Il Capitano Mario (XXXV)

di
Maria Frasson

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IV
PRESTO TRAMONTA IL SOLE SULLE ONDE DEI RICORDI

Mario aveva accettato dalla Curia Vescovile l’incarico di perito-ginecologo nelle cause di annullamento di matrimoni da parte della Sacra Rota, che si discutevano per lo più nelle zone di confine sopra tutto in base a leggi di stati diversi. Vi andava circa una volta al mese, stando lontano di solito per tre o quattro giorni. Andava via volentieri perché gli piaceva molto viaggiare e per variare un poco il suo lavoro consueto. Sempre soddisfatto, come diceva, telefonandomi ogni giorno. Io scherzavo ad ogni partenza: “Sei contento di andare a trovare la bionda o la bruna!” Sorrideva: “Ne ho abbastanza di donne!” In realtà le donne gli correvano dietro: io mostravo di non interessarmene, sopra tutto per orgoglio. Comunque in queste faccende ognuno deve rispondere della propria coscienza.
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Il Capitano Mario (XXXIV)

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Maria Frasson

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I nipoti

Ciascuno di questi bambini ha vissuto nella sua infanzia, in gran parte, nella casa dei nonni, anzi, più che nella casa, in quel grande spazio verde che la circonda. Nessuno di loro, in una qualsiasi delle fasi dell’esistenza, potrà non ritrovare, anche solo per un attimo, il centro profondo di se stesso e della propria vita interiore, nel ricordo del suo tempo primo e dello schiudersi trasognato delle sue prime esperienze legate ad un luogo, a quel luogo, come ad un incantesimo. L’infanzia infatti racchiude in sé un mistero che oserei dire sacro. Il Vangelo lo dimostra, come lo dimostrano anche altre religioni. Non soltanto la mitologia pagana ha descritto Cupido “fanciul nudo con l’arco faretrato”, Amore, il più potente di tutti gli dei a cui tutto il mondo divino e umano è sottomesso, ma anche i più antichi popoli orientali adorano in un fanciullo il piccolo Krishna della religione indù. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXXIII)

di
Maria Frasson

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VICENZA

Vicenza è una città molto bella, incastonata fra le Prealpi e la collina ricca di invenzioni paesistiche.

Io la conoscevo da quando studiavo a Padova, all’Università; per Mario invece e per le nostre figlie fu un incontro nuovo che destò un comune interesse, non superficiale, di conoscere l’intima essenza dei luoghi e delle cose e l’anima della gente, nel suo globale vissuto, forgiato dalla storia. Dire Vicenza vuol dire Palladio perché in ogni via del centro palazzi case chiese torri ne riecheggiano il nome che risuona nel mondo. Punto di riferimento obbligato per architetti che operano non solo in Europa, ma anche in America e altrove: proposta dell’architettura degli antichi per l’uomo moderno. In ogni via del centro ci si trova davanti ad edifici palladiani di gran mole, ma stupisce che appunto quelle strade siano relativamente strette, mentre la città nel suo impianto segue il tracciato di un accampamento romano situato in pianura, dove lo spazio non mancava per dare respiro a tanta grandiosità, che si può ammirare con godimento solo nei pochi spazi aperti. Incerte vie secondarie invece sono particolarmente attraenti i palazzetti gotici e i loro effetti scenografici vi si scoprono con lieta sorpresa.
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Il Capitano Mario (XXXII)

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Maria Frasson

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SPLENDE IL SOLE SULLE CIME
MENTRE SI FA PRESTO BUIA OGNI VALLE



Libertà, com’era bello il tuo volto!

