Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Romanzi, serie tv, cinema: Giancarlo De Cataldo

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Magistrato, traduttore, drammaturgo, autore di romanzi di grande successo e di sceneggiature cinematografiche e televisive, Giancarlo De Cataldo è un autore poliedrico vicino, e qui mi riferisco soprattutto alla sua capacità di lavorare con media differenti, più ad esempi americani che nostrani. Raggiunge il successo nel 2002 con Romanzo criminale, ma la sua produzione sterminata (che per esigenze di spazio vi invito a consultare qui) comprende anche moltissimi altri best-seller, l’ultimo, La notte di Roma, scritto a quattro mani con Carlo Bonini ed edito da Einaudi nel 2015. Attento scrutatore del mondo contemporaneo, Giancarlo De Cataldo ha la capacità rara, per chi come lui trae ispirazione dai capitoli più oscuri del nostro presente e del nostro passato, di riuscire a parlarne con lucida competenza ed invidiabile chiarezza.

1) Vorrei partire dall’oggi, e da quello che è successo alle elezioni americane di novembre. In un’intervista del 2009 a proposito del romanzo La forma della paura, che alcuni hanno definito “il primo thriller del mondo post-Bush” (La forma della paura, Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele, Einaudi, 2009) dichiaravi che “la mitologia della paura ha condizionato fortemente i nostri ultimi anni. Ora però è stato eletto un Presidente americano che parla un linguaggio diverso”. Sono passati sette anni e a Barack Obama è subentrato Donald Trump. L’uscita dalla paura a cui accennavi ha lasciato il posto a scenari forse più angoscianti, perché meno prevedibili. Credi che sia di forme sempre rinnovate di paura che l’umanità senta oggi il bisogno di nutrirsi?

Quella frase andava bene nel 2009, oggi, probabilmente, ha un sapore antico. Naturalmente, né io né Mimmo Rafele potevamo pensare agli sviluppi che il terrorismo avrebbe assunto al tempo dell’Isis. La paura è, effettivamente, un sentimento primordiale, ineludibile, dell’essere umano: ai bambini raccontiamo fiabe terrificanti per insegnare loro l’esistenza dell’elemento numinoso, quella minaccia incombente che tutti finiremo prima o poi per avvertire nel corso dell’esistenza e che affonda radici nella nostra transitorietà. Moriremo tutti, prima o poi, e l’angoscia di morte ci domina. Dobbiamo imparare a conviverci, e usiamo le fiabe per avviare i nostri figli su questo duro sentiero obbligato. Nello stesso tempo, la paura è un formidabile strumento di pressione, potere, governo e ricatto delle coscienze. Chi si ricorda più dell’influenza aviaria, che avrebbe dovuto decimare il genere umano? E chi della mucca pazza? Furono paure reali, concrete, al loro tempo, e incisero sulle nostre abitudini, sul nostro stile di vita, sulla nostra esistenza. Possiamo dunque dire che abbiamo, sì, bisogno della paura, ma che dobbiamo anche imparare a Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. La corporeità della scrittura: Marco Mancassola

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Marco Mancassola esordisce nel 2001 con il romanzo Il mondo senza di me (Pequod; Mondadori) e a seguire pubblica il romanzo breve Qualcuno ha mentito (Mondadori, 2004) e il saggio narrativo Last Love Parade (Mondadori, 2005). Nel 2008 esce il romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli, 2008) seguito dai racconti contenuti in Non saremo confusi per sempre (Einaudi, 2011) e dal romanzo Gli amici del deserto (Feltrinelli, 2013).
A queste pubblicazioni se ne affiancano altre (tra cui Il ventisettesimo anno, edito da Minimum Fax nel 2005) e l’attività come sceneggiatore, collaboratore di giornali, editor e insegnante di scrittura creativa. Nel panorama letterario italiano Mancassola rappresenta a mio parere un autore atipico che, non solo per il fatto di vivere all’estero (Londra), ma anche e soprattutto per aver scritto storie che si sviluppano spesso fuori dall’Italia, può offrirci spunti di riflessione ben diversi da quelli ai quali siamo di solito abituati.

