Vivalascuola. Il canto di una classe

Poi succede qualcosa
in un momento preciso della giornata:
il canto di una classe dietro ai vetri
interroga tutti i nostri destini.
(Sebastiano Aglieco)

Scrivere poesie che parlano degli studenti, in molti casi dei propri studenti – bambini, ragazzi – è un’operazione pericolosissima: il rischio è infatti quello di sommare alla difficoltà di accesso che la poesia spesso porta in sé quella atmosfera paternalistica, o moralistica, che deriva dal fatto di insegnare, trasmettere qualcosa o almeno sforzarsi di farlo. Allora sgombriamo subito il campo dalle congetture, dicendo che nei testi raccolti in seguito ciò non accade. (Francesco Tomada)

Ai miei bambini maestri
di Chandra Livia Candiani

Io vi conservo il camminare
incollo ogni passo a terra
resto
per voi mi sveglio
disegno la faccia
sotto l’acqua e le dita
io vi conservo le parole
come pane inzuppato Continua a leggere

Dalla sua bocca. Riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini

Dalla sua bocca

Dalla sua bocca
Riscritture da undici apunti inediti di Alda Merini
di Michele Caccamo e Maria Grazia Calandrone
ZONA 2013 – pp. 76
euro 10
Collana ZONA Contemporanea

L’internato psichiatrico è solo come il più solo degli uomini. Il poeta prende la parola in vece dell’intera umanità. Questa la differenza. Questa la qualità della gioia senza rimedio dei poeti. Questa la forse involontaria denuncia politica della parolacorpo Alda Merini.

Ebbi già modo di scrivere … intorno all’identificazione assoluta della poesia di Merini con il nudo della sua autrice, specie con quello esposto nelle fotografie di Giuliano Grittini – politicamente, ebbi a sottolineare – come un risarcimento già quasi postumo della sua carne fatta sobbalzare dagli elettrochoc e così rimossa, schierata nel macero ipernumerico degli internati, disertata e infine: disabitata, come disabitata si voleva fosse la carne dei matti nei reparti psichiatrici. Lo vediamo benissimo analizzando questi inediti. Vediamo i risultati dei carichi farmacologici sui territori di un’anima pure assoluta e colma di lucerne e vie di fuga come quella di Merini. (Maria Grazia Calandrone)

Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

«“Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987)

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985
di Maria Grazia Calandrone

Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.

Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano. Continua a leggere

Quello che di noi resta in forma di parola

Quando si accostano con libertà diversi campi del sapere accadono cose necessariamente nuove. Pensiamo alle ricadute inimitabili delle scienze nella poesia di Zanzotto e pensiamo al granello di polvere nell’acqua ma soprattutto nella mente di Einstein, il quale, associando lo zigzagare del granello agli effetti della casualità dei calci dei bambini a un pallone, confermò l’esistenza di certe belle e ridenti molecole-bambini d’acqua che si divertivano a rimbalzarsi un pallone di polvere. Continua a leggere

Poesia di strada XIV

 

I have a dream

You have a dream?

He, she, it has a dream

We have some dreams

You have a lot of dreams

They have parecchi dreams

 

Io ho un sogno 

così almeno mi pare quando dormo

è che quando mi sveglio

me lo scordo.

 

***

 

Ma il sogno non è ordigno

 e non sa ticchettare.

Sogno (e son desto) il sogno

 che ci viene a svegliare.

 

(Luigi Socci, “I have a dream”)

 

Premio “Poesia di strada” – XIV edizione

 

REGOLAMENTO 

Art.1. Possono partecipare al Concorso autori italiani o stranieri ovunque residenti.

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La mela dolceavvelenata della poesia nelle mille voci di Federica Fracassi

Metti una donna al centro della scena. Mettila seduta su una carrozzella. Metti che la scena sia semibuia e che la donna sia in declino evidente. Lo spettatore entra e si suppone che pensi “Speriamo che finisca presto”. Lo spettacolo, crede di intendere. Ma forse no. Forse noi siamo messi nella condizione esatta dei visitatori della corsia degli incurabili. E da subito abbiamo da provare il disagio e l’imbarazzo del quale dirà più avanti Federica Fracassi dicendo le parole di Patrizia Valduga. Metti che presto quel corpo pur rimanendo immobile cominci a slittare attraverso tutti i possibili stati dell’anima e della voce. Metti che noi capiamo che gli incurabili sono creature vive, che hanno ancora confidenza con noi, che hanno diritto a questa confidenza e non allo stato laterale nel quale vengono forzati. Metti che adesso ci vergogniamo. Il monologo ha già fatto il suo effetto morale. Metti che il testo tiri e sbalzi il corpo di una aderentissima Federica Fracassi dalla franca invettiva alla sanguinante levità dei mistici fino nella infinita negritudine degli astri, ai grovigli di stelle, fino alla parodia religiosa, rimanendo continua solamente la struggente dichiarazione d’amore per la lingua italiana e per la poesia, la fiducia (che vuole essere) cieca nella parola – sebbene Valduga se la prenda pure con Orfeo che, voltandosi, ha scelto di tenere intatta la sua ispirazione, certamente nutrita dalla disperazione della perdita di Euridice, anziché conservarsi la sua bella Euridice fragrante in sé. Metti che suoni e luci della regia dell’ottimo Walter Malosti abbiano l’intelligenza di accompagnare impeccabilmente ogni piccolo scarto emotivo e di suggerire aperture che non appaiono. Continua a leggere