Dopo il 25 aprile restammo a Scaldasole fino all’autunno, alla riapertura delle scuole. Intanto nella sede provvisoria di Sannazzaro si lavorò tutti, professori e alunni con una gran buona volontà fino alla conclusione degli esami che andarono splendidamente. Io avevo avuto dal Provveditore di Milano la nomina di commissaria straordinaria d’esami che mi fece sentire molto importante e, alla fine, spedita la mia brava relazione superfirmata da tutti i colleghi, mi sembrò anche di essere diventata molto ricca per quella indennità che, senza averla chiesta, mi fu elargita oltre il mio normale stipendio.
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Il Capitano Mario (XXXI)

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Maria Frasson

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La “santa libertà”


Ma venne la primavera, prorompente di vita e di speranze rinnovate. Tu, Signore, dicesti finalmente: “Basta!” Qualcuno avrebbe potuto commentare che era ora; ma non era quello il momento di scherzare. Quello era un “Basta!” grandiosamente biblico per il tuo popolo che aveva tanto sofferto e tanto pianto. La sentimmo tutti, intuitivamente, quella poderosa voce, dentro di noi. Anche i Tedeschi, avvezzi alla crudeltà, che cominciarono a fuggire.

Con la Signora Esterina perlustravamo i sotterranei del castello sorretto da enormi potentissime volte, dove pensavamo di attrezzare un rifugio nel caso che alla fine si scatenasse la ferocia dei vinti. Come quei fuochi d’artificio che alla fine sparano più forte e più in alto. Eravamo quasi divertite: pensavamo di mettere delle panche, di preparare dei cesti di pane biscottato, dei salami, delle bottiglie di acqua minerale… E intanto i Tedeschi fuggivano, spesso rubando quello che potevano, spesso senza nemmeno averne il tempo, a volte anche perdendo per strada la refurtiva nella fuga precipitosa. A volte la gente li aiutava indicando le strade e regalava loro dei viveri per compassione umana. Erano tutti fuori di casa a guardare, stupiti e felici: come se dapprima stentassero a credere, poi via via acquistavano coscienza della realtà ed esplodeva la gioia. Mario mandò ad avvertirmi un suo giovane aiutante, il quale, entrando, disse a voce alta: “Quando un popolo si desta, Dio si mette alla testa”. Mi perdoni il mio unico lettore se questa gli pare retorica, ma in quel momento sentivamo tutti così.
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Il Capitano Mario (XXX)

di
Maria Frasson

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C’era la guerra e non finiva mai


La situazione si faceva ogni giorno peggiore: mancava tutto e mancavano specialmente le comunicazioni. Le linee ferroviarie erano spesso interrotte, come i ponti e le strade: la buona volontà di soldati e civili cercava di ripristinare la viabilità, ma con scarso successo. Restava qualche autocarro, sopra tutto militare e funzionava quando poteva qualche autocorriera. Io mi trovavo su una di queste un giorno in cui tornavo a Scaldasole da Pavia. Improvvisa frenata del conducente, tutti fuori a nascondersi sotto una grande pianta fronzuta che la Divina Provvidenza aveva piantata proprio lì, a lato della strada, come un grande ombrello per proteggerci. Era passato su di noi, a volo rasente, un aereo, col suo rumore infernale. Non ci vide e il batticuore cessò. Evitammo il pericolo che l’autoveicolo venisse mitragliato e incendiato con il suo carico umano, come era avvenuto pochi giorni prima tra Milano e Pavia. Lo stesso capitò a Mario, che era appena partito da Scaldasole con un automezzo militare mentre portava all’ospedale con urgenza una donna: fu mitragliato ma riuscì a fuggire. Io, che in quel momento ero in chiesa, avevo sentito con indicibile spavento, la scarica di mitragliatrice dell’aereo, che tuttavia si stava allontanando senza essere riuscito a colpire l’obiettivo. Si viveva pericolosamente perché questi episodi erano frequenti dovunque, anche in aperta campagna.
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Il Capitano Mario (XXIX)

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Maria Frasson

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Audaces fortuna iuvat


che non è sempre vero.

