98. Muffa


Era come se tutto defluisse verso un bacino già deciso, come se i gesti, i pensieri, le parole si susseguissero in un ordine prestabilito, da cui era difficile scartare. Il dialogo fra sordi assumeva connotati grotteschi: non c’era verso di cambiare prospettiva, ognuno era ben chiuso in sé, marcando i confini con precisione puntigliosa. Noi proseguivamo nell’opera di sensibilizzazione, pur sapendo che gli appelli sarebbero spesso – quasi sempre – finiti nel nulla. Il male dilagava in molte forme: dalla violenza delle persone e degli Stati, allo sgretolamento dei valori, al logorio di una dottrina che sembrava non aver più alcuna ragione di sussistere. Assistevamo stupiti a dichiarazioni che, in altri contesti e in altri tempi, avrebbero destato riso o indignazione. L’imprudenza regnava sovrana, come se tutto fosse lecito, come se, all’improvviso, tutto si dovesse cambiare, capovolgere nel suo contrario, mostrare una faccia rifatta che, al di là del belletto, lasciava trasparire i suoi tratti beffardi e sovversivi. Avevamo la netta sensazione che, rapidamente, quei connotati sarebbero emersi con la sfacciataggine di chi non tollera alcun limite, provocando decisioni inevitabili e drammatiche. Tutta la natura sembrava risentire di un’aria viziata, di una perdita di punti di riferimento e di criteri: come se, di punto in bianco, un cataclisma dovesse diventare il simbolo di un libero arbitrio male esercitato, di un peccato originale che, cacciato dalla porta, si fosse riaffacciato da una crepa del muro, da una finestra socchiusa, da una cantina corrosa dall’umidità.

97. Crepe


Era quasi avvincente vedere come tutto, ormai, lasciasse intravedere gli eventi preannunciati; ma non avremmo potuto mai bearci con visioni drammatiche, con problemi per la cui soluzione bisognava invece pregare intensamente. Le posizioni erano ben delineate, anche se, ultimamente, nel fronte opposto si apriva qualche crepa, come se qualcuno cominciasse a dubitare delle “magnifiche sorti e progressive” sbandierate dalla nuova teologia. Sempre più, del resto, sarebbero apparsi segnali di conferma alle tre piste annunciate: la divisione nella Chiesa, il terrorismo di matrice religiosa e una guerra su scala mondiale. Personalmente, mi rendevo conto che la chiave più importante sarebbe stata abbandonarsi all’azione di Gesù, lasciando fare a Lui, rinunciando a guidare in modo autonomo le proprie iniziative. Facevamo esperienza di quanto questo atteggiamento producesse risultati migliori di qualunque altro. Si potrebbe definire “Provvidenza”: quella che don Mario aveva sempre vissuto, cercando di trasmetterne il segreto ai suoi amati discepoli. Il Signore conduceva la storia, anche e soprattutto in un tempo tormentato da contraddizioni, esposto, come non mai, alla minaccia dell’autodistruzione. Lasciarlo fare: era questo l’atto salvifico, quello che, per vie misteriose, sarebbe arrivato a dare frutto. Nel frattempo, ci era chiesto di avere pazienza, di pregare perché il Dio Pantokrator portasse a compimento la trama di salvezza concepita con fiducia e amore senza limiti.

