Annalisa Ballarini. Poesie

coverÈ “Elicanto” il nome di quel fiore?
Della forma perfetta come un origami?
Lo cercano nella simmetria degli emisferi giustapposti,
lungo l’asse della linea mediana, e cercheranno,
fermato il vascello sospinto verso aurore boreali,
percorrendo palmo a palmo le lettere innervate
sui segmenti delle braccia senza scorgere alcun nome.

Io lo vidi, il fiore senza nome, abbagliante
su un muro scrostato, e mi piacque
chiamarlo Elicanto. Cerchino pure altrove,
loro: alla radice del collo, scandagliando
le giunture delle vertebre, mentre il fondale
prepara la sua frescura nel cascinale di collina
dove gli Elicanti al plauso di un volo
sussultano nel buio.
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Eretica erotica umbra. Anna Maria Farabbi a Milano

Frammentario_PedoneAbse

Venerdì 22 febbraio alle 18, presso la Libreria Odradek, via Principe Eugenio 28, Anna Maria Farabbi presenterà il suo ultimo libro. Frammentario di Carmela Pedone è idealmente un’opera a quattro mani, curata da Farabbi e pubblicata da LietoColle lo scorso ottobre, dopo la prematura morte dell’autrice. Partendo da Frammentario dialogherò con Anna Maria Farabbi sulla sua poesia, pubblicata in numerosi libri (tra i quali Adlujè e Abse, ed. Ponte del Sale). L’ingresso è libero, la zona quella di Viale Cenisio: MM5 (linea lilla, fermata Cenisio), autobus 69, 78, 91, tram 12.
Di seguito, anticipo la parte iniziale di un mio saggio inedito sull’opera di Farabbi e tre sue poesie da Abse.
(GM)
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Frammentario. Anna Maria Farabbi con Carmela Pedone

 

Frammentario_Pedone
io non mendico     consegno a te il suono
della mia cenere

A.M.F.

*

La poesia esiste, non si cerca: si trova. Dimora anche in luoghi e persone sommerse. Può essere scoperchiata improvvisamente, non come tesoro archeologico, ma come creato vivente da ridistribuire alla comunità. Come nutrimento e energia corrente. Continua a leggere

“Essere gli altri” di Alessandra Corbetta

alessandra

NEI FRAMMENTI
C’è una fortuna nella moltitudine:
tu non la vedi o non credi;
ma c’è una forza negli sprazzi
quando dell’intero solo il ricordo è ammesso.

Forse per questo
io amo stare dentro i frammenti:
perdonami
per questo tutto
che non posso volere
interamente.

da “Essere gli altri” di Alessandra Corbetta (LietoColle)

***

Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e collabora come Web/Social Media Master e come Content Writer con La Casa della Poesia di Como. Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2. Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica “L’amore non ha via” e per Silele Edizioni il romanzo “Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale)”. Scrive di poesia, società e cultura per il blog Tanti Pensieri e di New Media per il giornale online Gli Stati Generali. Per il blog Menti Sommerse dirige la rubrica poetico-letteraria “I Fiordalisi”.

Per info sul libro
Il sito dell’autrice

Negli abissi lucenti: leggendo Mnemosyne di Michele Montorfano

michele-montorfano-mnemosine

di Dario Talarico

Muoversi dalla storia è sempre difficile; quando questa è mondiale (o di pubblico dominio) ancor di più. Non resta allora che prenderla a spunto, per poi spersonalizzarla in un sistema assoluto e comune di segni, in un linguaggio delle nervature, fino ad immaginare ciò che forse Michele Montorfano ci suggerisce tra le righe: un poliglottismo della e nella morte, dove «la grafia è universale / mentre si scolano i corpi, / li si lasciano appesi ad asciugare» (XXVII). Continua a leggere

Pasquale VITAGLIANO – Cibo senza nome

Notte, è notte, è notte
pietra contro pietra,
foglio su foglio,
mattone dopo mattone,
ho spolpato la mia colpa
di essere – come dici tu –
perfettamente senza costrutto;
un talento inutile
riverso sul letto, un addio scordato,
secreto da una sagoma di carta
che esecra un duttile congedo
che chiama morte la più infantile
posa della vita.
Segreta è la lettura di questa vita apocrifa
che non tramanda la propria
verità palese, ma resta pensile
dentro una docile rete che pure
i denti non squarciano.

Sa di fame il morso delle mie parole.

