha fatto diventare personaggio di un racconto
mi ha dato nuova linfa per le lettere e abbiamo parlato della poesia come con nessuno mai
e con lui ho in comune un grande amore per la stessa città: Parigi Continua a leggere

Da Somewhere ai TQ

di Franz Krauspenhaar

Stanotte su Sky ho visto l’ultimo film di Sofia Coppola, Somewhere. Non vado più al cinema, è una perdita di tempo. E’ un pò come andare allo stadio: con tutte le partite visibili sul piccolo schermo perchè pagare il biglietto, lo spostamento, perdere tempo? La tv satellitare ha dato il colpo mortale al calcio dal vivo e al cinema sul grande schermo. E così sia, anche perchè il mondo è cambiato, e soprattutto si è involgarito, e no di certo perchè si dicono più parolacce in pubblico. Quando qualche anima bella mi accusa  di cattivo gusto spiego che simile categoria appartiene ai borghesucci del dopoguerra, o agli arricchiti dell’oggi, quelli che comprano i loro quadri a Telemarket. I clienti di un demente della pittura come Mark Kostabi. Tornando a me, stanotte, insonne come sempre, ho visto Somewhere. Continua a leggere

L’arte non è democratica. Parola di Flannery O’Connor.


La scrittrice Flannery O’Connor indagò a fondo l’azione della grazia «nel territorio del diavolo». E affrontò una vita assediata dalla malattia con la fede marziale di una Giovanna d’Arco: «Sono sola a presidiare la fortezza…».

di Paolo Pegoraro

Negli Stati Uniti è un’autrice di culto. «La più grande scrittrice di racconti della mia generazione», secondo Kurt Vonnegut, ma l’adorano anche cantanti e registi: Nick Cave e Quentin Tarantino, tanto per fare due nomi. Il critico Harold Bloom l’ha inclusa tra i cento più grandi autori della letteratura mondiale di ogni epoca, dichiarandola sorella di Dante, Cervantes, Shakespeare e Dostoevskij. Perché la lettura di Flannery O’Connor non lascia uguali a prima. Semplicemente non può. Il primo incontro con le sue opere è in genere traumatizzante. La prosa, di una densità intollerabile, tiene incollato il lettore alla pagina costringendolo a vedere ciò che non vorrebbe. Profeti fanatici, bambini impiccati, figure androgine o cupamente scimmiesche, disabili annegati, vecchi rabbiosi, corpi deformi e arti amputati, mostri di rispettabilità e ragazzini molestati, seduttori e ladri e assassini ovunque… un repertorio da far impallidire Bret Easton Ellis. Eppure a offrircelo è una signorina cresciuta nel bel mezzo della Georgia puritana d’inizio Novecento, la quale amava affermare: «Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica». Una signorina che non si compiace mai dell’orrore e tanto meno lo compatisce: lo descrive con l’implacabile comicità della vita, come una storiella che fa ridere chiunque meno il suo permaloso protagonista. Continua a leggere

Confutationes (II)

L. Baldacci

Luigi Baldacci

Questo mi separava dal mio amico Luigi Baldacci: l’idea che la narrativa viva di stati tiepidi: «a volte i narratori dovrebbero essere più ‘crociani’: pensare cioè che il mondo di uno scrittore è una cosa che c’è, sì, ma che non si vede da vicino. Essi credono invece alla teoria del “tutto è in tutto”, e che uno scrittore vero debba sempre esser riconosciuto dall’unghia: la pagina, il rigo, la parola» (L. Baldacci, Ricette per il romanzo, in Id., Libretti e altri saggi, Firenze, Vallecchi, 1974, p. 15).

«La parola? Di più: la sillaba — replicavo con un sorriso di sfida —, il fonema, la virgola! Non ho bisogno che la narrativa simuli la vita e riproduca la realtà. Io esigo costruzione, sintassi, musica. Artificio».

Confutationes (I)

«Il critico vive di seconda mano. Egli scrive su qualcosa. La poesia, il romanzo o il dramma bisogna darglieli; la critica esiste in virtù del genio altrui» (George Steiner, Linguaggio e silenzio, Milano, Garzanti, 2001, p. 15).
Assunto delirante, giacché postula l’assurdo d’un’arte priva di utenti, sganciata dagli ormeggi della fruizione e indifferente agli acidi dell’azione ermeneutica. La quale, viceversa, ne rappresenta la necessaria catalisi, il vero atto di nascita, essendo non solo in grado di rivelarne struttura e segrete ragioni, inafferrabili ai più (non di rado allo stesso autore), ma di tramutarli in edificio di pensiero, stile: ossia in un’opera a sua volta autonoma e originale che, no, non sarebbe sorta senza il suo referente, ma neppure questo avrebbe potuto compiutamente costituirsi, posto che la realtà estetica si determina ― esattamente come avviene in fisica subatomica ― nel momento in cui lo sguardo dell’osservatore si dispiega sulla cosa osservata. È indubbio che l’artista scavi nell’uomo e nel mondo, mentre al critico incombe il dovere d’esaminare esiti e procedure d’esso scavo; ma non è forse altrettanto indiscutibile che anche l’operato dell’artista sia parte integrante del mondo e dell’uomo?

