Parigi, senza passare dal via, di Francesco Forlani

Forlani
di Massimo Rizzante

Il libro di Francesco Forlani è la storia della nascita di una rivista letteraria, La bête étrangère, avvenuta a Parigi agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Nulla di più improbabile, in apparenza. Ricordo che già all’epoca tutti gli agenti dell’informazione planetaria erano concordi: le riviste erano morte, avevano perso il loro fascino, la loro aura, la loro capacità di sobillare l’anima dei lettori, di condurli in qualche luogo ignoto alla ricerca di se stessi. A vent’anni di distanza, quel certificato di morte giace o meglio naviga, senza alcuna scialuppa di salvataggio, nel mare della Rete. Perché dunque raccontare oggi la nascita di qualcosa che tutti ritengono già defunto? Continua a leggere

I SONNAMBULI sono tornati

di Antonio Sparzani

Di quel filone di letteratura mitteleuropea che irruppe nelle nostre librerie negli anni settanta del secolo scorso, molti sono gli autori noti e variamente letti, da Mann a Musil, da Joseph Roth a Schnitzler, da von Doderer a Canetti. Ma il nome di Hermann Broch (Vienna 1886 – New Haven 1951), malgrado la pubblicazione da parte di Einaudi de i Sonnambuli già nel 1960, non ebbe affatto risonanza, e sostanzialmente rimase nell’ombra degli esperti di germanistica. E sì che Elias Canetti, nel discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura, attribuitogli nel 1981, parlò di Broch come di colui che avrebbe, se fosse stato ancora vivente, meritato più di lui il premio, e a Broch dedicò molte affettuose pagine nel Gioco degli Occhi, terzo volume della sua autobiografia.

Da quando, ormai vari anni fa, qualcuno mi mise sulla traccia di questo autore così fuori dai percorsi letterari più usuali, non ho smesso di leggere i suoi scritti e di ripensare di quando in quando al suo peculiare modo di concepire e affrontare la letteratura. La prima lettura che si offre di lui è la prima opera che scrisse non appena, nel 1927, a 41 anni, smise di fare l’ingegnere tessile, professione cui era stato naturalmente avviato dal padre e dalla sua impresa, e decise di dedicarsi alla scrittura e alla conoscenza del mondo. Die Schlafwandler, appunto, letteralmente i camminatori nel sonno, ovvero i sonnambuli, da tempo esaurita e ripubblicata oggi con grande cura editoriale da Mimesis ad inaugurare la nuova collana di letteratura, diretta da Massimo Rizzante.
Su questo blog ho già pubblicato un intenso e raffinato dialogo d’amore tratto dal primo volume Continua a leggere

Gabriel Ferrater: Curriculum Vitae

di Antonio Sparzani

«Sono nato a Reus il 20 maggio del ’22. Gli altri fatti della mia vita non sono così facili da descrivere e più difficili da datare. Mi piace il gin con ghiaccio, la pittura di Rembrandt, le caviglie giovani e il silenzio. Detesto le case dove fa freddo e le ideologie.»

Questo l’incipit di una brevissima nota che Gabriel Ferrater i Soler scrive sulla sua vita, e che troviamo alla fine di questa raccolta di suoi versi intitolata Curriculum vitae: Poesie 1960 — 1968, ora pubblicata dall’editrice Metauro, nella bella collana Biblioteca di poesia diretta da Massimo Rizzante; edizione curata, tradotta dal catalano e annotata da Pietro U. Dini. Il volume si conclude con una evocazione di Jaime Salinas.

Voglio parlarvi di questo volume soprattutto facendo parlare lui, il suo autore, con le sue poesie ma anche con le parole che più volte ha scelto per dire della propria vita.

Una vera scoperta, per me, Gabriel Ferrater: mi sembra una delle voci alte della poesia del Novecento, che non riesco ad accostare ad altre voci, a collocare in una qualche corrente. Cominciate a leggere questa:

A TRAVÉS DELS TEMPERAMENTS

Uns pins massa sensibles es revinclen
deixant sentir com se saben patètics
mentre compleixen aquest deure líric
d’expressió del vent, que arriba net.
Les arrels cruixen sordes, i les branques
exulten de dolor, per proclamar
que és greu que bufi l’esperit. Ei vent,
quan surt del bosc, va tot podrit de queixes.