* Continua a leggere

Lorenzo PEZZATO – Dipendenze, abbandoni e strane forme di sopravvivenza

“Ma un dolore così grande/urla vendetta ai quattro venti”, dicono due versi di Lorenzo Pezzato contenuti nella sua recente raccolta poetica “Dipendenze, abbandoni e strane forme di sopravvivenza”, edita da Lietocolle. Versi che possono indicare, oltre che una chiave di lettura sulla sua poetica, una forma di dolore fortemente sentita in questi anni sciagurati di crisi e di cambiamenti vorticosi, in ogni campo. Crisi in cui il ritrarsi in una dimensione privata, isolata, o di olimpica indifferenza, però, non solo non ha preservato ma, ancora più, ha disgregato e indebolito il corpo sociale nel suo complesso. Continua a leggere

Il cibo senza nome, di Pasquale Vitagliano

Anche se mi parli, tu taci
il silenzio che hai dentro,
tu taci il vuoto prima del verbo,
tu taci il pugno cieco del rumore.

[Pasquale Vitagliano.]

recensione di Franz Krauspenhaar

Conosco da tempo il lavoro di Vitagliano, poeta e scrittore di Terlizzi, borgo del barese, posto che insieme ad altri posti mescola civiltà contadina e urbanizzazione e mercato, essendo Bari una città di scambi a tutto campo. In questo reticolo dove stanno umori e incidenze disparate, Vitagliano muove da sempre  le sue parole poetiche con circospetta forza drammatica. Quest’ultima raccolta, edita da Lietocolle, esprime, come nei versi citati, il silenzio duro di un tacere, l’impossibilità di farsi spiegazione di ogni cosa, l’impossibilità di una vera definizione del vivere. E la cosa a mio avviso straordinaria è che il poeta fa questo con le armi di una poesia molto fisica, a volte molto concreta, limata e allo stesso tempo piena di crepe, come nella terra contadina attaccata dal solleone, dove le immagini si stagliano e trovano fondamenta durature, invece che provare a far cantare l’inspiegabile con parole sommesse o aeree o surrealistico-visionarie, come per ricalcare il fumo inodore dell’imprendibilità metafisica. Così la poesia di Vitagliano mi appare nettamente come metafisica quasi nel senso di un De Chirico degli storici inizi, violentemente visiva ma potentemente e avvertitamente circoscritta, tendente all’esattezza, cosicché i veri amanti della poesia vera troveranno qui pane per i loro denti, grande serietà d’intenti, maturità raggiunta, segni anche materici di una letterarietà estrema ma non fuori luogo, fatta per farsi ricordare.

“Il peso di pianura” a Milano

Venerdì 28 ottobre 2011 alle ore 18.30 presso la libreria EquiLibri di via Rodolfo Farneti 11, a Milano, LietoColle promuove l’incontro poetico con Nadia Agustoni con la raccolta Il peso di pianura, LietoColle 2011.

Intervengono Piero Marelli, Anna Lamberti Bocconi e Gianni Montieri. Coordina l’incontro Diana Battaggia. Continua a leggere

Pietro PANCAMO – Poesie

Da: «Manto di vita» (LietoColle)

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella
lungo le impronte delle mie scarpe;
il giorno che saluta frantumato,
quasi appostato
fra le dita.
Ogni minuto è fluido di rumori:
sbattono le ali
contro pannelli d’aria. L’impatto
vibra di scherno:
è un lazzo di sdegno
voluto dalla mia notte.

* Continua a leggere

Roberto RAIELI – Poemi muti

ho contato tutte le foglie
di questo ramo di ulivo
che separa i miei occhi dal resto
la mia vista è sfocata da rivoli tossici
ossessionata dall’invidiare la luce
che buca questo tetto ai miei sogni
l’universo è di là dal mio corpo
sceglie i più adatti i pazzi i curiosi
i giganti hanno lo sguardo oltre il mondo
il sole tramonta aiutato da Dio
vende pace inattesa ai miei sforzi
tutto si arrende al nero uniforme
anche se tu non ci sei
riesco a sentire l’abbraccio
della nostra coperta di lana
ristretta e scucita
su cui sono sdraiato
23 nov 2008 Continua a leggere

Nadia AGUSTONI – “Il peso di pianura”

Il peso di pianura è il titolo dell’ultima raccolta di Nadia Agustoni (Lietocolle 2011) dopo Taccuino nero (Le voci della luna 2009); ed è anche il titolo della seconda sezione del libro, assieme a Cosa vuoi che dica la polvere. Titoli che paiono assumere un carico di ironica disillusione; associamo infatti l’idea di peso alla salita, piuttosto che alla pianura; una pianura che, del resto, potrebbe intendersi come appiattimento: il peso dell’appiattimento, appunto; una sorta di resa a qualcosa di negativo. Il titolo della prima sezione, Cosa vuoi che dica la polvere, richiama invece quello del romanzo di John Fante Chiedilo alla polvere, storia che ha come protagonista lo scrittore Arturo Bandini col suo sogno, infine deluso, di successo letterario e di rivalsa sociale. I versi “…qui viviamo,/qui moriamo, un dio non ci ha salvato.” concludono il testo di apertura, dal titolo eponimo della sezione, dove i diari dell’olocausto diventano la deriva di un re e di un regno, con l’immagine, forte, di un Edipo ormai vecchio e cieco preso per mano dalla figlia Antigone, entrambi in fuga facendo il vuoto, intorno. Continua a leggere

