Il Capitano Mario (XIX)

di
Maria Frasson

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I giorni cruciali

Eravamo andati a Mantova, dopo il ritorno di Mario, a salutare i parenti, e anche a Bologna, una delle città più care alla mia giovinezza. E qui ero stata una mattina in giro a ritrovare le bellezze della città, dopo anni, con mia cognata Maria, quando, ritornando a casa, sentimmo annunciare dalla radio: “Gli alleati Anglo-americani sono sbarcati in Sicilia.”

Era il 10 luglio 1943.

Fu un’impressione enorme. Per le strade era come un risveglio, un eccitamento generale. Ci si chiedevano ulteriori notizie, ci si domandava che cosa sarebbe accaduto ora: c’era una vaga speranza sospesa. Era certo un avvenimento straordinario, ma la censura non lasciava trapelare la verità vera e ci rendeva alquanto disorientati. L’operazione militare era stata preparata accuratamente, lo sbarco preceduto da una spettacolare discesa di paracadutisti; imponente il numero delle navi che si accostavano alla spiaggia meridionale della Sicilia e quello delle truppe da sbarco che si trovarono di fronte un nemico in condizioni di evidente inferiorità.
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Il Capitano Mario (XVIII)

di
Maria Frasson

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III

L’ALBA DELLA LIBERAZIONE

All’inizio dell’estate del 1943 qualche cosa di nuovo si sentiva nell’aria e nel sole.

Ero andata alla ricerca di una domestica per l’autunno a Varzi, il capoluogo dell’alta valle della Staffora. C’erano dei giovani armati in divise militari alquanto scalcinate che circolavano con un’aria tutt’altro che militaresca, non inquadrati, con un fare bonario e disinvolto, incurante di ogni disciplina, quasi allegro. Come borghesi in divisa. Erano gentili, mi lasciarono passare, anzi mi fecero strada. Stupita, mi chiedevo dove fossi capitata: chi fossero costoro.

Mi era sempre accaduto infatti di imbattermi in una pattuglia di soldati, di camicie nere, di poliziotti che trattenevano dal proseguire per una determinata strada in quel momento senza dare spiegazioni, facendo dirottare i passanti con tono severo e perentorio. Non era piacevole incontrarli. Ma eravamo in guerra e questo giustificava una certa vaga apprensione, un senso di disagio, se non di paura. Qui invece l’atmosfera era diversa: io non riuscivo a capirne il motivo. Chiesi del medico, il quale mi disse di conoscere mio marito e mi indirizzò ad una signora che aveva un piccolo negozio nel centro del paese. C’era, dentro, di tutto: oggetti di ogni epoca e di ogni gusto, anticaglie e ferri vecchi accanto a sedie di bellissima fattura e a tavolini su cui era distesa in bell’ordine della biancheria intima molto moderna e molto elegante. La signora venne fuori dal profondo, con aria regale, né vecchia né giovane, pitturatissima, vestita con colori intonati al trucco, sgargianti. Una via di mezzo tra la maga la strega e la fata benefica. Molto loquace, “la signora” mi promise il suo interessamento per quel che cercavo e mi mandò infatti poi una di quelle ragazzotte che non erano mai discese dal loro rupestre paesuccio sulla cima solitaria dei monti “elevati al cielo”, come quelli descritti dal Manzoni nell’immortale addio di Lucia.
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Il Capitano Mario (XVII)

di
Maria Frasson

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Il 1943

Tutti gli anni cominciano generalmente con qualche speranza. Così avvenne all’alba del 1943. Per noi la più grande era pur sempre quella di ritrovarci insieme alla fine della guerra.

Mario era ad Atene, all’Ospedale Chirurgico. Le sue lettere, come ho detto, arrivavano con ritardi anche maggiori delle precedenti: più gravi difficoltà di assestamenti? o di comunicazioni? Forse. Comunque vi traspariva un’aria più serena. Faceva l’aiuto-chirurgo: attività certo gratificante per lui. Si trovava fra colleghi medici e crocerossine. E poi gli piaceva Atene “coronata di violette”: comuni ricordi classici che riaffioravano inevitabili. Mi descriveva i tramonti che accendevano di luce l’Acropoli, di una luce tutta particolare, diceva, che ne giustificavano l’appellativo poetico: proprio come l’avevamo sempre immaginata. E se si attardava ad ammirarla ascoltando il Valzer Triste di Sibelius, che era la sua musica preferita, voleva dire che il lavoro all’Ospedale gli permetteva dei margini di distensione, forse anche di serenità.

