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Non solo in Egitto: nel bel paese 51 anni fa . . .

di Antonio Sparzani

Oggi è il 15 dicembre e nella notte tra oggi e domani morì 51 anni fa (Democrazia Cristiana imperante, Mariano Rumor presidente del consiglio e Franco Restivo ministro degli interni) Giuseppe, detto Pino, Pinelli, caduto in oscure circostanze da una finestra della questura di Milano. 51 anni sono passati, ma non riesco a lasciare questa data senza un commosso e indignato pensiero. Il questore di Milano era al tempo quel Marcello Guida che era stato negli anni ’30, sotto il fascismo, il capo dei posti di confino di Ponza e di Ventotene e che dopo la guerra riuscì con qualche scaltra manovra a evitare epurazioni e a continuare, e già questo grida vendetta, una indisturbata carriera nella polizia di stato.
Nella stanza dalla cui finestra Pinelli inopinatamente cadde erano presenti quattro poliziotti e un carabiniere, secondo alcune testimonianze anche il commissario Luigi Calabresi (in seguito a sua volta deplorevolmente ucciso, sembra da un dubbio personaggio, connesso con esponenti di Lotta Continua) e poi la stanza era piena di fumo, Pinelli fumava troppo, entrava il freddo dell’inverno, si sa che un malore può venire a chiunque, anche di quei malori che non ti accasciano a terra ma che ti dànno un bel botto di energia per spiccare un gran balzo, tipico di una coscienza sporca. Continua a leggere

Tre post per tre libri: 3. Una casta che vive di sogni e di parole

di Ezio Tarantino

[Il primo post è qui, il secondo qui]

Il terzo libro è “Spingendo la notte più in là” , di Mario Calabresi. Come nel caso del libro di Lenci questo libro me lo sono trovato in casa (non l’ho cioè scelto e comprato appositamente) e questa è una curiosa coincidenza. Perché l’assunto del libro del figlio del commissario Luigi Calabresi, come è noto, ha molte parentele con quello di Lenci: perché sia fatta veramente giustizia occorre dare voce alle vittime. Non è ammissibile che di quella pagina, tristissima e oscura della nostra storia, a rendere testimonianza ci siano quasi esclusivamente gli sconfitti, gli assassini.
Il punto di vista della vittima è il solo modo, sembra di capire, per provare a trovare giustizia, non solo quella privata, evidentemente indispensabile, ai parenti delle vittime, per sentirsi almeno parzialmente risarciti dallo Stato per il quale il più delle volte la vittima aveva dato la vita, ma anche per ricostituire il tessuto virtuoso della solidarietà sociale, che se non è imbastito sul fondante valore della Giustizia, cioè sul riconoscimento certo dei ruoli di vittima e colpevole, non può produrre una società sana. Continua a leggere