Scordarsi

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Da quanto tempo non ti dico amore.
Mi chiedo se sia giusto regalare
vita senza il diritto a proferire
la parola che conta
e senza abbandonarsi
a quell’unico sguardo che riposa.
Mi chiedo se sia giusto, Dio, pensare
per un momento
di lasciarsi sfuggire una parola
e poter dire quello che mi sboccia
dentro, come un fiore.
Mi chiedo, Dio, se hai mai guardato in viso
una donna provando il desiderio
di confessarle che, per un momento,
hai perso il filo, hai dimenticato
di sollevare il mondo,
se sei stato tentato di mandare
tutto all’aria, un giorno, solo un attimo,
il tempo di baciarla sulla bocca,
di sentire il respiro nel respiro
e se ti sei ripreso appena in tempo
per convincermi a fermarmi, pensare
alla gente che aspetta di finire,
ai disperati, ai soli, a tutti quelli
cui basta una carezza per tornare
alla vita, scordarsi di morire.

71. Non li può sentire

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L’ambulanza è arrivata: come molte altre, è un furgone bianco con la striscia arancione che lo percorre orizzontalmente da ogni parte. Sul tettuccio, due luci intermittenti sembrano corna di profeta o di demonio, quasi a dire che qui si consuma il dramma della morte o il miracolo della guarigione. Continua a leggere

34. Erbacce

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Il gel da barba anti-irritazioni si esaurisce in breve tempo: forse il dottor Cavedagna lo usa in quantità eccessiva. Alla fine, la crema si estenua in fili sottili da spremere con pazienza certosina, lasciandoli addensare in spirali verdastre che formano una collina scintillante, destinata ad appiattirsi nuovamente sulla guancia ispida e scura del mattino. Il rasoio a cinque lame è sempre più urticante, perché il dottore lo utilizza finché non scortica la pelle: potrebbe informare la collaboratrice domestica, ma dimentica sempre di aggiungerlo alla lista della spesa. Continua a leggere

2. Emozioni

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Cosimo non ricorda perché ha deciso di pubblicare i suoi romanzi in rete, prima che in cartaceo. La discussione, pensa, può giovare allo sviluppo della trama, all’approfondimento dei personaggi, alle svolte della storia che – ormai ha imparato – si producono estemporaneamente, come nella vita, dove le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Continua a leggere

Sala parto

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Ora che osservo la vita da un valico incontaminato, inaccessibile agli interessi che spesso inficiano i comportamenti umani, posso affermare – con la certezza possibile all’universo della provvisorietà – che decisivo è il sentimento autentico, portato alla luce in mezzo a obiettivi contingenti e compromessi, riscattato dal carcere dorato di ambizioni e cupidigie, pretese e megalomanie. Solo da qui si rivela l’inganno sotteso a un personaggio alieno dalla nostra essenza, che adottiamo ritenendolo più adatto a razziare ciò che capita a tiro, incurante delle esigenze altrui. Non so se sarà sufficiente una visione a tempo ormai scaduto; non so se un Dio migliore di me potrà accordarmi un appuntamento fuori orario, un perdono che renderebbe il letto di morte una sala parto pregna di attesa trepidante. Io resto qui, per la prima volta vero, in vita mia.

Ricominciare

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Ancora sul cominciare dalla fine. Un esercizio utile è quello di pensare all’epigrafe sulla propria tomba. Nei cimiteri si trovano le iscrizioni più svariate: dagli affetti agli hobbies, dalla squadra del cuore all’automobile o alla moto, soprattutto in caso di incidente. Questi ultimi, forse, sono i casi più inspiegabili; ci si aspetterebbe che, avendo perso un figlio sulla strada, ci fosse una specie di damnatio memoriae per la causa della perdita: la cancellazione dell’oggetto in saecula saeculorum dalla mente e dallo sguardo. Invece, eccola lì la motocicletta scintillante di luci e di colori, a dimostrare che tutto ciò che amiamo ce lo portiamo dietro, quand’anche fosse la ragione della nostra fine. Si comincia da lì; e da lì si ricomincia.