La sospensione fiamminga di Tranströmer e Vermeer

di Maria Grazia Calandrone

Se gli onestissimi svedesi hanno deciso, dopo ben 37 anni, di assegnare il Nobel per la letteratura a un connazionale è perché Tomas Tranströmer scrive versi come Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata / e senza vita / ma il corpo veniva dritto verso di te. / Il cielo notturno mugghiava. Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti. Vediamo che si tratta di un poeta ampio. L’ultima assegnazione a svedesi risale al 1974 e premiò lo stream operaio dei due scrittori autodidatti Eyvind Johnson e Harry Martinson. Il gesto fece scandalo perché entrambi erano membri dell’Accademia. E allora, doppiamente: se è stato ufficialmente valicato anche il peso di quella imbarazzante memoria è perché Tranströmer, dicono gli stessi Accademici, offre un nuovo accesso alla realtà. Ovvero, nelle parole spicce che amiamo, vediamo che si tratta di un poeta grande. Perché un grande poeta ri-crea un mondo in silenzio. Questo mondo che andiamo leggendo prima di Tranströmer non esisteva. Dunque leggi e pensi “questi sono i silenzi di Tranströmer” come penseresti “queste sono le donne di Vermeer”. Continua a leggere

Maria Grazia CALANDRONE – “SULLA BOCCA DI TUTTI”

Quando non eravamo

La terra era bellissima, conoscevo ogni appezzamento d’er-
ba, l’area dei formicai come un soglia
di solitudine prima
del bosco e serpentine di calore terrestre e venti in rota-
zione.
Camminavo col passo e col pensiero quando comincia a
scendere
dalle montagne e avvicina la cronaca domestica ed era alta
la probabilità che avrei ucciso, ora non dubitavo che avrei
ucciso
per venire da te, nascondendo nel petto un lago sistematico
di pianto. Continua a leggere

China

di Maria Grazia Calandrone

L’ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA. UNA PENISOLA ANCORA TRIDIMENSIONALE
su il manifesto, 2 giugno 2011

Maria Pia Quintavalla, China, effigie 2010

Tutti quelli che scrivono lo fanno perché hanno qualcosa o qualcuno da salvare, qualcuno al quale dare voce o da risarcire. Nel caso di Maria Pia Quintavalla si tratta della propria madre, Gina, dunque lei tratta insieme dono e lutto – e lo dice così bene: e per una sola di queste parole / sarete perdonati. Continua a leggere

Vivalascuola. E’ sufficiente un professore – uno solo! – per salvarci da noi stessi e farci dimenticare tutti gli altri

Tutti quanti, ogni mattina, allo squillare della campanella, dopo aver varcato la soglia della loro scuola, si tolgono il soprabito e il loro bagaglio di idee, giudizi, pregiudizi, gusti e disgusti, ed entrano in classe armati solo del loro registro e della loro preparazione, per “accendere un fuoco” nei loro ragazzi, come diceva Yeats, e aiutarli a conseguire “virtude e canoscenza“. Diversamente, non sarebbero insegnanti, sarebbero degli agit-prop. Ci saranno anche delle pecore nere e delle pecore rosse, ma la stragrande maggioranza è così. (Francesco Anfossi)

Il quaderno delle prove giovanili
di Donato Salzarulo

inculcare [in-cul-cà-re] v.tr. (inculco, inculchi ecc.) [sogg-v-arg-prep.arg]. Imprimere profondamente, con insistenza, qlco. nell’animo o nella mente di qlcu.: i. il senso del dovere nei figli

Rimarrà sempre un segno. Non si trascorrono inutilmente ore ed ore nelle aule scolastiche. Tra una lettura e un esercizio, un’interrogazione e una traduzione, un riassunto e una parafrasi, ad un certo punto, succede qualcosa. Può succedere qualcosa. Continua a leggere

Vivalascuola. La scuola, le maestre, l’8 marzo

La scuola elementare e le maestre – i cui visi ricorrono in tanti testi a loro dedicati, poesie, documenti, fotografie, riproduzioni di manoscritti dalle sapienti e ordinate calligrafie – sono state lo strumento più prezioso per incanalare il cambiamento in binari di civiltà e di crescita etica e civile. Restituire alla memoria le storie private delle donne, delle maestre che hanno accompagnato il mutamento del nostro Paese significa intrecciare con gratitudine la piccola con la grande storia. (Marina Boscaino)