96. Altri segreti


Maggio era arrivato. Il centenario di Fatima entrava nel vivo, dopo tanta attesa, e noi preparavamo i nostri cuori agli eventi preannunciati, ben sapendo che non c’erano date da tenersi per sicure, né vicende scontate, ma solo la fiducia assoluta nell’azione del Signore, l’apertura del bambino che non sa, e ha tutto da imparare. Intanto il Cielo lavorava nella nostra terra accidentata: dall’ultima presa di coscienza sul senso profondo dell’umiliazione, che avevamo deciso non solo di accettare, ma di abitare con gioia, eravamo approdati al cuore del Vangelo, riassunto in uno dei messaggi della Gospa: “Avrà la pace vera solo chi, nel suo prossimo, vede e ama mio Figlio”. Non era facile: non solo scorgerlo in noi stessi, ma anche nelle persone che tutto parevano incarnare tranne il volto, l’opera, il pensiero di Gesù. Ma come eravamo pazienti per il nostro cammino personale, come sapevamo perdonarci inciampi e passi falsi, inevitabili nella via della fede, così dovevamo dare agli altri, a tutti, la possibilità di aprirsi al Progetto, fino all’ultimo respiro, riconoscendo che il giudizio decisivo spetta solo a Dio. La pace: era questo il bene supremo, che si stagliava sempre più nitidamente sull’orizzonte oscuro degli accadimenti, l’estremo appello rivolto dal Signore a un’umanità scivolata su altri piani, chiusa nel bozzolo oppressivo dell’io incapace di donarsi. Ed era maggio, il mese di Maria: ci sembrava di vedere il suo sguardo, di sentire la sua mano posata su di noi, la sua voce inconfondibile, in mezzo ai rumori del tempo che correva.

95. L’ultima Thule


Dovevamo parlare e agire con prudenza: dire e non dire, lasciar intravedere, aprire spiragli su scenari che già apparivano evidenti, ma di cui si accorgeva solo chi voleva. C’era una tendenza irresistibile a chiudere occhi e orecchi alla realtà. Le due fazioni della Emmerich erano sempre più chiare, giorno dopo giorno, ma non riguardavano soltanto le questioni dottrinali, bensí la visione stessa della storia, le mosse degli Stati, le trame del terrore “religioso”, le vie tortuose di un’umanità plagiata dal principe della menzogna. Perché quasi di plagio si trattava, anche se il libero arbitrio era l’ultima parola, l’adesione a Dio o a Beliar, l’avversario, il serpente antico, il nemico della natura umana. Noi potevamo procedere solo per accenni, allusioni, che pure a molti sembravano minacce, messaggi criptici capaci di insinuare angoscia ed inquietudine. Magari fosse stato questo l’effetto degli appelli! Avevamo ricordato più volte che i turbamenti provengono dal diavolo, eccetto quello che serve a sradicare da scelte sbagliate, che portano alla morte. Questi sono l’opera dello Spirito Santo, che cerca d’incrinare le certezze di un popolo, oggi come allora, dalla dura cervice. La sensazione strana era toccare un punto, nei discorsi, oltre il quale non era possibile procedere: erano le colonne d’Ercole, l’ultima Thule di un cuore refrattario alla voce di silenzio sottile che il profeta aveva udito sul monte di Dio, e che tutti, ancora una volta, eravamo invitati ad ascoltare.

94. Paradossi


La situazione era paradossale: non solo eravamo certi della veridicità delle ben note profezie, ma ormai gli eventi andavano delineandosi con una chiarezza disarmante, a cominciare dalle dichiarazioni sulla guerra atomica, che campeggiavano sulle prime pagine dei quotidiani, ma non segnavano affatto il quotidiano della maggior parte della gente, incline a rimuovere qualunque minaccia alle proprie, precarie sicurezze. Quando si sarebbero attuati i fenomeni previsti? Chi parlava di maggio, chi dei mesi successivi, fino a ottobre, altro anniversario delle apparizioni ai pastorelli portoghesi. Diventava difficile parlare di qualcosa che avvertivamo come duro, terribile, drammatico. Eppure, il nostro compito di sentinelle ci spingeva a spargere il seme della consapevolezza in terreni spesso refrattari, in orecchie invase dai rumori di un mondo concentrato nei suoi interessi effimeri, nello sforzo sterile dell’autoaffermazione, nella ricerca del piacere, negli equilibri instabili di competizioni, rancori, delusioni. Come riuscire a far breccia in questa scorza, come convincere dell’urgenza del momento, quando persino nella Chiesa prevaleva, spesso, una visione orizzontale, sociologica, priva della carica esplosiva della Pasqua appena celebrata? Sempre più comprendevamo che senza la potenza della Risurrezione, il Cristianesimo si riduceva a una ben misera cosa: un’organizzazione sociale come tante, un attivismo spesso logorato da denunce impotenti e da reciproche accuse di inerzia o inefficienza. La nostra fede era di più, molto di più, e noi avevamo il compito di farcene memoria vivente e coraggiosa.