Tolkien. Schegge di Luce e vibrazioni di pensiero.

Recensione di Giovanni Agnoloni

Ritornare alla luce. Questo potrebbe essere lo slogan per sintetizzare il contenuto di questo mirabile saggio di Verlyn Flieger, Schegge di luce. Logos e linguaggio nel mondo di Tolkien, edito dalla Casa Editrice Marietti 1820 (2007), per la collana “Tolkien e dintorni” diretta da Emmanuele Morandi e Claudio Antonio Testi (che è anche autore della “Presentazione” dell’opera, con cui il volume si apre) (trad. di G. Bencistà e M.R. Benvenuto).

La Flieger, una delle massime studiose di J.R.R. Tolkien a livello mondiale, ci offre la chiave per comprendere il pensiero filosofico che sottende l’intero Legendarium del Professore di Oxford. Una filosofia che fa tutt’uno con la sostanza linguistica dell’opera del creatore della Terra di Mezzo. E che ha alle spalle il pensiero di un altro Inkling, non certo il più noto ma uno di quelli più influenti: il filosofo, poeta e critico Owen Barfield. Continua a leggere

What do you think is…?

Di ritorno da una gita alle Cinque Terre un’amica olandese della mia ragazza mi ha chiesto quale pensavo fosse lo specifico, o per meglio dire il cuore, della scrittura. Pochi minuti prima aveva rivolto la medesima domanda alla mia ragazza – con riferimento alla fotografia però – e lei le aveva risposto con una certa sicurezza “la luce”.
La mia ragazza è appassionata di fotografia ed è fotografa dilettante. E come molti nella sua situazione, ha una relazione conflittuale con ciò che ama. Il suo è un vero e proprio rapporto d’attrazione e fuga. Nondimeno pare conoscere la fotografia meglio di quanto io alle volte presuma d’intendermi di letteratura.
La domanda, per essere esatti, era stata la seguente:
“What do you think is the core of photography?”
“Light” aveva replicato. Continua a leggere

Pro/vocazioni. Interviste a scrittori e poeti. A breve la ripresa della rubrica.

Mi scuso tramite queste righe con i lettori di “Pro/vocazioni”, la rubrica di interviste a scrittori e poeti che a quanto pare riscuote un certo successo.

Negli ultimi mesi sono stato impagnatissimo nello scrivere due libri: uno dovrebbe intitolarsi “La passione del calcio” e uscirà in primavera con la Perdisa di Luigi Bernardi. L’altro l’ho dovuto scrivere a tempo di record (un mese) perchè esce per questo novembre. Inaugura una collana di narrativa “spuria” per la casa editrice barese Caratterimobili. Titolo del mio romanzo “1975”, bollentemente autobiografico. FK a quattordici anni, nella Milano delle Molotov e soprattutto dei giovani mandati al macello – come da “buona, secolare tradizione”.  Sono arrivato a fine stesura con la lingua di fuori, senza aver fatto nemmeno mezza giornata di vacanza, e con un sacco di arretrati, soprattutto le interviste – a cui  tengo molto – di “Pro/vocazioni”, una creatura di Fabrizio Centofanti e mia che mi riempie d’orgoglio, benchè certi soloni qui presenti abbiano paragonato le mie domande a quelle di Marzullo. Beh, meglio Marzullo di uno che quando scrive di un desaparecido come Antonio Pizzuto ti rende la lettura ancora più ostica. Magari non nelle scene di sesso: lì, per farcela un pò più chiara – si fa per dire- avrebbe usato – invece di “fottere una fica”, l’elegante e tranviaria espressione “obliterare una fessura a stampa d’estasi.” Cosa crede questa gente, che qui si dorma, che si legga l’Almanacco di Topolino?  La cultura contemporanea è fatta di alti e bassi, di pop e di Anton Webern. No di certo di un Luigi Nono, che ebbe solo il gran culo di sposare la figlia del genio Schoenberg. La letteratura noi la facciamo nel 2010, con sangue dolore – malore- e lacrime, questo dev’essere chiaro; e per quanto è vero Iddio, e come dice la Philips, “siamo fatti per durare.” Ma si sa, se qualcuno ha voglia di polemizzare la mia porta è sempre aperta. Anzi, spalancata. Non pretendo di convincere nessuno del mio valore: mi accontento di confonderlo.