Sopra tutto gli sorrideva la speranza dell’attesa licenza di un mese. Che poi si protrasse a lungo.
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Il Capitano Mario (XVI)

di
Maria Frasson

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L’AVVENIMENTO DECISIVO

Fu infatti in quei fatidici mesi autunnali del 1942 che si verificò quella svolta decisiva la quale doveva rovesciare definitivamente le sorti del conflitto. La battaglia di Stalingrado si portò via con sé la vittoria, la gloria, le ultime speranze e sopra tutto 300 mila uomini tra morti e dispersi da entrambe le parti in conflitto. Fu una spaventosa tragedia, a cui si aggiunse l’arresto definitivo delle truppe dell’Asse a El Alamein sulle coste dell’Africa settentrionale, mentre gli Inglesi al Nord Europa resistevano disperatamente ai bombardamenti cosiddetti a tappeto che distruggevano le loro città industriali, e gli Americani stavano per entrare in azione.

Ma i Tedeschi non si arrendevano e non si arresero all’accerchiamento di Stalingrado da parte di 22 nuove divisioni sovietiche. Avevano l’ordine di resistere e resistettero infatti per oltre due mesi e mezzo. Di questa enorme, inutile carneficina avevamo notizie da qualcuno dei nostri alpini superstiti o da altre vittime dello stesso destino.

Messaggi senza speranza da parte di chi sapeva di dover morire: spezzavano il cuore. Eppure destava stupore e un’indefinibile pietà la loro tristezza senza ribellione, senza disperazione.
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Il Capitano Mario (XV)

di
Maria Frasson

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A Rivanazzano, in Valle Staffora

Seguirono, per noi, qui in Italia, due anni dolorosissimi tra difficoltà sempre più gravi e deprimenti sofferenze continue che pareva non dovessero finire mai più. Cominciava allora l’estate che portò dapprima con sé una certa distensione. Sapevo che laggiù in Grecia i pericoli più gravi erano cessati e noi pensavamo alla villeggiatura. In Val d’Intelvi quell’anno era impensabile andare: impossibile approvvigionarsi. Svanito il sogno di Italo di prendersi una casa sul lago in cui ricavare un appartamento anche per noi. Anche loro optarono per la campagna; io scelsi di portare i miei Penati a Rivanazzano, abbastanza vicino a Pavia. Trovai posto in una villetta che aveva un giardino affacciato sulle rive della Staffora dove potevo leggere e scrivere all’ombra protettiva di una grande antica pianta. Si aveva l’illusione, purtroppo assai fugace, di trovare qui tranquillità e pace. Il paesaggio era dolcissimo fra le colline dell’Oltrepò pavese che digradavano con lento pendio verso il torrente, di fianco al quale la valle si stendeva – ampia e fertile – in una verde piana di prati e pascoli e di campi coltivati. C’era la rassicurante possibilità di approvvigionarsi di viveri, sia pure a borsa nera, e c’era l’aria salubre che scendeva dalla testata della valle e gli ampi viali ombrosi che conducevano sia verso Salice che verso il centro del paese e l’ameno parco delle Terme. Il paese era animato dalla presenza di un attendamento di militari in esercitazione che spesso suonavano la banda e attiravano l’attenzione della gente tra cui erano numerosi gli sfollati come noi.

Io conducevo fuori ogni giorno le bambine: la piccola sul carrozzino, l’altra per mano: entrambe felici. Più spesso però uscivo sola con la Carla. Camminavamo a lungo in silenzio. A volte la piccola si fermava a raccogliere un fiore da spedire al papà, a volte da quei suoi silenzi fiorivano osservazioni che rivelavano una sensibilità così profonda da rimanerne stupiti. Mi faceva bene al cuore la compagnia di quella mia cara pensosa bambina, ma nello stesso tempo provavo un senso di pena per lei, perché a differenza dalla sorellina, per la quale non avevo nessun motivo di preoccuparmene, questa mi pareva troppo sensibile e temevo che partisse svantaggiata nell’affrontare le immancabili durezze della vita. Ma poi concludevo – scrivendone a Mario – che se Dio l’aveva creata così intelligente e riflessiva, affidandola a una famiglia disposta a comprenderla, le avrebbe concesso anche di adattarsi all’ambiente esteriore dandole la forza di non lasciarsene soverchiare.
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Il Capitano Mario (XIV)

