Le Isolitudini di Onofri

Isolitudini_Onofridi Antonio Fiori

Isolitudini è un libro oceanico, scritto da uno spirito libero, dove si salta da un’isola all’altra senza dover dar conto a nessuno. È un continuo approdare e partire, talvolta romanzando una vacanza mai fatta, più spesso raccontando la storia di chi s’è avvicendato sulle coste o sulle alture di un’isola, vuoi per nascondersi, vuoi per oziarvi o per dipingervi un quadro, vuoi perché mandatovi in esilio. Ed allora Sant’Elena, le Falkland, le Azzorre, le Baleari, le Faroer, le Ebridi, Procida, Capri, Ventotene, prendono vita nuova e antica sotto gli occhi del lettore, si rianimano, si denudano, si scoprono e ricoprono. Non c’è bisogno d’esser poeti per cogliere la poesia di questo libro. Per il lettore, già l’indice dei nomi è un mare in cui nuotare, lasciandosi trasportare dall’immaginazione e delle suggestioni (conta oltre duemila nomi, circa duecento le isole e circa milleottocento gli autori e i personaggi storici e letterari).

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mare che ride

di Antonio Sparzani

Dev’essere quando viene su un bel vento gagliardo e le onde formano quelle creste bianche spumose, che si immagina un dilagante sorriso, tanto che la letteratura ne è così variamente costellata. Prendete ad esempio una delle più intense tragedie di Eschilo, Il prometeo legato, nel quale si narra con grande forza drammatica la pena che Prometeo deve subire per aver regalato il fuoco all’umanità: l’essere legato ad una rupe della lontana Scizia con un’aquila che gli rode il fegato ogni giorno. L’entrata in scena di Prometeo, dopo che è stato assicurato alla roccia da Efesto, che esegue gli ordini di suo padre Zeus, comincia così:

ὦ δῖος αἰθὴρ καὶ ταχύπτεροι πνοαί,
ποταμῶν τε πηγαί, ποντίων τε κυμάτων
ἀνήριθμον γέλασμα, παμμῆτόρ τε γῆ,
καὶ τὸν πανόπτην κύκλον ἡλίου καλῶ.
ἴδεσθέ μ᾽ οἷα πρὸς θεῶν πάσχω θεός.

Ovvero:
O volta del cielo splendente e venti dalle rapide ali, sorgenti dei fiumi, sorriso infinito di onde marine – e terra, che d’ogni cosa sei madre e sole, occhio onniveggente io vi supplico, guardate quali dolori soffro per opera degli dèi, io, che pure sono un dio. [vv. 88-92]. Continua a leggere

Arrivederci fratello mare. Parole e miti del mare

Mare
di Augusto Benemeglio

  1. Partenza

 

E’ in mare , con l’Odissea, che Omero dà luogo a quella che possiamo definire la madre di tutte le partenze, un viaggio che diventerà per l’uomo il viaggio attorno alla propria prigione. Moltissimi poeti hanno scritto di partenze, ma nessuno come Omero. E tuttavia Cesare Pavese, nei “ Dialoghi con Leucò “, libro-mitologico , libro-pensiero dello scrittore torinese,  un po’ le sue  Operette morali, traccia le linee per un’altra partenza memorabile dell’eroe,  in cui si cerca una spiegazione del  destino ineluttabile e tragico dell’uomo, schiacciato dall’angoscia e dalla disperazione. Pavese, vendicando la sua paura del mare e il suo senso di naufragio, riesce a identificarsi in Odisseo : “Ho voluto essere io ad aggredire il mare  d’improvviso, a scoprirlo, e l’ho fatto in ogni parte…ora posso starlo a guardare e persino tenergli compagnia…in questo dialogo tra Odisseo e Calipso.
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s c a v a r e

di antonio sparzani

Scavare (Piacenza, 2010)

Questa ostinata ossessione
per la vita
ha sue radici nelle ossa della specie ‒
come l’innamoramento
demente
che alla specie
più non serve ‒
ma che continua a scavare
nelle ossa inesorabili
che sempre e ancora lanciano
grida di progenitori
remoti.

Scavare nelle ossa
è scavare nelle parole Continua a leggere

Il tubo

D’estate, alla fine di ogni sua giornata lavorativa, Marco Cedratti andava sempre a fare una nuotata.
Era il momento che maggiormente aspettava. Non al mattino, il mattino scorreva sempre con una leggerezza non voluta, con una facilità per molti versi inaspettata. Ma già sul principio del pomeriggio, immediatamente dopo la pausa pranzo, gli saliva con lentezza tra i pensieri l’immagine dell’acqua liscia e della costa silenziosa, insieme al bisogno d’uscire, di risalire le correnti di bagnanti che tornavano a casa e di recarsi sul litorale.
Da saltuaria pratica estiva, nuotare era divenuto col tempo il suo attimo di personale scollegamento dal resto del mondo. Continua a leggere

La faccia di Gimondi

gimondi

Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna-occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: c’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita.

La foto è tratta da qui

(versione audio)