Per finire (in Unità Coronarica) un bell’infarto. Colpa anche di una vita sregolata.

A breve dunque riprendo la pubblicazione delle interviste, più grintoso di prima; alcune sono assolutamente da non perdere. Devo stabilire le date, comunque riparto col grande Franco Buffoni e raddoppio col mio amico personale – e poeta senza se e senza ma – Martino Baldi.

A presto.

Franz Krauspenhaar

La luna di Cesare Pavese e quella del dottor Morino

Santo Stefano Belbo. Ci sarà anche il medico acquese Gianfranco Morino tra i vincitori del Premio “Pavese 2010”, nella giornata di gala in programma alle ore 18 di sabato 28 agosto, presso la casa natale.

Ma, prima di soffermarci sul nostro concittadino, impegnato a Nairobi, nell’ambito delle iniziative World Friends, non possiamo non segnalare l’interessante preludio alla manifestazione di sabato 28 (ore 21.30, Cortile dell’Agriturismo Gallina, appena fuori il paese).

Grande l’attesa per l’incontro di cui sarà protagonista Margherita Hack, chiamata a dialogare insieme con Giovanna Romanelli (presidente della Giuria del Premio) sulle stelle e sulla luna, partendo dall’opera pavesiana. Ospite della serata anche la poetessa Maria Luisa Spaziani, che ricorderà lo scrittore delle Langhe e leggerà alcune sue poesie ispirate a Selene e alle stelle. Continua a leggere

Reale come una favola. Le storie infinite di Michael Ende

di Paolo Pegoraro

«…ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta». Se questa frase vi dice qualcosa, probabilmente siete tra i fortunati che hanno amato un curioso romanzo in 26 capitoli, alcuni scritti in rosso rubino e altri in verde acqua, ma tutti introdotti da grandi capolettere che procedevano ordinatamente in ordine alfabetico, dalla A alla Z. Se invece questa frase non vi dice nulla, siete probabilmente tra gli sfortunati che conoscono solo i film liberamente ispirati a La Storia Infinita e cordialmente detestati dal suo autore.
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La scoperta della Montagna

Articolo di Emerico Giachery

(autore di Voci del tempo ritrovato, che ha da poco ricevuto il Premio “Val di
Comino”
, 35a edizione)

Quanto monotona sarebbe la faccia della terra senza la montagna…
Immanuel Kant

L’autentica, la profonda scoperta della Montagna per me avvenne tardi. Per trascuratezza o pigrizia, o perché assorbito da altri impegni e interessi, non diedi ascolto alle reiterate esortazioni («Ma quando ti decidi a venire in montagna?») dell’amico Federico Tosti. Guida alpina e poeta romanesco della Montagna, da lui misticamente venerata e sempre scritta e pensata con l’iniziale maiuscola, Federico (da me rievocato nel recente volume Abitare poeticamente la Terra), ormai ultracentenario, e sempre riconoscente verso il dono della vita, alcuni anni or sono si avviò all’ultima ascesa verso sperabili altezze non terrestri. Continua a leggere

Teratografia – di Vladimir D’Amora

Vladimir e poi D’Amora, 36 inverni che so’ finiti tutti, biondo. E napoletano che non ama Napoli, e non solo perché la pizza è ormai di gomma. Indeciso tra Cruyff e Maradona, separato, vendo quelle scritture la cui morte è fantasma, ancora. Due bei lutti, come corpi morti di animali, intrattabili, col coro di sfibranti mormorii e martello. Convivo, ora, con una femmina ossuta, di quella distonia che sì giova al feticismo erotico, ed un fratello camuso e quasi ventenne e bello come i gelati. Quando guadagno, mangio e bevo e leggo, il vino nero, chiuso, sincero. Ma vendo parole, operazioni di parole, spiritica verticalità, con un pizzetto indecente, terso e rado. Continua a leggere

L’escursione #3 di Franz Krauspenhaar

La notte ci percuote,
il tamburo di latta
batte incessante disillusi rintocchi
di tempo – illudersi è sparire, fare
la fine d’ogni specie rara, bestie
da zoo di provincia che grattano
le zampe su piastrelle sporche. Continua a leggere