di
Maria Frasson

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Fronte greco-albanese

Se questa era la nostra condizione in città, ben peggiore era quella dei nostri soldati sul fronte greco-albanese. Il 28 ottobre del ’40 Mussolini aveva dichiarato guerra alla Grecia, con la scellerata convinzione di “spezzarle le reni”, come diceva, ossia di vincerla in due settimane, che diventarono oltre otto mesi (c’era da aspettarsene di più); e in quelle condizioni che sembrano oggi inverosimili a chi ha nella testa un briciolo di materia cerebrale. Sei divisioni italiane erano schierate su di un fronte montuoso, esteso per 200 chilometri contro quattordici greche, che conoscevano perfettamente il terreno, decise a difenderlo: come infatti fecero, con eroismo e con la sovvenzione degli Inglesi.

Mario era in prima linea sotto il tiro dei fucili e delle mitragliatrici nemiche, di marca inglese, che non risparmiavano nemmeno le tende con la croce rossa dei così detti ospedali da campo. Le nostre truppe erano male equipaggiate, costantemente in mezzo al fango e con le scarpe autarchiche, vale a dire con le suole di cartone pressato che si scioglievano sulla neve, e infatti a molti soldati gli si congelavano i piedi. Restavano anche spesso privi di munizioni e di viveri, oltre che di medicamenti d’urgenza. Questi arrivavano coi muli per i sentieri di quelle montagne sulle quali i Greci potevano sparare dall’alto centrando agevolmente i punti strategici. C’era un mulo che passava ogni giorno col suo carico su di un fragile ponticello di legno. Individuata la posizione, il tiro nemico spazzava via senza indugio il povero trasportatore che – eroe senza medaglia – se ne partiva col suo carico prezioso: così per tutto quel giorno, e per un altro e forse per un altro ancora ogni attesa era vana. Per farsi coraggio non restava che cantare: “canta che ti passa” anche la fame, dicevano. Come raccontano i Fioretti di San Francesco che quando il Santo era ricoverato nella capannuccia del convento di S. Chiara, perché era malato, per non sentire il male, cantava le lodi al Signore. Altrettanto facevano gli Alpini della lulia, poco lontano da loro, con quel triste canto rimasto famoso: “Sul ponte di Perati bandiera nera: l’è il lutto dell’alpin che fa la guera”.
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Il Capitano Mario (XIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII)

II

Il 1939

La dittatura, come un cavallo impazzito, aveva imboccato le tragiche vie del male e precipitava verso le sue inarrestabili conseguenze. Eravamo ai prodromi del dramma che doveva sconvolgere il mondo, e intanto si viveva nell’inquietudine di sinistri presagi.

Mario era spesso richiamato alle armi in quel lontano 1939, sempre tuttavia per pochi giorni e sempre per quel pericolo di guerra che poi ogni volta risultava scongiurato per noi dell’Europa occidentale. Ma era già una continua tensione per me, che aspettavo la seconda bambina. Stavo male, anche fisicamente e soffrivo per di più nel timore che la creaturina risentisse del mio stato d’animo. Mario mi rassicurava: non dovevo assolutamente preoccuparmi – diceva – per questo.

Già dal 1o settembre 1939, annunciando la Blitzkrieg (ossia la guerra-lampo), Hitler aveva invaso la Polonia, che si difese con le cariche di cavalleria contro i carri armati e poi si era rivolto proditoriamente verso l’occidente, proseguendo rapidamente nella sua marcia, sempre vittoriosa, verso la catastrofe, purtroppo ancora lontana.

Gli Inglesi, oltre la Manica, erano decisi a resistere.

Noi avevamo dichiarato la “non belligeranza”. Qualcuno, ancora in grado di ragionare, fra i capi dello Stato maggiore delle forze armate, ma anche fra gli stessi gerarchi fascisti, cercava di persuadere il Duce a prolungarla almeno per un paio d’anni, facendogli presente la nostra assoluta impreparazione militare rispetto a quella del nostro folle alleato.

Ma invano.