Mario comunque camminava sul filo di un rasoio. I suoi ricoverati non erano molti e generalmente non gravi. Se qualcuno era tale, veniva trasferito nei vari reparti del Policlinico debitamente attrezzati. Alcuni degenti erano partigiani scampati alla cattura, per i quali il medico vietava visite inopportune, altri erano per lo più innocui militi dell’Esercito Repubblichino di Salò, fra i quali tuttavia si annidavano delle spie, o accertate o probabili, secondo il sempre attivo servizio informazioni OI 40. Mario era per tutti il medico che cura il malato.

Al momento del ricovero, venivano tutti invitati a togliersi la divisa e a deporre le armi, con la promessa che sarebbero state loro restituite al momento del congedo. Nell’attesa invece venivano dirottate in uno sgabuzzino segreto nei vasti sotterranei del Policlinico, oppure nelle cantine della nostra parrocchia di S. Francesco. Il vice-parroco era un animoso giovane affiliato alle organizzazioni segrete: Mario lo aveva voluto come cappellano militare per il suo ospedale; l’anziano parroco era al corrente di tutto e consentiva in silenzio. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXVIII)

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Maria Frasson

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Era sempre più difficile vivere…


Quantunque al castello la vita trascorresse relativamente tranquilla, tuttavia in quell’estate 1944 le comunicazioni divenivano sempre più precarie specialmente per me che dovevo recarmi spesso a Pavia. In città avevo lasciato, come facevamo in molti, l’indispensabile per dormire e per cucinare: l’appartamento era quasi vuoto. Avevo traslocato nel cascinale di un’amica i mobili migliori e i libri temendo la distruzione della casa, situata, come già dissi, all’ultimo piano fra due caserme. Mario tornava a casa dall’ospedale soltanto quando c’ero io, che dovetti trattenermi più del solito a Pavia per gli esami di riparazione al primi di settembre.

Fu proprio allora che subimmo il bombardamento più terrificante. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XXVII)

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Maria Frasson

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Mario, quando veniva, incontrava a volte delle donne che aveva conosciuto e curato nella Clinica ostetrico-ginecologica. Gli chiedevano, con umili scuse, qualche consiglio o qualche prescrizione e noi, in cambio, eravamo sempre rifornite dai loro omaggi provenienti dal pollaio o dall’orto, molto apprezzati in quei tempi di carestia.

Mi ero messa in testa di allevare anch’io dei polli, con grande gioia delle bambine che trovavano divertenti i pulcini. Ma fu un disastro: quando cominciavano a crescere, ed erano pollastri, a un certo momento non mangiavano più, facevano uno strano balletto e cadevano stecchiti. Era che si era diffusa in paese un’epidemia e scarseggiavano anche le medicine per i polli. Chiusa l’esperienza di allevatrice di pollame, andavo con le bambine a cercarne nei casolari isolati dei dintorni, dove erano immuni da ogni malattia e raggiungevo spesso un mulino accanto ad una roggia, circondato da un bosco che rendeva il paesaggio molto pittoresco. Sembrava un’antica stampa della campagna nordica: qualche volta è la natura che imita il dipinto. Là comperavo anche la farina e facevo il pane bianco e devo ammettere che come fornarina superavo con successo l’allevatrice di polli.
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Il Capitano Mario (XXVI)