Anna Maria CURCI – Inciampi e marcapiano

“Non si può scrivere/per salvarsi l’anima./Lei, data per persa, passa avanti e canta” è scritto nell’esergo di Maria Luise Kaschnitz, che apre la raccolta di Anna Maria Curci “Inciampi e marcapiano” (Lietocolle, 2011); mentre di quest’ultima leggiamo: “Ormai soltanto questa m’è rimasta/la libertà del folle, del giullare./Col cranio raso o le trecce da rasta/non può, non sa far altro che cantare” (Narrenfreiheit). Non si scrive dunque “per salvarsi l’anima”; il poeta, come il folle, canta perché “non sa fare altro che cantare”. Continua a leggere

Cristina Leti, “Terza remigante”

 

 

SALA-MACCHINE

 

Alla fine del terzo giorno,

il fuochista

mi fasciò stretti i polsi,

con larghe corregge di cuoio.

Anche quando il corpo duro

riposa sulla panca,

io sento la tensione

e la pressione

dell’infiammazione sulla slogatura.

Ma è così, m’ha detto, che si diventa elettricisti.

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Nadia Agustoni, Il peso di pianura (Lietocolle, 2011)

 

 

Dal libro primo: Cosa vuoi che dica la polvere

 

uomini-foreste

 

l’animale fuggiasco e lumini-astri

fabbrica-stella appesa al gesto

il buio nel largo del mondo e sghemba ai paesi

si dilunga terra da terra ci distrae soltanto la lisca di brina

l’indizio-corolla o il cielo quando si divarica

e nuvola s’apre d’acqua e riempie fessure

ogni voce racchiusa dietro speranza

e uomini-foreste s’impigliano ai nomi.

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Anche Carver ha scritto poesie – Daniele Gennaro

di Franz Krauspenhaar

Una raccolta comprendente 50 poesie abbastanza brevi, divise in sei sezioni. L’autore, Daniele Gennaro, classe 59, è uno psichiatra di quel Piemonte alessandrino che guarda a media distanza le selve e i mari della Liguria. Genova fa ben sentire la sua influenza, così che possiamo parlare di una terra lieve e mesticata. Gennaro scrive con la sua penna affilata versi veloci e fortemente impressionistici, poco attenti alla sonorità. E’ un rifarsi, il suo, a una poesia prosastica che appunto canta poco e solo per avventura, e che secerne immagini spesso impreviste accostando parole desuete con altre a noi molto vicine nel tempo; e anche, spesso usando verbi inventati traendoli da certi sostantivi. Il titolo richiama alla poesia in forma di prosa (o viceversa) del grande scrittore di racconti americano e forse è la cosa meno riuscita di questo buon esordio. Apre le danze una bella prefazione di Elio Grasso. Continua a leggere

“Amnesie amniotiche” di Pasquale VITAGLIANO

amnesieamniotiche

Città III

Ostie disadorne
o tavoli duri
e ripide pance
verdastre.

Non è più mitica
la miseria lucana,
da quando non sventolano
più le bandiere.

Formattati
da rupestri infohouse,
più forte e più antica
è la durezza della pelle,
l’afrore delle parole
e la deformità degli arti.

Per vincere
le salse montagne
rinnegheremo tre volte. Continua a leggere

Antonio FIORI – Poesie da: “Trattare la resa”

fiori_solo102

 

 

 

 

Rina in giardino

Concerto di ronzii di calabroni
in tarda primavera nel giardino
– ricordo il sorriso e la postura
in quella sera sarda di profumi
di Rina dolce seduta al tavolino.
Non so se conoscesse i fiori
ed i misteri dell’arte del giardino
gli insetti strani o i bulbi bruni
– so solo che vendette gli anni
un giorno di nascosto
ad un bambino. Rina è così
rimane senza età, si guarda intorno
sempre un po’ svagata ed oggi è qui
nella fotografia che l’ha fissata.

Provette ed alambicchi anche noi usiamo,
genetisti autodidatti della parola
e ben sappiamo, irta di dubbi e fedi
la vita, nostra sostanza sola.

Nota: gli ultimi quattro versi costituiscono un testo autonomo, ‘Provette ed alambicchi’, della raccolta Sotto mentite spoglie( Manni, 2002)

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