E scoppiò la 2a guerra.
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Il Capitano Mario (XII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI)

L’estate con i cugini

Trascorrevamo la villeggiatura estiva in Val d’Intelvi con i cugini di Como, carissimi, con i quali andavamo d’accordo perfino sulle reciproche, inconsapevoli date delle gravidanze che iniziavano, tanto la prima quanto la seconda, singolare appuntamento, sempre a distanza di quindici giorni. Quando visitai la Carmen col suo piccolo (il primo figlio), nato nella notte, ricordo che mi disse, con le parole del cuore: “Maria, è una gran cosa!” e ci abbracciammo con lacrime di gioia. Italo, il cugino-fratello, condivideva con la stessa espressione sul viso, con lo stesso velo sugli occhi. Anticipo per me della stessa esperienza imminente.

Altrettanto doveva avvenire alla nostra seconda maternità.

È strano come fra Italo e Mario si fosse stabilito a prima vista un rapporto di reciproca simpatia, di comprensione, di fraternità, pur fra due uomini diversi per età, orientamento professionale e consuetudine di vita. Io ci pensavo con gioia, essendone il fulcro convergente e con gratitudine per questo ulteriore dono celeste.

Quando i due cuginetti, Carla e Giuliano, non camminavano ancora, stavano sempre insieme nello stesso box, oppure nelle reciproche carrozzine, affiancati, ed erano naturalmente al centro dei nostri affetti e dell’ammirazione dei villeggianti.

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Il Capitano Mario (XI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X)

PAVIA

Io ero arrivata a Pavia – come dissi – il primo marzo di quell’anno. La città mi era sconosciuta, e poiché mi sentivo estranea ai colleghi e mi trovavo a disagio nei viavai dell’albergo, andai, memore del mio “Sacro Cuore” di Padova, a chiedere provvisoriamente asilo ad un pensionato universitario annesso ad un collegio.

Mi fecero attendere in un salotto, dove mi aspettavo di incontrarmi con un’arcigna, anziana direttrice. Arrivò una giovane, su per giù mia coetanea; “La direttrice?” chiesi. “Sono io” fu la risposta. Immediata simpatia reciproca. Le esposi il mio caso: la conversazione si protrasse per più di due ore, e alla fine eravamo (e restammo) amiche. Oltre a Giuliana – la direttrice – al pensionato incontrai un’altra, ancora più cara amica, una sarda: Carmina, allora assistente del Prof. Jucci di Zoologia, più tardi cattedrattica lei pure, a Sassari. Due amiche, subito: la vita mi sorrise, era come trovare il ramo dorato tra le fronde scure, nell’incerta luce dell’alba.

Intanto cercavo casa. Quante strade dovetti percorrere, in quel marzo piovoso, nella città sconosciuta! Trovai finalmente la dimora. Era una vecchia casa dall’aspetto civile, ma tanto vecchia e in tali condizioni d’abbandono, che dovetti lavorare molto per rendere accogliente quella che doveva divenire la nostra prima casa di sposi. Due anni dopo ci trasferimmo in un’altra migliore, con le finestre aperte sull’ampia Piazza Ghislieri e sul campanile della Chiesa di S. Francesco, inghirlandato ad ogni primavera dal garrulo stridio delle rondini. E fu questa che ho sempre nel cuore perché accolse per 12 anni le vicende centrali della nostra vita: le più intensamente vissute.
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Il Capitano Mario (X)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX)

L’IMPERO

La sera del 9 maggio 1936 dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini proclamava all’Italia in festa la vittoria e la fondazione dell’Impero “riapparso sui colli fatali di Roma”.

Quella sera, con la mia amica Carmina ascoltavamo la radio stando sul terrazzino sotto un limpido cielo stellato. Fu un’emozione esaltante. E non fu cosi solo per noi giovani, ma per tutti gli Italiani. Il giorno dopo Ugo Oietti, uno dei più quotati giornalisti-scrittori, ne scrisse, mi pare, sul Corriere della Sera, un articolo bellissimo, intitolato “Notte sull’Impero”. Ricordo, tuttavia, che mentre noi due commentavamo il giorno dopo la nostra felice impressione con l’amica Giuliana, che era figlia del direttore del giornale locale, persona assai colta ed autorevole che io stimavo molto, ci sentimmo dire da lui, in tono pacato: “Eppure ricordatevi che questo è il principio della fine”. Parole che allora mi stupirono: parole profetiche, ma anche ora mi chiedo: come mai tanta lungimiranza? E in quel momento? Il fatto è che noi allora eravamo giovani e non potevamo capire.
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Il Capitano Mario (VIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII)

LA GUERRA IN A.O.I.