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Maria Frasson

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Scaldasole


Trovammo un rifugio insperato e benedetto, che migliore non poteva essere, a Scaldasole. Nel cuore della Lomellina e delle sue ricche, fertili campagne, Scaldasole è un piccolo paese che porta con sé, nel suo stesso nome, non soltanto il calore del sole, ma anche quello umano dei suoi abitanti. Restaurato e rimodernato, oggi il castello che lo domina è museo archeologico di chiara fama, frequentato e ammirato; allora non era così. I suoi numerosissimi vasti locali erano adibiti quasi esclusivamente all’agricoltura, magazzini specialmente di vari prodotti della campagna, assai copiosi nella vasta tenuta da cui era circondato. Era imponente a vedersi, con i suoi torrioni, su cui dormivano e russavano i gufi, e il suo vasto arco d’ingresso a cui si accedeva da un ponte sopra un fossato perimetrale in cui c’era soltanto erba e che immetteva in un enorme, rustico cortile. C’era, di fianco, la residenza padronale, chiusa da un portone che, se bussavi, si apriva a tutti e ti portava in un vasto giardino ben tenuto e in un’abitazione molto signorile. Sul retro del castello c’erano le case degli affittuari della tenuta e quelle dei braccianti, le numerose stalle, gli orti. I proprietari, i nobili signori Strada, erano amabilissimi: diventammo subito molto amici. Ci assegnarono un appartamento, che non era proprio una reggia, quantunque vi si arrivasse, dall’interno del castello, su per un grande, imponente scalone, e non vollero assolutamente che ne pagassimo l’affitto, scusandosi perché l’alloggio era alquanto scalcinato e, secondo loro, troppo modesto per noi. La proprietaria poi, la cara signora Esterina, scovava quasi ogni giorno qualche mobile da portarmi: un grande tavolo rotondo con le sedie, un divano abbastanza confortevole, una poltrona “per la mamma”. La moglie del medico condotto di Sannazzaro, che ci aveva presentato, aveva provveduto a completare del necessario la non lussuosa dimora, che a me, in quel frangente, pareva proprio principesca. Lo spessore delle mura ne custodiva il caldo d’inverno e il fresco d’estate, ed era veramente il sentirsi in una reggia l’atmosfera in cui fioriva la generosità semplice e buona.
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Il Capitano Mario (XXV)

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Maria Frasson

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Da Mantova mi venne un’altra notizia tristissima.


Don Eugenio Leoni, un prete umile, timido e semplice, un uomo di grande valore, insigne come grecista e cultore di musica, che aveva una venerazione per mio zio santo e veniva spesso da noi perché abitava dirimpetto a casa nostra presso l’antica chiesa della Madonna delle Vittorie, era stato arrestato perché aveva nascosto in chiesa due partigiani ricercati. I Tedeschi l’avevano poi condotto, a furia di bastonate lungo tutto il non breve tragitto, fino all’Ara dei Martiri di Belfiore, fuori città, dove giunse stremato, e morì prima ancora che alzassero il capestro per impiccarlo.
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Il Capitano Mario (XXIV)

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Maria Frasson

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ASSE MILANO-GENOVA E OLTRE


Noi avevamo notizie di quanto stava accadendo tra il Piemonte e la Lombardia occidentale, specialmente in una zona compresa tra Milano e Genova; avevamo i più frequenti contatti con l’Oltrepò, dove erano disseminati i nuclei armati partigiani più vicini a noi, purtroppo però vicini anche a certi castelli sull’Appennino: dominio delle SS che vi rinchiudevano i prigionieri per sottoporli alle più atroci torture. L’inverno si prolungava, terribile: alcuni gruppi furono annientati, altri si erano trasferiti al di là della linea gotica per unirsi ai combattenti regolari e agli alleati per fare la guerra ai Tedeschi; la stessa zona libera di Varzi fu abbandonata, poi però ripresa, con molto sacrificio. Difficile per noi avere notizie di quanto accadeva nella parte orientale dell’alta Italia, per esempio nell’Ampezzano, nel Friuli e nella Carnia, dove pure ferveva la lotta. Oppure le avevamo in ritardo.
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Il Capitano Mario (XXIII)

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Maria Frasson

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La Checca


Primo maggio: festa dei lavoratori. Ma era stata abolita nel ventennio e guai a parlarne: peggio, se un fascista avesse visto una bandiera rossa si sarebbe infuriato come un toro nell’arena.