93. La roulette


Non potevamo fare a meno di stupirci di quanta refrattarietà ci fosse riguardo al tema della profezia. Pensavo al dato divenuto proverbiale che la fede è un dono: era anche una scusa per non credere, per evadere l’impegno inevitabile, la sporta di sacrificio senza sconti da infilare nello zaino della vita. Comodo pensare che se la tua è un’esistenza senza fede la colpa è di un altro, perfino di Dio, che non te ne ha fornito. La fede è un dono, sí, ma da volere, da desiderare. La pallina tornava sempre nella solita casella, nella roulette delle domande decisive. Tutto dipendeva da quel mistero chiamato desiderio. I maestri dello spirito invitavano a cogliere il sentimento fondamentale della propria vita: cosa desidero di più? Dove si volge istintivamente l’attenzione, cosa attrae l’energia vitale che tutti abbiamo dentro? Comprendevamo sempre più lucidamente come qui fosse richiesto il massimo di sincerità, altrimenti sarebbe stato un bluff, una fatica senza frutto. Non bisognava censurarsi, ma cogliere spietatamente la verità interiore, anche se avesse dovuto rivelare che il sentimento di fondo fosse un vizio: l’ira, la lussuria, l’avarizia…
Solo prendendo coscienza dello stato del cuore, guardando in faccia la propria condizione, smettendo, una volta per tutte, di nascondersi dietro il solito dito, ci si sarebbe messi in marcia, toccando con mano che sí, persino il desiderio può cambiare, aprire gli occhi ciechi dell’istinto, dell’ovvio, dell’abitudinario, su un orizzonte inedito, una scena mozzafiato: quella dello spirito. Solo a quest’altezza sarebbe stato possibile sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda della profezia. E questa altezza era lo sguardo del Cristo, che tutto trasforma, tutto salva, con la sua scorta inesauribile di luce.

92. Repressioni


Mi colpivano le parole di Buber nel Cammino dell’uomo: “Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico”. Nel momento che stavamo vivendo, tornavano preziose. Il clima si faceva pesante: come ci fosse un controllo sui gesti, sulle idee, sulle parole. Come se ogni angolo celasse una spia pronta a riferire chissà quali segreti. Una suora mi aveva apostrofato con aria allusiva: una signora dice che hai scritto…
Mi tornavano alla mente le visioni della Emmerich, l’immagine dei credenti oppressi dalla persecuzione che, come in altre profezie, proveniva dall’interno della Chiesa. Eravamo alla resa dei conti? Un amico con carismi di veggenza mi aveva confidato che intravedeva a maggio uno spartiacque decisivo: in quel mese si compivano i famosi cento anni di Fatima, in cui il demonio era stato liberato per mettere alla prova la fede dei credenti in Cristo, per colpire al cuore la sua Chiesa. Constatavamo che davvero, in questo secolo, c’era stato un crollo totale dei valori, un disgregarsi delle strutture portanti dell’umanità, che andava ben oltre le definizioni di “società liquida” o “globalizzazione”: una scomparsa delle basi elementari della vita comunitaria e personale. A questo si aggiungeva, ora, un occhiuto controllo sui potenziali dissidenti, su chi non rinunciava a radicarsi nel nucleo della tradizione, nella storia impregnata dalla visita dello Spirito Santo, dalla potente incarnazione di Cristo. Ecco, allora, che le parole di Buber diventavano un viatico opportuno per chi, come noi, credeva ancora nella verità: dire quello che si pensa, fare quello che si dice, ad ogni costo.