1) Parto da La vita erotica dei superuomini – che ritengo uno dei migliori romanzi pubblicati negli ultimi vent’anni (non solo in Italia) – perché forse anche a causa della sua ambientazione ben lontana dal cosiddetto ‘stereotipo italiano’ non ha ricevuto tutta l’attenzione che meritava. Solamente in Francia mi pare ne abbiano saputo cogliere appieno il valore: in un illuminante articolo comparso su Livres-Hebdo ad esempio si legge “e se Mancassola, con naturalezza, avesse scritto il grande romanzo, finora atteso invano, dell’America post-11 settembre?”
Ti riconosci in queste parole? E se sì, si tratta di un riconoscersi a posteriori o di una delle forze generatrici che si sono poste alla base della stesura del romanzo?

Suppongo che il grande libro sull’America post-11 settembre, propriamente parlando, lo abbia scritto o lo debba scrivere un americano; il mio tentativo era piuttosto un libro sull’immaginario americano condiviso globalmente; era una lettera d’amore-odio a quell’immaginario, e suppongo che il successo critico in Francia sia venuto anche perché Continua a leggere

Il resto del mondo là fuori

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L’uomo ha poco meno di quarant’anni, i capelli brizzolati e lo sguardo stanco. Si serve del vino con lentezza, osserva le foto del viaggio di nozze appese alla parete e ragiona su quanto tempo è passato dal giorno in cui sono state scattate. La cucina è un rettangolo ampio e ben illuminato, interrotto a metà da un tavolo a penisola sotto cui stazionano quattro sgabelli identici l’uno all’altro. Intorno a lui, nell’aria, ha cominciato da poco a spargersi un odore sempre più intenso di pomarola.
“Se una tua cara amica ti chiedesse aiuto per qualcosa di brutto che ha fatto” dice sedendosi sullo sgabello più vicino alla parete, “diciamo qualcosa d’illegale… come ti comporteresti?”
“Dipende” risponde la donna a cui si è appena rivolto. Finisce di mescolare il sugo e gli fa cenno di versare anche a lei del vino. “Illegale come aver evaso le tasse… o illegale come aver tradito il marito?”
L’uomo sospira. “Qualcosa come aver ucciso per errore il proprio marito…”
“Questa sì che è buona” dice la donna. “Prima o dopo aver scoperto che la tradiva?”
“Parlo sul serio” dice l’uomo. Indossa una camicia bianca con la cravatta allentata e le Continua a leggere

A me piacerebbe vederne una…

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Viviamo in anni di veloci (e feroci) cambiamenti. La frase viene pronunciata così spesso che sta rischiando di trasformarsi a sua volta in qualcosa di diverso da quello che ha sempre e che sempre dovrebbe significare. Tutto cambia in fin dei conti, e a sopravvivere è ogni volta quello che sa modificarsi in tempo al tempo che sta attraversando, fino a riuscire, nei migliori dei casi, a mantenere intatta l’identità di partenza mentre si propone nuovi punti d’arrivo.
Oggi questo vale anche e soprattutto per i libri in cartaceo, che l’oramai consolidata rivoluzione digitale sta relegando negli angoli più remoti delle nostre città, in piccole librerie che assomigliano sempre più ai negozi di vinili per gli appassionati di musica. Ma il mercato si modifica, alcune librerie Continua a leggere

Dalla parte di Blu

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Ricordo, all’università, un corso di sociolinguistica.
Erano gli ultimi anni del grunge, e più mi appassionavo alla questione e più mi rendevo conto che in qualche maniera il cosiddetto consumismo aveva attivato tutta una serie di anticorpi che, nel giro di poco tempo, lo avrebbero salvato da qualcosa potenzialmente capace di distruggerne la meccanica.
I ragazzi di Seattle, all’inizio degli anni novanta, avevano cominciato a vestirsi utilizzando vecchie camice dei loro nonni, scarponcini a basso prezzo usati per girare nei boschi, cappelli di lana di seconda mano e giacconi non di marca. Da Seattle il movimento (che movimento neppure era, essendosi sviluppato in maniera spontanea e senza direttive sulle note di gruppi musicali che ai tempi sradicavano il rock dalle patinature degli anni ottanta) si sparse in tutto il mondo. Sempre più giovani dei paesi occidentali cominciarono a voltare le spalle alle grandi marche e a vestirsi riutilizzando vecchi capi appartenuti a chi li aveva preceduti. L’inizio di una rivoluzione.
Poi successe qualcosa.
Successe che i negozi di marca, i grandi brand, gli stilisti e le grandi Continua a leggere

Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, Al Shebab, le carestie, le condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai -: i dettagli del passato, suo e della sua gente, quello che ancora non conosci e che potrebbe esserti utile sapere perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo che conta.
Quello che conta è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi Continua a leggere

Da dove nasce un buon pugile.

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Amato da scrittori di grande fama quali ad esempio Ernest Hemingway ed Elmore Leonard, W.C. Heinz è in Italia ancora relativamente poco conosciuto.
Eppure fu Hemingway stesso, all’indomani dell’uscita del primo romanzo di Heinz, Il Professionista, che non esitò a definire questa storia l’unico bel romanzo sulla boxe che avesse mai letto e il suo autore uno dei più bravi e promettenti dell’epoca.
Heinz e Hemingway in realtà si erano già conosciuti anni prima dell’uscita de Il Professionista, in Germania, durante il secondo conflitto mondiale, quando Heinz lavorava come inviato di guerra del New York Sun ed Hemingway del Collier’s.
Heinz però impiegò molto tempo prima di riuscire a pubblicare il suo primo romanzo (Il Professionista è del 1958) e la sua fama restò per lunghi anni legata più alla sua attività di giornalista sportivo (insieme a Tom Wolfe, Jimmy Breslin e Gay Talese gettò le basi di quel “New Journalism” destinato a cambiare la nostra maniera di leggere i quotidiani e di Continua a leggere

Dieci domande a dieci scrittori-traduttori: Nicola Lagioia

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Nicola Lagioia, autore di romanzi, racconti e saggi, editor di nichel, la collana di letteratura italiana di minimum fax, e personalità molto attiva nel panorama culturale italiano, uno degli scrittori di cui, negli ultimi tempi, si è parlato (e si sta parlando) maggiormente…

1) Da Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), pubblicato nel 2001 da Minimum Fax e vincitore del premio Lo Straniero, a La ferocia, 2015, pubblicato con Einaudi e vincitore del Premio Strega. E nel mezzo due altri romanzi Occidente per principianti, 2004, Einaudi, vincitore del premio Scanno e Riportando tutto a casa, 2009, vincitore del Premio Viareggio, senza contare le opere a più mani, i saggi e i racconti: com’è cambiata (se è cambiata) la tua maniera di raccontare storie e di rapportarsi al mondo?

Mi sembra di poter dire che, dal primo romanzo alla Ferocia, sono andato sempre più verso la costruzione di una storia. Verso romanzi, cioè, che avevano un impianto narrativo sempre più pronunciato e complesso. Credo di essermi reso conto, andando avanti, che il Continua a leggere

Ditemi la verità

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Stuff I’ve been reading di Nick Hornby, pubblicato da Penguin per il mercato in lingua inglese (e in Italia uscito insieme ad altri volumi con Guanda – vd bibliografia in fondo a questo articolo) è stato definito dalla critica d’oltreoceano in varie maniere: un resoconto, un’antologia, un diario, una sorta di reportage, un’invito alla lettura, un divertissement. Il testo è, in primis, una raccolta degli articoli usciti tra il 2006 e il 2011 sulla rivista americana The Believer, dove l’autore britannico teneva una rubrica dedicata ai libri che di mese in mese leggeva. Questa sorta di resoconti della propria esperienza di lettore prima ancora che di scrittore, esperienza di chi compra libri, legge libri, ama parlare di libri o prendersi di tanto in tanto una vacanza dai libri (o coi libri) ci dice molto sullo scrittore inglese ma ci dice ancora di più, e in maniera ben più importante, sul ruolo che i libri hanno nelle vite di chi li legge. Si va dall’intramontabile e amatissimo Dickens Continua a leggere

E’ triste, papa. Ma è bellissimo.