Ed ecco cosa ti inventa quel fantasioso scanzonato di Franco, detto la Checca. Eravamo, sempre nella primavera del ‘44, alla vigilia del I maggio. Riesce a farsi rinchiudere, insieme con la fidanzata, l’Ornella Dentici (la sorella di Jacopo, ucciso più tardi dai nazifascisti, colei che poi divenne la moglie di Franco) nel cortile dell’Università, quell’enorme palazzo neoclassico che è di fronte alla Questura, ricco di loggiati, finestre e balconi. I due sono letteralmente imbottiti di bandiere rosse e, conseguentemente incappottati, entrano nell’Università inavvertiti fra il via-vai degli studenti, vi si nascondono e lavorano tutta la notte con pile, chiodi martelli e altri arnesi, per poi dileguarsi di primo mattino, all’apertura dei portoni, lasciando quello che è il palazzo più centrale della città rivestito tutto di rosso. Stupore dei Pavesi che si chiamano l’un l’altro: “Venite a vedere”, sfilano lungo il Corso (detto Stra noeva), divertiti e compiaciuti, con gli occhi ridenti, furbescamente fissi verso l’alto su tutto quel rosso, davanti ai poliziotti in camicia nera radunati nella piazzetta antistante, con le facce tirate, livide di un’ira contenuta e impotente. Chi era stato? Non lo si seppe mai.
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Il Capitano Mario (XXII)

di
Maria Frasson

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Cronache famigliari


Avvicinandosi l’autunno del 1943, si pensò di fare rientrare in città le bambine con mia madre: ce lo suggeriva l’opportunità della stagione e il conseguente diradarsi, sia pur temporaneo, dei bombardamenti, che a Pavia avevamo fino allora potuto evitare. “A Pavia i vegnan no” diceva la gente: troppo presto per credervi. Confidavamo sopra tutto nella nebbia, la fitta nebbia padana che io non avevo mai tanto amata, né tanto desiderata come allora. Lo stesso dicasi della pioggia: quelle uggiose giornate autunnali che nemmero per un’ora lasciavano intravvedere un raggio di sole, erano salutate così (in rito ebraico): “Ti ringraziamo, Signore, che ci hai mandato la pioggia”.
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Il Capitano Mario (XX)

di
Maria Frasson

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LA RESISTENZA


Ebbe dunque inizio con l’8 settembre 1943, e fu un fatto nuovo, nato come conflitto ideologico in difesa della libertà e dei diritti della persona umana, quando il popolo si sentì solo nel vuoto e trovò nella Resistenza la sua grande forza morale, attraverso sofferenze mai prima sperimentate nella sua storia. Intanto gli Alleati procedevano sia pur lentamente attraverso la penisola verso il Nord per formare quella linea di sbarramento che si chiamò “linea gotica” contro i Tedeschi che durò – e non avrebbe dovuto durare tanto – quasi due anni. Si estendeva dal Piemonte e dall’Oltrepò pavese (che a noi interessava particolarmente) fino all’Emilia e Romagna e divideva l’Italia in due: lacerante divisione, le cui conseguenze – oltremodo drammatiche – si protrassero negativamente per anni e anni ancora. Forse ne risentiamo anche oggi.

Mussolini, liberato, ma non libero, fondò, per volere di Hitler, quella Repubblica di Salò che contribuì ulteriormente a dividere gli Italiani tra partigiani e fascisti, detti Repubblichini, complici della raccapricciante ferocia con cui i nazisti opprimevano specialmente l’alta Italia. Fantasma tragico e grottesco aleggiante sulle rovine del paese.


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Il Capitano Mario (XIX)

di
Maria Frasson

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I giorni cruciali

Eravamo andati a Mantova, dopo il ritorno di Mario, a salutare i parenti, e anche a Bologna, una delle città più care alla mia giovinezza. E qui ero stata una mattina in giro a ritrovare le bellezze della città, dopo anni, con mia cognata Maria, quando, ritornando a casa, sentimmo annunciare dalla radio: “Gli alleati Anglo-americani sono sbarcati in Sicilia.”

Era il 10 luglio 1943.