91. Il punto della situazione


Quando cominciai a scrivere il diario, pensavo che la situazione si sarebbe risolta in un rapido volgere di tempo, con un fulmineo capovolgimento delle posizioni. Ma il Signore ci fece capire che l’evento capitale, tra fine e inizio d’anno, era stato l’apertura della Porta Santa, che non sarebbe rimasta senza effetto. Cosa avesse prodotto rimaneva un mistero, ma certamente noi fummo tra i beneficiari di quel dono di grazia. Era difficile giustificare il ritardo della soluzione, visto che avevo parlato del tempo di Natale: nessuno pensava che l’apertura della Porta potesse coincidere con l’evento preannunciato, essendo legata non a fatti materiali, ma alla sfera sfuggente dello spirito. Il ritardo, tuttavia, non mutava la sostanza delle cose, anzi, inseriva la vicenda del Divino Amore nel più grande scenario delle profezie riguardo al mondo, e in particolare l’Occidente: la crisi nella Chiesa, l’attacco del terrorismo fondamentalista, un qualche tipo di disastro naturale o bellico. Esisteva una tale convergenza di premonizioni, che bisognava essere sordi a ogni carisma profetico per restare indifferenti. Non facevamo mai riferimenti precisi alle fonti di tali previsioni, ma chiunque avrebbe potuto trovare nomi, luoghi e contenuti con una rapida ricerca in rete. Non restava che attendere il rivelarsi della trama di un racconto noto da sempre allo sguardo del Signore: noi, negli occhi del Cristo, leggevamo con chiarezza  lo svolgersi incalzante della storia.

90. Dolomiti


L’immagine era quella di un massiccio montuoso incastonato dentro il verde, un paesaggio dolomitico, probabilmente, di quelli che tante volte avevano riempito i miei occhi di ragazzo chiuso e passionale. Poi, altri occhi mi avevano insegnato a guardare con il cuore, a sentire una bellezza che nulla aveva a che fare con i sensi carnali, ciechi per principio di fronte alle cose ultime del mondo. Era il Progetto di Dio, che in quell’immagine emergeva in tutto il suo splendore, come a dire chi siamo, da dove proveniamo, dove andiamo. Avevo pubblicato il mio post solito sul blog – le “carte vincenti”, le chiamavo -, per creare un catalogo di attrezzi facilmente adoperabili, utili a chi fosse interessato a oltrepassare le menzogne del momento presente. Il Progetto di Dio, avevo scritto, è bello, buono e vero: vorrò negarlo nella mia vita? Era un modo efficace, a mio parere, per esporre il gap che lacera e separa le due volontà, quella del Bene eterno e quella della ormai ben nota “filautia”. Se il nucleo della nostra chiamata all’esistenza è una miscela incandescente di bello, buono e vero, perché farne una cosa mediocre, un mostro di abitudini grigie, rattrappite su se stesse? Era urgente riscoprire la nostra identità, ripercorrere i paesaggi che don Mario mi aveva insegnato a custodire nello scrigno del cuore. Da qui cominciava l’evangelizzazione: ridare al mondo il suo volto originario, l’impronta del Creatore. Un’opera complessa di restauro, che avrebbe assegnato il giusto posto a pensieri e sentimenti, al flusso vitale che cercava il suo alveo nel versante scosceso della Storia.