Alle volte ci sono storie e autori senza i quali la nostra vita perderebbe una parte importante di quel senso che tanto a fatica siamo riusciti negli anni a scovare, proteggere e nutrire.
Spesso la maniera in cui queste storie ci raggiungono ha a che vedere col caso: la copertina di un libro su cui il nostro sguardo si è impigliato mentre camminavamo in una libreria, o un programma televisivo che non avevamo intenzione di guardare, o, infine, (è raro che accada ma alle volte può accadere) la combinazione di queste cose unite a un’infinità d’altre simili, appena differenti o distantissime.
L’autore è, in questo caso, Continua a leggere

Niente Panico

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NIENTE PANICO    Capitolo primo di un romanzo mai pubblicato di Juan A. TeieraMatteo Telara

Il Jimmy Roger Market Shop è una catena di fast food che si distende in genere lungo le strade principali delle maggiori capitali europee. Fenomeno d’importazione tutto americano, con in più la particolare caratteristica di svilupparsi unicamente nelle capitali, ciò che fa di un Jimmy Roger Market Shop una realtà alimentare ristorativa di tutto riguardo rispetto alle dirette concorrenti comunque presenti sul territorio è l’esclusività, per l’appunto.
Scelta controcorrente abbracciata dai suoi responsabili marketing in totale controtendenza rispetto al loro tradizionale modus operandi.
Intendo dire: accertato che le capitali di ogni paese di questo mondo non arrivano mai a raggiungere Continua a leggere

Forever

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La sveglia a sensori mi dà l’ultimo avvertimento che è arrivata l’ora di scendere dal letto. In realtà io lo so già da un po’, o meglio, una parte del mio corpo ha cominciato a saperlo già da un pezzo che quell’ora stava per arrivare. La sveglia è stata programmata per rilasciare avvisi sonori a frequenze bassissime, in maniera da assicurarsi che il mio risveglio sia piacevole e il più possibile privo di traumi. Il. Più. Possibile. Tre parole che troverete scritte ovunque. Non c’è azienda che possa assicurare una riuscita del 100% in questo genere di faccende: troppi elementi non prevedibili, e un fronte illimitato di avvocati pronti a tirar giù pezzo dopo pezzo anche la più costosa sede della Continua a leggere

Cordelli, l’anno zero e la Coppa del Mondo di Letteratura.

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Succede alle volte nella storia di un paese che tutti gli articoli, le critiche, le polemiche, le repliche, la tendenza a trovare scuse o a negare i problemi, o semplicemente a direzionarli altrove, trovino un momento di verità in qualcosa di lampante e incontrovertibile, che fa emergere nella chiarezza evidente di un fatto quello che altrimenti avrebbe rischiato di trascinarsi per chissà quanti altri anni in altrettanti articoli, critiche, polemiche, repliche e tendenza a trovare scuse o a negare problemi.
Avviene così che quanti avevano in precedenza scritto di Continua a leggere