Il sottotenente Mario Pezzini: 6o Alpini, divisione Pusteria, ai primi di gennaio del ’36 arrivò a Massaua, dove incontrò il primo disagio nella temperatura – che superava i 40 gradi – dopo aver fatto la traversata in cuccetta perché non stava bene. Aveva tosse e febbre. Per fortuna fu subito trasferito sull’altipiano dell’Asmara, sui mille metri d’altezza: si potè coricare forse su un pagliericcio, o comunque per terra, dormì per 10 ore e si svegliò perfettamente guarito. La montagna evidentemente può giovare più del mare.

Il capitano Loffredo, che era un gran brav’uomo ma – secondo me – anche un po’ fanatico, forse anche troppo presto volle sottoporre i suoi alpini a quello che era chiamato il battesimo del fuoco. Allora non c’era la censura e dalle lettere che ricevevo – sempre angosciosamente attese – trasparivano, oltre alle impressioni provate, anche tutti gli avvenimenti generalmente vissuti laggiù.

Alla nostra generazione, che è stata la più tormentata di questo secolo, è stato concesso tuttavia di ricordare, oltre alle prove più dure, anche l’ingenuo entusiasmo dei giovani di allora (che fu solo di allora, e non più) per gli avvenimenti della guerra dell’AOI (Africa Orientale Italiana) oltre alla fierezza di avervi partecipato. Ingenuità che oggi può stupire, ma non più di quanto non stupiscano ai nostri giorni la passione per i cantanti preferiti o il tifo sportivo.

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Il Capitano Mario (VII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI)

Percorso di riflessione

Mentre passavano i giorni meditavo sulla mia avventurosa vicenda nuziale.

Era la più importante svolta nel corso della mia vita, accettata come una grande grazia, con l’umiltà di chi si affida e ne riceve in cambio tutta la forza di chi confida.

Tornavano a proposito le parole di una recente lettera della mia santa madre Galli, che era sempre al corrente di ogni mia vicenda, che diceva: “Il Signore l’ha veramente benedetta, cara Maria, facendole incontrare un giovane di tanto merito”. Pensavo spesso a quei lunghi quattro anni trascorsi nella gioia e nella sofferenza, conclusi in un matrimonio che ci eravamo abituati – a causa delle circostanze – a considerare tanto lontano, ed era avvenuto così inatteso da sembrare un sogno: felice e doloroso insieme. Come era sempre stata la mia vita. Cercavo di ricostruire lo stato d’animo di Mario che negli ultimi tempi viveva serenamente nell’attesa di ritornare – avendo il congedo già firmato – ai suoi amati studi di Pavia, mentre stava per prendere la decisione, indubbiamente sofferta, di partire volontario per la guerra in Africa Orientale, con i suoi alpini.

Ma non furono gli Alpini a determinare la sua scelta: fu quella invece di cogliere l’occasione, unica e irripetibile, per raggiungere il tanto sospirato matrimonio e formarsi quella famigliola che era il suo sogno, e che avrebbe anche potuto mantenere col suo stipendio di ufficiale. Decisione sofferta, ripeto, all’idea di lasciarmi: “ma so che sei forte” mi disse.

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Il Capitano Mario (VI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V)

VITA NUOVA

Eravamo sposi

II giorno seguente arrivammo senza indugio a Trento per raggiungere il battaglione e scendemmo ad un albergo che sorgeva davanti alla stazione, dove erano alloggiati gli ufficiali in partenza, non per la Tripolitania (come avevo ben capito subito: pietosa bugia, del resto insostenibile), ma per l’Africa Orientale: zona di guerra.

La partenza era fissata per il 2 gennaio: avevamo perciò quasi una settimana per la così detta luna di miele. Ma non ci fu in quei pochi giorni nemmeno il tempo di stare un po’ tra noi se non brevemente a tavola e al momento di ritirarci la sera in camera. Gli ufficiali stavano tutto il giorno in caserma, impegnati a radunare gli alpini e a completare gli ultimi – molto laboriosi – preparativi per la guerra.
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Il Capitano Mario (V)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV)

NOZZE: COME AVVENTURA

Era il 3 ottobre 1935

Attendevamo, numerosissimi, nella piazza principale di Cantù il discorso del Duce, diffuso dagli altoparlanti. Uno di quei discorsi, bellissimi, che mi erano sempre piaciuti. Nessuno parlava, né forse parlerà, come lui che ipnotizzava le folle.