89. Il desiderio, ancora.


Il desiderio, dunque. Prendevamo coscienza, sempre più, che tutto si giocava lì, nell’apertura del cuore senza condizioni, in una libertà da ogni tipo di vincolo interiore, da catene magari invisibili e sottili, residui di un tempo segnato dal peccato. Era importante recepire, in questo senso, i consigli dei Padri della Chiesa, dei santi che raccomandavano, ad ogni piè sospinto, il distacco da tutto, perché tutto fosse accolto nell’abbraccio di Dio, nel suo sguardo capace di bruciare ogni rifiuto tossico del mondo. Ricordavo la risposta di Jean Cocteau a un intervistatore che chiedeva cosa avrebbe salvato dalla sua casa in preda al fuoco: il fuoco, aveva detto, riuscendo a concentrare in una semplice battuta il senso incandescente della vita. Gli occhi di Gesù: solo lì si afferrava il mistero dell’uomo e della donna, mai possedendolo, ma solo intravedendone il nesso con l’Origine, che reclamava i suoi diritti in questo tempo apocalittico, l’ora della profezia, la risposta all’eterna domanda di Pilato: cos’è la verità? All’uomo occidentale, che si lavava le mani nel catino del benessere, della cosiddetta realizzazione personale, della nicchia sicura da trovare nell’occhio del ciclone, Dio rispondeva con gli eventi che ormai sentivamo alle porte, come l’effetto inevitabile dell’indifferenza, del cinismo, dell’irrisione delle cose sante, a cominciare dalla presenza di Maria e dei suoi messaggi, denigrati perfino da una certa Chiesa. Uno di essi ricordava quanto fosse necessario fare tutto col cuore: il desiderio, appunto, il primo e ultimo ponte sull’abisso del destino, anzi, del Progetto di Dio.

88. La vita oltre la vita


Una fatica, certo, comunicare qualcosa a cui la natura del dopo-peccato resisteva con tutte le sue forze. Noi ci provavamo, negli incontri, nelle catechesi, arrivando a sentirci spossati per questa impresa da definire titanica, se non fosse stato Gesù a portarla avanti. Sul blog avevo fatto uscire l’immagine di una grande croce vista dal basso, con la scritta: “quando costa, è amore”. Ci consolava pensare che il Vangelo portasse un messaggio potente proprio perché paradossale, incomprensibile, per certi versi, agli occhi del mondo. Era questo il motivo per cui preti e suore erano detti – per usare un eufemismo – portatori di una sorte avversa? In realtà, erano solo annunciatori di una soglia, di uno stato ulteriore, più vasto della mente, più profondo degli schemi in cui si suole imprigionare la propria esperienza quotidiana. M’interessavo sempre più alle esperienze pre-morte, dove c’era una costante che solo raramente veniva contraddetta: chi accedeva, anche per pochi istanti, a quella che era stata definita “la vita oltre la vita “, non aveva più voglia di tornare, si sentiva avvolto in un amore senza condizioni, attratto da una specie di vivente calamita. Non mancavano, però, le situazioni opposte, l’immersione nel buio, tra presenze ostili e minacciose: l’anticamera di quello che i teologi definiscono inferno. Il contrasto era l’ennesimo appello a vivere già qui la dimensione dell’amore, della pace: lo Shalom, il benessere integrale anche nel bel mezzo delle avversità, il paradosso, insomma, di una vita che nasce dalla morte, una gioia che nasce dal dolore, come il parto.

87. Il cuore, ancora.

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Era il cuore la meta: il cuore nostro, il cuore di Cristo. L’uomo è un essere in ricerca. In basso o in alto, fuori o dentro, sulle vette o raspando nell’abisso, vive inseguendo qualcosa, o qualcuno, che risponda alle domande urgenti della carne, della psiche, dello spirito. Anche noi avevamo cercato, in lungo e in largo, in basso e in alto, attraversando deserti torridi e terre infangate dal diluvio. Avevamo fatto esperienza dell’oscuro sentimento del nulla, quando sembra che la vita sia un gorgo senza fine da cui non puoi più uscire, da cui solo un miracolo potrebbe liberarti. Ebbene, il miracolo arrivava, prendeva la forma, il colore di quello che chiamiamo cuore, e che è l’approdo di ogni vera domanda, del desiderio autentico d’essere se stessi. Ci aveva accompagnati qui il silenzio, la resistenza tenace davanti al Volto di Colui che prima o poi ti dice: sono Io che ti parlo, che aspettavo dai secoli dei secoli, nel tempo e nello spazio che incarnano la premessa fragile dell’infinito. Don Mario insegnava con l’esempio che l’uomo, a un certo punto, trova. Lo criticavano, per questo, perché la vita, sostenevano con foga, è un cercare continuo, una corsa senza fine, un approdo sempre rimandato. Noi, invece, cadevamo in ginocchio di fronte a Colui che è qui, Presente, risposta a ogni domanda, verità definitiva.