The Best American Short Stories 2013

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Daniel Alarcón, Charles Baxter, Junot Díaz, Gish Jen, Sheila Kohler, David Means, Alice Munro, Suzanne Rivecca, George Saunders e molti altri: è particolarmente ricca di voci non solo emergenti ma anche internazionalmente riconosciute questa edizione di “The Best American Short Stories 2013”, e l’immagine che alla fine resta, nella mente del lettore, è quella di una raccolta la cui varietà tematica, stilistica e strutturale non ha molti termini di paragone nel mondo.
Quest’anno, al contrario di quando fatto per le edizioni passate, ho deciso di sostituire la mia usuale recensione (trovate alcuni dei miei articoli precedenti qui e qui) con quello che Elizabeth Strout, che è la guest editor del 2013, scrive nell’Introduzione.
È raro che al lettore italiano sia data la possibilità di leggere la versione originale dell’Introduzione scritta per l’edizione americana di questa raccolta, ragione per cui sono convinto che le parole della Strout possano essere di grande interesse per capire su quali principi si costruisca oggi il valore di un’opera di short fiction in America.
“The Best American Short Stories” è un’antologia di storie brevi che viene pubblicata dal 1915 da Houghton Mifflin Harcourt – e di cui dal 2007 è editor fisso Heidi Pitlor – e che negli ultimi (quasi) cent’anni ha fatto conoscere al grande pubblico scrittori rimasti nella storia della letteratura non solo americana. Elizabeth Strout, invece, è per chi non lo sapesse una scrittrice statunitense che tra i vari riconoscimenti ha ottenuto il Premio Pulitzer per la narrativa con “Olive Kitterige” (2009) romanzo col quale ha anche vinto il Premio Bancarella in Italia (“Olive Kitterige”, Fazi Editore, 2010, traduzione di Silvia Castoldi).
Ecco qui di seguito l’Introduzione della Strout (la traduzione in questo caso è mia) con annessa l’implicita assicurazione (anche questa del sottoscritto) che le storie brevi in essa contenute sono tutte meritevoli della vostra attenzione.
Buona lettura.

 

C’era un tempo in cui il telefono era una cosa appesa a un muro o posata su un tavolo, e quando squillava non avevi idea di chi stesse chiamando. “Pronto?” Ovviamente ognuno aveva una sua maniera per dirlo: quelli che come mia nonna si aspettavano sempre un disastro lo dicevano con quieto timore. Quelli che invece volevano sembrare amichevoli (mia madre) con una sorta di benevola allegria: “pronti!” O ancora, un adolescente un po’ insicuro avrebbe borbottato “pro-nto?” Era più una domanda che un benvenuto. Prima dell’avvento delle Continua a leggere

The Most Beautiful Bookstore in New York

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Una campagna di cui sono venuto a conoscenza grazie al blog ninehoursofseparation di Silvia Pareschi e che ho deciso di diffondere a mia volta.
La biblioteca Rizzoli di New York, altrimenti conosciuta come “The Most Beautiful Bookstore in New York” ha chiuso i battenti lo scorso 11 aprile. Il suggestivo edificio che da sempre la ospita, e che risale al 1905, verrà probabilmente demolito per lasciar  spazio all’ennesima speculazione edilizia della famiglia LeFrak, già colpevole della nascita di un quartiere d’ineguagliabile bruttezza nel Queens (LeFrak City ndr).
La Landmark Commission della Grande Mela, che poi è la commissione di NY per le Belle Arti, non ha riconosciuto al suggestivo edificio quello status di landmark che lo avrebbe salvato dalla demolizione. Come in tutte le tragedie moderne che si rispettino entra qui in scena quel connubio inestricabile di soldi ed efferatezza di cui vi risparmio i dettagli: da una parte c’è un pezzo d’architettura che ha contribuito a creare il fascino cosmopolita e intramontabile di una  città, dall’altra c’è la tendenza contemporanea a trasformare certa bellezza senza tempo (ma non immediatamente redditizia) in opportunità di guadagno facile e dal futuro non altrettanto significativo.
Non sono mai stato a NY, ma il giorno in cui ci andrò sentirò sicuramente la mancanza della sua libreria più bella.
Nel frattempo, malgrado la Libreria Rizzoli abbia già cominciato  a cercare una nuova sede (di certo meno suggestiva della  precedente) sono nati molti appelli e petizioni per provare a salvare perlomeno lo storico edificio che la ospitava da una fine ingloriosa. Trovate qui la petizione che anch’io, come tanti, ho firmato.
Un’ultima parola, e non solo per New York:
Non esiste futuro per un luogo che non riesce ad avere rispetto per il proprio passato.
Rifletteteci, quando capiterà anche a voi di passare davanti a un pezzo di città che sta per essere cancellato…