Quel giorno proclamò la dichiarazione di guerra all’Abissinia.

Sentii di odiarlo.

Ed era la prima volta che provavo un sentimento di odio contro qualcuno. Improvvisamente: odio e delusione. Ero violenta nel mio sentire: tutto sommato comunque non ero ancora antifascista: anzi ero sempre entusiasta per le imprese eroiche e anche per il fascismo. Come eravamo giovani; come eravamo inesperti! Ma non avrei mai potuto credere che un dittatore potesse assumersi la responsabilità di gettare un popolo in una guerra, di far morire anche un solo uomo. E unicamente per soddisfare la propria ambizione. Non era un sanguinario: lo diventò perché lo volle: lui solo. Non ci fu un applauso, non una musica. Tutti se ne andarono, in silenzio. Erano gente seria.

Mario era a Vipiteno.

Aveva assolto agli obblighi del servizio militare, aveva il congedo firmato e stava per rientrare a Pavia, per laurearsi.

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Il Capitano Mario (IV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III)
La bicicletta

Altro sport – ma questo era piuttosto una necessità – era la bicicletta, sua inseparabile compagna.

Dalla quarta ginnasio fino alla fine della terza liceo, vale a dire per cinque anni, aveva viaggiato ogni giorno, col sole e con la pioggia, andata e ritorno, lungo i cinque chilometri e mezzo della grande strada provinciale per Brescia, che separavano la casa dalla scuola, in bicicletta. Non c’era affatto traffico allora: qualche raro carro agricolo, qualche rara carrozza. Ed era così abituato alla guida, che spesso ripassava le lezioni pedalando.

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Il Capitano Mario (III)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II)
IL PERSONAGGIO

Sarebbe il caso, a questo punto del romanzo, di innestare – per dirla nel gergo automobilistico – la marcia indietro, allo scopo di poter vedere in piena luce il personaggio inserito nella sua vicenda “storica”. Parole auliche, ma non è forse ciascuno di noi inserito nella storia umana per il breve spazio della sua vita, proiettata dal passato al presente, protesa verso il futuro e oltre la vita?

C’è sempre una certa sfumatura misteriosa nei contorni di un disegno che tenta di racchiudere entro tratti precisi una figura umana e non può riuscirvi mai in assoluto, dal momento che noi non conosciamo neanche noi stessi. Continua a leggere

Il Capitano Mario (II)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I)

Hic incipit…

Hic incipit.

Esami di maturità.

E poi esami di concorso: tormento della nostra generazione, che i pochi superstiti rivivono ancora nei sogni di qualche notte angosciosa. Riforma Gentile: noi ne siamo stati colpiti in pieno, ed eravamo in prima linea, come i soldati al fronte. Tutto ci chiedevano: tutto lo scibile. C’era da impazzire.

E fu così che un giorno, sollevando la testa dai libri della biblioteca, io gli proposi di prendere insieme una boccata d’aria: eravamo come ubriachi per il troppo studiare, ed era un giorno così bello, sfolgorante di luce viva, nel pieno sole estivo. Lui si preparava per la maturità, io l’avevo già superata da tempo e studiavo per l’abilitazione e i concorsi.

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Il Capitano Mario (I)

di
Maria Frasson

Il memoriale è un genere letterario che esprime, nella sua (autentica o simulata) immediatezza, il carattere sociale della letteratura, nella sua genesi, nella destinazione, nel consumo. Nasce spesso da esigenze “spontanee”: un bilancio esistenziale, un bisogno di evocazione, il desiderio che il passato torni a essere per un istante presente, il bisogno di giustificazione o di dissimulazione, una ricapitolazione personale e collettiva, un contributo al senso di identità di una famiglia e di una comunità, la trasmissione di conoscenze e valori tra generazioni, e mille circostanze diverse. Ha per scopo principalmente la comunicazione tra il tempo passato del ricordo, il tempo presente della narrazione, e il tempo futuro di chi leggerà la pagina. Ha per funzione l’insegnare, l’ammonire, il tramandare: in breve, operare in qualche modo sulla coesione della comunità a cui principalmente si rivolge.

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