Fu un’impressione enorme. Per le strade era come un risveglio, un eccitamento generale. Ci si chiedevano ulteriori notizie, ci si domandava che cosa sarebbe accaduto ora: c’era una vaga speranza sospesa. Era certo un avvenimento straordinario, ma la censura non lasciava trapelare la verità vera e ci rendeva alquanto disorientati. L’operazione militare era stata preparata accuratamente, lo sbarco preceduto da una spettacolare discesa di paracadutisti; imponente il numero delle navi che si accostavano alla spiaggia meridionale della Sicilia e quello delle truppe da sbarco che si trovarono di fronte un nemico in condizioni di evidente inferiorità.
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Il Capitano Mario (XVIII)

di
Maria Frasson

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III

L’ALBA DELLA LIBERAZIONE

All’inizio dell’estate del 1943 qualche cosa di nuovo si sentiva nell’aria e nel sole.

Ero andata alla ricerca di una domestica per l’autunno a Varzi, il capoluogo dell’alta valle della Staffora. C’erano dei giovani armati in divise militari alquanto scalcinate che circolavano con un’aria tutt’altro che militaresca, non inquadrati, con un fare bonario e disinvolto, incurante di ogni disciplina, quasi allegro. Come borghesi in divisa. Erano gentili, mi lasciarono passare, anzi mi fecero strada. Stupita, mi chiedevo dove fossi capitata: chi fossero costoro.

Mi era sempre accaduto infatti di imbattermi in una pattuglia di soldati, di camicie nere, di poliziotti che trattenevano dal proseguire per una determinata strada in quel momento senza dare spiegazioni, facendo dirottare i passanti con tono severo e perentorio. Non era piacevole incontrarli. Ma eravamo in guerra e questo giustificava una certa vaga apprensione, un senso di disagio, se non di paura. Qui invece l’atmosfera era diversa: io non riuscivo a capirne il motivo. Chiesi del medico, il quale mi disse di conoscere mio marito e mi indirizzò ad una signora che aveva un piccolo negozio nel centro del paese. C’era, dentro, di tutto: oggetti di ogni epoca e di ogni gusto, anticaglie e ferri vecchi accanto a sedie di bellissima fattura e a tavolini su cui era distesa in bell’ordine della biancheria intima molto moderna e molto elegante. La signora venne fuori dal profondo, con aria regale, né vecchia né giovane, pitturatissima, vestita con colori intonati al trucco, sgargianti. Una via di mezzo tra la maga la strega e la fata benefica. Molto loquace, “la signora” mi promise il suo interessamento per quel che cercavo e mi mandò infatti poi una di quelle ragazzotte che non erano mai discese dal loro rupestre paesuccio sulla cima solitaria dei monti “elevati al cielo”, come quelli descritti dal Manzoni nell’immortale addio di Lucia.
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Il Capitano Mario (XVII)

di
Maria Frasson

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Il 1943

Tutti gli anni cominciano generalmente con qualche speranza. Così avvenne all’alba del 1943. Per noi la più grande era pur sempre quella di ritrovarci insieme alla fine della guerra.

Mario era ad Atene, all’Ospedale Chirurgico. Le sue lettere, come ho detto, arrivavano con ritardi anche maggiori delle precedenti: più gravi difficoltà di assestamenti? o di comunicazioni? Forse. Comunque vi traspariva un’aria più serena. Faceva l’aiuto-chirurgo: attività certo gratificante per lui. Si trovava fra colleghi medici e crocerossine. E poi gli piaceva Atene “coronata di violette”: comuni ricordi classici che riaffioravano inevitabili. Mi descriveva i tramonti che accendevano di luce l’Acropoli, di una luce tutta particolare, diceva, che ne giustificavano l’appellativo poetico: proprio come l’avevamo sempre immaginata. E se si attardava ad ammirarla ascoltando il Valzer Triste di Sibelius, che era la sua musica preferita, voleva dire che il lavoro all’Ospedale gli permetteva dei margini di distensione, forse anche di serenità.