Sospesi in un oceano di luce e riflessi

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“Intorno al tronco di una grande quercia maestoso come l’albero maestro di un veliero, si avvolgono le scale a chiocciola: una spirale danzante che prende il volo per portarci nel regno dei rami frondosi e dell’immaginazione. È una casa sugli alberi o il nido di un uccello quello nel quale siamo appena entrati?”
Alain Laurens descrive così l’ascesa verso una delle innumerevoli case sugli alberi realizzate dal suo studio d’architettura “La Cabane Perchée” negli ultimi tredici anni, ed è con questa fiabesca didascalia, che introduce una delle tante immagini da sogno in esso contenute, che comincia anche il volume Exceptional TREEHOUSES.
Pubblicato dall’editore Abrams di New York, e corredato dalle brevi descrizioni di Laurens stesso e del suo team, Exceptional TREEHOUSES è un grande libro fotografico che racchiude gli scatti ralizzati da Continua a leggere

The way to tell a story

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Through the lens con Rob Machado e Hollow di Elaine McMillion: due progetti visivi, un unico obiettivo.

Surfista professionista americano pluri-vincitore di prestigiosi contest, Rob Machado sembrava destinato a ca(va)lcare per molti anni i palcoscenici mediatici di tutto il mondo grazie a un approccio casual unico e a uno stile di surfata fluido, al tempo stesso classico e innovativo, che negli anni Novanta ne avevano reso l’antagonista ideale al pluricampione del mondo (e di lui amico) Kelly Slater.
Da una parte Kelly: freddo, implacabile, l’atleta imbattibile che molti definiscono (a torto o a ragione) più simile a un computer che a un essere umano.
Dall’altra Rob, vulnerabile, riservato, imperfetto, eppure capace di grandi (e perfetti) gesti atletici.
Ma nel pieno della sua carriera Rob decide di voltare le spalle allo sport agonistico e prende la strada del Continua a leggere

Giovanni Enriques

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In tempi in cui si è fatto un gran parlare di Adriano Olivetti e del contributo da lui dato al successo e alla modernizzazione di un’Italia che poi non seppe (o non volle) seguirne le indicazioni, fa un gran piacere vedere come l’editore Hoepli abbia deciso di dare spazio anche alla storia di una delle personalità che di quel successo, come di altri successivi, fu partecipe e corresponsabile. Continua a leggere

Vivalascuola. Una scuola dell’altro mondo

Vivalascuola propone un reportage di Matteo Telara sulla scuola in Nuova Zelanda, Paese che ha uno dei sistemi scolastici migliori al mondo. Un sistema capace di stupirci e un esempio di cosa può essere la scuola in un Paese da anni al primo posto nelle classifiche internazionali per assenza di corruzione, ai primi posti anche come nazione più pacifica del mondo (Global Peace Index) e per la qualità della vita. L’Italia invece continua a collocarsi tra i paesi più corrotti, mentre peggiora la qualità della vita. E nell’ultimo mese si registra ancora un record di scandali e inchieste. Date queste premesse, non stupisce che l’Italia sia agli ultimi posti anche per le spese per l’istruzione, per la qualità del suo sistema scolastico, per le competenze degli adulti. E’ proprio necessario avere “in cima alla propria agenda la trasformazione dello stato di cose esistente: senza questa trasformazione è illusorio sperare di cambiare la scuola”. (Girolamo De Michele) Continua a leggere

Il ragazzo e il mare

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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana, ma ogni volta che vedeva il vecchio tornare a riva con lo scafo vuoto si sentiva colpevole d’averlo abbandonato.
Nel villaggio tutti dicevano che quando la mala suerte scendeva nelle reti di un vecchio pescatore, a quel pescatore non restava che salire i gradini in pietra che conducevano alla Terrazza del porticciolo e sedersi insieme agli altri salai sulle panchine che guardavano verso il mare.
Ma il ragazzo era convinto che il tempo di sedersi sulla panchina a guardare il mare, per il vecchio, non fosse ancora giunto.
Il ragazzo era magro e aveva braccia ossute e nervose e spalle strette, ed era cresciuto in barca col vecchio, e considerava il vecchio come un padre. E sebbene suo padre gli avesse detto di lasciare il vecchio al suo destino, si recava ogni sera in spiaggia per aiutarlo a serrare la vela e trasportare l’attrezzatura via dalla barca.
“Domani uscirò prima dell’ Continua a leggere