“Tra disastri e desideri” di Marco Statzu. Recensione di Antonio Fiori

Marco Statzu, giovane sacerdote e teologo, nella poesia rivive e traduce la propria vita.
“ E’ poesia vissuta ”, ci dice in un verso: la chiamata, la riflessione teologica, l’amore per la natura, gli incontri emblematici, le forti amicizie. Il verso libero è pulito, diretto, spesso narrativo, come ogni autentico linguaggio amoroso: “ Non ho una storia alle spalle,/ ma dentro./ E questa intesso e disfo/ e racconto./ In infinite trame.” Molti testi recano la data (e a volte l’ora) della definitiva stesura, quasi che la traccia temporale li garantisca da ogni travisamento futuro: “ Mi sono rotto in mille tentativi di parlare./ Ma una è la Parola a cui mi debbo assimilare.” Una poesia d’esordio molto mobile, volenterosa e aurorale, ma che già reca la consapevolezza e l’umiltà della poesia matura: “ Con parole mie/ più non so scrivere./ Con quelle di altri/ – talvolta -/ m’incontro.” Massimo Sannelli, nella postfazione alla raccolta, legge nella poesia e nella vita del poeta un susseguirsi di scelte e le riconduce a quella fondamentale tra l’ubbidienza intelligente di Noè e l’intelligenza testarda di Ulisse. L’uomo di oggi, dopo la perdita della sua condizione originaria, è in precario equilibrio tra il disastro e il desiderio di Dio e solo camminando sulle orme di Noè, non a caso salvato dal diluvio, anch’egli potrà salvarsi.
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