ATI’RAVERSO I TEMPERAMENTI
Alcuni pini troppo sensibili si contorcono
lasciando intendere come si sentano patetici
mentre compiono questo dovere lirico
di esprimere il vento, che pure giunge limpido.
Le radici scricchiolano sorde, e i rami
esultano di dolore per proclamare
che è grave che soffi lo spirito. Il vento,
quando esce dai bosco, è tutto marcio di lamenti.

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Lamento per Belgrado

di Antonio Sparzani

Nulla sapevo di Miloš Crnjanski prima di leggere questo libro (citato anche qui), curato e introdotto da Massimo Rizzante: fa parte della bella e assai curata collana, Il labirinto del mondo, della casa editrice Il ponte del sale. Lamento per Belgrado, si chiama, e l’autore è di Csongrad, dalle parti del mitico Banato, la stessa terra d’origine di Mileva Marić, la prima ‒ e più vera, direi io ‒ moglie di Einstein. Terre di mescolanze di popoli e di stirpi: come ricorda Rizzante “in Vojvodina si riconoscono ventisei gruppi etnici e sei lingue: il serbo, il croato, l’ungherese, il rumeno, lo slovacco, il ruteno. In uno spazio concentratissimo, la massima diversità: la piccola Vojvodina, situata in questa parte dell’Europa, a causa delle sue differenze è la quintessenza di tutta l’Europa.

La quintessenza, uno dei nomi di quella sostanza eterea distillata da ogni possibile crogiolo alchemico, costituente base della pietra filosofale; qualcosa che è dappertutto e in nessun luogo, come chi si sente esiliato ovunque e ovunque cittadino del mondo, come sembrava sentirsi Crnjanski.
All’inizio dell’introduzione di Rizzante, che non tenterò neppure di riassumere, operazione impossibile dato il tono sempre piacevolmente in bilico tra autobiografia, storia letteraria e divagazione inaspettata, si incontra la strana parola sumatraista: così racconta Rizzante, in diretta da Novi Sad: Continua a leggere

Non siamo gli ultimi, di Massimo Rizzante

di Antonio Sparzani

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Si tratta di un libretto di 122 pagine di testo, verrebbe voglia di dire la frase di circostanza “si legge in fretta, d’un fiato” questo saggio di Rizzante, ma invece no, non è affatto vero, non si legge in fretta, io ci ho messo giorni e giorni, certo non a tempo pieno, ma il fatto è che quando ne hai letto un paragrafo, tre o quattro pagine, hai già materiale da rimuginare nella testa, scartabellando in biblioteca e nei tuoi vaghi ricordi per un bel po’. Continua a leggere

The Real Thing

di Francesco Forlani

In una delle ultime lettere mandate a Doris Dowling, Cesare Pavese, parlando di Vittorio de Sica cui avrebbe proposto la sceneggiatura di “Vita Bella” scrive:

He must rediscover in it the humble humble horrid tender real thing he is always after. The leitmotif of the lavabos could be a contribution.

Resta da capire se la “real thing” sia quella che premia, la ricerca dello scrittore o il fine di tutto il processo creativo. In altri termini in un’epoca letteraria in cui il giornalismo letterario si è travestito da letteratura è proprio necessario che la letteratura dismetta i propri panni per travestire gli scrittori in detective e reporter? Dopo la capitolazione della “critica” ridotta a popolo di chroniqueurs, cronacanti del mondo letterario, dove i libri escono, o entrano, mai che se ne stessero lì dove sono, perché partecipare cum gaudio alla disfatta della letteratura costretta a subire l’imprimatur della realtà. Ma poi si tratta veramente di realtà o solamente della contemporaneità?
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Telemaco nella stanza del drago

ovvero “la prosa custodisce la poesia come un frutto il suo nocciolo”
di Massimo Rizzante
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[pubblico questo testo contenuto nella sezione Il sonno di Telemaco del volume di poesia Nessuno, Manni 2007, del poeta Massimo Rizzante. Lo pubblico perché lo trovo particolarmente significativo di un modo di addentrarsi nel nodo inesplorabile della poesia. a.s. ]

«Una parte di me – disse – una parte profonda, la mia parte poetica ha residenza fissa nella stanza del drago. È prigioniera del drago e, a differenza del santo della tradizione cristiana, non può sconfiggerlo.
Sconfiggere il drago non porterebbe a nessuna liberazione dal male. Non solo perché il male è nel volersi liberare dal male, ma perché sconfiggere il drago significherebbe accettare un’altra sconfitta, la sconfitta della creazione poetica. La vita mi invita ogni giorno a uscire da questa stanza: la vita è questo vecchio usciere maligno.
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