Non posso dimenticare il giorno
di Maria Grazia Calandrone

Convinta come sono che la scuola formi un’area decisiva della personalità dei futuri cittadini, ho accettato contenta di sciorinare una mezza paginetta di ricordi miei propri di allieva e di estemporanea portatrice di versi tra i banchi. Gli occupanti dei banchi, quando non volontari, sono annoiati preadolescenti che si presentano all’appuntamento con il pregiudizio che i poeti siano dei gobbi e lagrimosi individui macerati da lutto e da dolore. Continua a leggere

“Variazioni sul buio” di Bianca MADECCIA

Canto con i tuoi petali in gola
signora del sentiero, antitesi del giglio,
vetro che vibri di tutti i suoni del mondo,
nuvola che appare sulle città maledette,
legno che presiedi i patiboli,
ferro forgiato dai lampi,
o rosa mistica,
preserva la nostra voce,
non restituirci
alla bianca sequenza delle ore morte
rendi fertile questa miseria
insegnaci una lingua
che questo secolo comprenda
oppure che termini ora il cantico
perché non ha più senso
questo monotono lamento
torni dunque il silenzio
a bruciare come il sale.

* Continua a leggere

Poesia di Strada – XIII edizione

 

 

La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata

dei finimenti muscolari, le valvole

che l’hanno finalmente abbandonata

sulla terra, l’angolo umile che fa la testa

per celare il sorriso

sulla cruda colonna del corpo

dice: ti ho aspettato per tutta la vita

ho visto la tua vita

nei miei sogni e tutta, notte

dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte

quando il cielo pieno di meraviglia coincideva

con la bolla degli alberi agitati dalla piena

luna, io mi svegliavo

per causa dei tuoi sogni

e portavo il tuo nome come una bandiera

che saliva dal petto e mi rendeva

invisibile: di me

si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo

che avremmo dovuto terminare vicini

qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso

eccomi, sono qui per finire

nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro

dalla tua bocca

e soffiarlo attraverso la bocca

che dopo te nessuno ha più baciato,

al cielo.

*

“La chiara circostanza”, di Maria Grazia Calandrone

(prima classificata dell’edizione 2009)

*

POESIA DI STRADA Bando Edizione 2010

*

Alla compassione di tutti

Milano, 16 giugno 1965: Lucia Galante, ventinove anni, si reca in Comune per richiedere il certificato di nascita della sua unica figlia, di mesi 8.

La donna è  moglie di un agricoltore molisano al quale sette anni prima è  stata data in sposa per esclusiva volontà dei genitori, che vollero con quel matrimonio unire proprietà confinanti, e da mesi è concubina del cinquantaseienne Giuseppe Di Pietro, a sua volta sposato e padre di cinque figli. Nell’Italia di quegli anni il divorzio non è previsto dalla legge e la donna è stata denunciata, con diritto, per adulterio dal marito, un uomo bello e violento che lei non è mai riuscita ad amare.
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Il vino tra terra e poesia

Di una interessante manifestazione riguardante vino e arte, che si terrà sabato 7 novembre 2009 dalle 18 alle 22 presso le Cantine del Castello Conti, via Borgomanero 15, Maggiora (NO), propongo tre poesie e il ricco programma.

Perché scopri il tuo volto Signora, d’improvviso perché
sollevi il velo, perché esci correndo di casa
come preda di un vino
randagio che ti piaga la gola, come morsa dai cani del tuo
cuore affamato, perché?]

Maria Grazia Calandrone Continua a leggere

Come per fasciatura rituale, di Maria Grazia Calandrone

Come per fasciatura rituale

queste croci di spighe

immature

sul corpo anch’esso verde, incorruttibile

calamo

forgiato in un metallo dove attingiamo

nomi, laude

ed è mera materia che impariamo a usare come canto: ecce

corpus

meus

in absentia

carnale

sfruttato in questo altissimo dominio

fin che ha mandato stille

di morte e di rinascita

– quia ad omne supplicium paratum

est, sempre in estasi – raptus

semper, Signora

della Perdita, perché il canto dei morti si accumula

ed è lavoro nuovo – fiore

di campo e rosa

di tutti i giorni.

Maria Grazia Calandrone

da Questa probabile persona (inedito)

Se il calice del sorriso

reggerà alla luce del mattino

porteremo la luce nelle ossa come sposalizio segreto

e nella parte vuota e chiara della nostra ombra

sarà consumato come incenso l’odore delle armi

e dei ferri chirurgici, una piccola schiera di scomparsi

uscirà alla luce dietro di noi

come il sole sui prati di marzo

come un popolo d’aria sui travi

e i corpi che furono

bruciati come combustibili e sepolti

con uccelli salati e farine di farro

con un cono di grasso sulle parrucche e con ditali

d’oro, tutti i corpi bellissimi che furono

formati da una donna

usciranno nel giorno interamente

e formeranno scie,

una bava di immortalità.