86. Il paradiso terrestre

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Il cuore: sentivamo con chiarezza che era lì il segreto che sfuggiva a tanta gente, indaffarata, frenetica, stressata. Corri, uomo, corri, diceva una pubblicità perduta, ormai, nella notte dei tempi: sì, corri, ma dove? La spiritualità dei Padri ci metteva sulla buona strada: il cuore è un paradiso terrestre, dicevano, pieno di colori straordinari, di gioia e pace misteriose; ma c’è il serpente in agguato, la più astuta di tutte le bestie, sempre pronto a insinuare un pensiero “bello a vedersi e buono da mangiare”, che si trasforma in veleno mortifero che oscura, degrada, altera, intristisce. La Sapienza dei Padri d’Oriente invitava a chiedere a ogni pensiero che faceva capolino: sei dei nostri o sei dell’avversario? Era facile capire: l’Amico porta pace, l’avversario causa turbamento. Era chiaro, allora, cosa fosse il peccato originale, maldestramente negato dalla teologia pseudo moderna: permettere che la bellezza, la bontà e la verità del paradiso terrestre che chiamiamo cuore, fosse deturpata dalle basse insinuazioni del maligno, dalla sua vocazione a interpretare con l’occhio cattivo, dal suo istinto a rovesciare tenebra su ogni punto luminoso. Ecco il volto bello della nostra missione: riportare il paradiso sulla terra, scorgere – come scriveva Italo Calvino – nell’inferno ciò che non è inferno, “e farlo durare, e dargli spazio”. Questo esigeva “attenzione e approfondimento continui”, la lotta spirituale, di cui parlavano i Padri, l’unico impegno che, fatto ogni calcolo, valesse la pena di abbracciare.

85. Nostalgia

img_1221La notizia del meteorite non ci stupì più di tanto: “Ha la forma di un’arachide, dimensioni simili a quelle dell’Empire State Building e potrebbe colpire il pianeta Terra. Si tratta dell’asteroide 2015 BN509 e recentemente è stato immortalato dai telescopi dell’Arecibo Observatory di Puerto Rico. Largo 200 metri e lungo 400, l’asteoride è stato definito “potenzialmente pericoloso” dalla Nasa. Il masso spaziale è arrivato a una distanza minima dalla Terra, pari a 14 volte quella che separa la Luna dal nostro pianeta”. Alcune profezie parlavano di questo, unitamente alla violenza del fondamentalismo religioso e alla divisione nel cuore della Chiesa. Eravamo abituati, ormai, a scenari drammatici, che non avevano il potere di toglierci la pace, anzi: sempre nuove vie si aprivano nella visione che nasceva e cresceva nel profondo. L’ultima intuizione era forse quella più bizzarra e inaccettabile per il pensiero dominante: la passione per le vite dei santi, che si era innestata su quella degli archetipi junghiani. Eravamo approdati da tempo all’idea di una realtà inalterabile sotto la superficie agitata ed effimera dell’io: gli archetipi  fornivano la piattaforma giusta per questa architettura ricca e affascinante. Ma un passo ulteriore fu comprendere che gli archetipi ancora più efficaci, generatori di senso e di energie, sono quelli di coloro che hanno incarnato con desiderio intenso e coerenza esistenziale il messaggio di Cristo. La loro vita sembrava una favola, ricolma com’era di miracoli e sorprese, eppure era ciò che maggiormente rispondeva al Progetto di Dio, ossia a quanto di più reale si possa immaginare, almeno per chi crede. La vita di don Mario non era stata questo? Una favola bella, del cui sapore sentivamo, ancora oggi, nostalgia.