La siepe

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Vengo a piangere a Loreto le lacrime che a Roma ricaccio sempre dentro, perché ogni volta c’è qualcuno o qualcosa a cui pensare. Qui mi commuovo quando e come voglio: davanti alla Madonna o al Santissimo protetto da una specie di sipario, dove entrano piccioni a tradimento, sulla strada verso la terrazza azzurra di Sirolo o lungo le curve in saliscendi che portano faticosamente a Recanati. Visto tra le lacrime, il mondo è un’altra cosa: risponde alle attese, è plasmato, metro per metro, dai desideri più profondi. Quando appare la siepe di Leopardi, sento che al di là di essa c’è il tuo volto, la piega del sorriso che canzonava la serietà eccessiva dietro cui mi trinceravo. Dalla balaustra scura di Sirolo non si vedono navi, e neanche vele: c’è troppo vento. Eppure, se piango, le imbarcazioni salpano dal cuore, la tempesta estiva scompiglia gli angoli del tempo, tutto è nuovo oltre la siepe che chiamavo morte, e  invece mi permette di vederti.

Presto, presto

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Via i lavavetri. Cos’è questa ressa ai semafori? Ti fermi e piomba qualcuno con un’arma impropria, un pericoloso spazzolone grondante di acqua sporca. Prima o poi scateneranno l’arrembaggio con siringhe infette e forse con pistole o bombe a mano. Se accetti i lavavetri, devi dare carta bianca anche a zingari e mendicanti di ogni risma, gente che non vuole lavorare, feccia che osa invadere lo spazio delle persone perbene, senza chiedere permesso. La città sta diventando intollerabile, un magma di varia umanità senza arte né parte, alieni che non sanno cosa sia una busta paga o un sette e quaranta. L’ombra dilaga, il rovescio sta prendendo il sopravvento, un incubo ricorre nella notte: due occhi che mi fissano, immobili, come se aspettassero qualcosa, ansiosi di vedere al di là della finestra, decisi a restare finché il vetro è ancora sporco.

Tra poco arrivano

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Tra poco arrivano. Ci sono macchie chiare, sapientemente dosate con zone contrapposte, di diverso colore. Il chiaroscuro è essenziale, in questi casi. Bisogna che la mente sia presa senz’accorgersene, una specie di trappola per topi. E i topi sono tanti, già pronti con l’acquolina in bocca, i baffi in perenne movimento. Sono lì che aspettano impazienti, la coda dell’occhio spia curiosa l’orizzonte dello schermo, perché questo è il tempo, è questione di ore, forse di minuti. Ora ci giungono per categorie, come se avessero a che fare col pensiero, la filosofia, come ci fosse qualcosa in comune con la materia grigia. La loro natura, invece, è una pesantezza invincibile, incollata al grado zero della vita: più in basso non c’è niente. Eppure miriadi di persone si mobilitano, sgomitano, sognano, per lo stesso, poco nobile motivo. Facciamo una mozione, supplichiamo insieme: risparmiateci.

TIME TO DIE: IL TEMPO DI MORIRE

I. «Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti ‘tu muori’» [Lucio Battisti]

«La vita sul palco: sì! Il palco nella vita: no!». Mi disse, pieno di prudente/previdente – profezia. All’epoca, come nell’ora, non è detto: l’autodeterminazione sposi l’autoconservazione. Vero che il corpo è uno strumento. Vero anche che Qualcuno bruciò – il suo strumento. Quello che resta è la Musica. Esistono contenitori che modellano il contenuto. Esistono contenuti che spezzano i contenitori. Per quanto si cerchi di ‘bilanciare’ è sempre una Spada di Brenno, una Spada di Damocle! Si deve: scegliere! Imperativo e Categorico: o sopra o sotto il palco! Aut-Aut: scelta obbligata! E scelgo: non starò sotto! Al di là dell’Alfabeto di Ben-Sira o dell’Anonimo che sia stato, al di là del lignaggio di Lilith che motteggia: «Ella disse ‘Non starò sotto di te’ , ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra’». Continua a leggere