Sopra tutto gli sorrideva la speranza dell’attesa licenza di un mese. Che poi si protrasse a lungo.
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Il Capitano Mario (XVI)

di
Maria Frasson

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L’AVVENIMENTO DECISIVO

Fu infatti in quei fatidici mesi autunnali del 1942 che si verificò quella svolta decisiva la quale doveva rovesciare definitivamente le sorti del conflitto. La battaglia di Stalingrado si portò via con sé la vittoria, la gloria, le ultime speranze e sopra tutto 300 mila uomini tra morti e dispersi da entrambe le parti in conflitto. Fu una spaventosa tragedia, a cui si aggiunse l’arresto definitivo delle truppe dell’Asse a El Alamein sulle coste dell’Africa settentrionale, mentre gli Inglesi al Nord Europa resistevano disperatamente ai bombardamenti cosiddetti a tappeto che distruggevano le loro città industriali, e gli Americani stavano per entrare in azione.

Ma i Tedeschi non si arrendevano e non si arresero all’accerchiamento di Stalingrado da parte di 22 nuove divisioni sovietiche. Avevano l’ordine di resistere e resistettero infatti per oltre due mesi e mezzo. Di questa enorme, inutile carneficina avevamo notizie da qualcuno dei nostri alpini superstiti o da altre vittime dello stesso destino.

Messaggi senza speranza da parte di chi sapeva di dover morire: spezzavano il cuore. Eppure destava stupore e un’indefinibile pietà la loro tristezza senza ribellione, senza disperazione.
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Il Capitano Mario (XV)

di
Maria Frasson

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A Rivanazzano, in Valle Staffora

Seguirono, per noi, qui in Italia, due anni dolorosissimi tra difficoltà sempre più gravi e deprimenti sofferenze continue che pareva non dovessero finire mai più. Cominciava allora l’estate che portò dapprima con sé una certa distensione. Sapevo che laggiù in Grecia i pericoli più gravi erano cessati e noi pensavamo alla villeggiatura. In Val d’Intelvi quell’anno era impensabile andare: impossibile approvvigionarsi. Svanito il sogno di Italo di prendersi una casa sul lago in cui ricavare un appartamento anche per noi. Anche loro optarono per la campagna; io scelsi di portare i miei Penati a Rivanazzano, abbastanza vicino a Pavia. Trovai posto in una villetta che aveva un giardino affacciato sulle rive della Staffora dove potevo leggere e scrivere all’ombra protettiva di una grande antica pianta. Si aveva l’illusione, purtroppo assai fugace, di trovare qui tranquillità e pace. Il paesaggio era dolcissimo fra le colline dell’Oltrepò pavese che digradavano con lento pendio verso il torrente, di fianco al quale la valle si stendeva – ampia e fertile – in una verde piana di prati e pascoli e di campi coltivati. C’era la rassicurante possibilità di approvvigionarsi di viveri, sia pure a borsa nera, e c’era l’aria salubre che scendeva dalla testata della valle e gli ampi viali ombrosi che conducevano sia verso Salice che verso il centro del paese e l’ameno parco delle Terme. Il paese era animato dalla presenza di un attendamento di militari in esercitazione che spesso suonavano la banda e attiravano l’attenzione della gente tra cui erano numerosi gli sfollati come noi.

Io conducevo fuori ogni giorno le bambine: la piccola sul carrozzino, l’altra per mano: entrambe felici. Più spesso però uscivo sola con la Carla. Camminavamo a lungo in silenzio. A volte la piccola si fermava a raccogliere un fiore da spedire al papà, a volte da quei suoi silenzi fiorivano osservazioni che rivelavano una sensibilità così profonda da rimanerne stupiti. Mi faceva bene al cuore la compagnia di quella mia cara pensosa bambina, ma nello stesso tempo provavo un senso di pena per lei, perché a differenza dalla sorellina, per la quale non avevo nessun motivo di preoccuparmene, questa mi pareva troppo sensibile e temevo che partisse svantaggiata nell’affrontare le immancabili durezze della vita. Ma poi concludevo – scrivendone a Mario – che se Dio l’aveva creata così intelligente e riflessiva, affidandola a una famiglia disposta a comprenderla, le avrebbe concesso anche di adattarsi all’ambiente esteriore dandole la forza di non lasciarsene soverchiare.
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