84. Domande

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La direzione era evidente: sfoltire il campo dal superfluo, dalla congerie di residui tossici che intasa la vita, e la rende incapace di sentire, di vedere, di gustare. Scoprivamo come l’essere umano fosse una macchina complessa e delicata, dove basta sbagliare un gesto, un movimento, per mandare in tilt il meccanismo. Un tipico esempio era affollare la mente di dubbi, pensieri, domande senza fine, al punto da smarrire il filo che veicola la vita, nell’intrico di ragionamenti mutati ormai in deliri senza senso. Ricordavo sempre, in questi casi, la scena del film “Il labirinto”: bastava dire un no, urlarlo con ferma convinzione, per esorcizzare la maledizione della perdita della propria identità. Era questa la strada da percorrere. Lo diceva anche la nostra Presenza quotidiana, in uno dei messaggi scarni ma potenti: “Voi vi ponete troppe domande. Non fate altro che sovraccaricarvi. Gesù vi offre se stesso e voi lo rifiutate. In Lui troverete la risposta a tutte le vostre domande. Accettatelo!”. Niente di più chiaro. Come chiaro, ormai, era il segreto di un’azione congrua con il nostro ideale e la missione: fare tutto con il cuore, e per amore. Solo così ci inserivamo nella Matrice universale, nella Struttura portante di tutti gli universi possibili, dove vige un’unica Legge, trasmessa da una sola Fonte.

83. Guerra e Pace

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Ci guardavamo in giro, sperando di trovare qualcuno disposto a mettere in discussione le certezze che del resto, ormai, si sgretolavano da sole. Il mondo, come aveva predetto la beata Emmerich, era diviso in due fazioni: gli esponenti di un buonismo pervicace, pronti a chiudere gli occhi su qualsiasi evidenza, e quelli di un realismo vigile, sensibile a ogni movimento sotterraneo, a ogni vibrazione impercettibile, in un momento in cui sembrava di sentire all’improvviso la terra tremare sotto i piedi e ti chiedevi se fosse un terremoto – l’ennesimo – o una tua impressione soggettiva. Quanti segni ci sarebbero voluti per convincere i cuori? E sarebbero arrivati in tempo?
I segreti confidati ai veggenti riguardavano eventi drammatici, di cui si sarebbe dato annuncio con un breve anticipo sulla manifestazione. Ma allora, probabilmente, sarebbe stato troppo tardi per chi aveva ignorato o schernito qualsiasi avvertimento.
Noi pregavamo assiduamente, ben sapendo che le grazie trasmesse erano ricche e numerose, e sarebbero servite per noi e per coloro che avessero aperto uno spiraglio nella scorza resistente del cinismo, dell’incredulità, dell’apatia. Oppure, al contrario, di quella diffusa frenesia che toglieva il respiro, spingendo alla ricerca affannosa di un piacere, di una conquista effimera, di un’illusione di successo.
A noi interessava solo lo Shalom, la pace promessa da Cristo, il benessere integrale che viene dall’alto e trabocca sul mondo come una fonte inesauribile.

82. L’occhio di Dio

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Eravamo, dunque, sempre alla ricerca della chiave, del punto di passaggio per accedere a uno strato più profondo di noi stessi, ben sapendo che si tratta di un cammino infinito, specchio fedele di una ricchezza inesauribile, la perla preziosa, il tesoro nel campo di cui si racconta nel Vangelo. Prendevamo coscienza del ruolo giocato, in questo senso, da una domanda rivolta al Signore, sotto molti aspetti decisiva: chi sono io per Te? Una richiesta volta a superare l’ottica perennemente insufficiente del nostro sguardo su noi stessi, viziato da complessi, sensi di colpa, distorsioni di ogni tipo. Solo il Volto Santo rifletteva la nostra identità reale, l’immagine di Dio, l’umanità coi suoi pregi e difetti, ugualmente preziosi in una sana relazione con gli altri e con se stessi. Ecco spiegata la chiave utilizzata dalla spiritualità cristiana più attendibile: essere al cospetto di Dio, non perdere mai il contatto con la Fonte di verità e di vita, pronta e riflettere il suo amore nell’intimo della persona. Era la vera indipendenza, la liberazione da ogni condizionamento fuorviante, la guarigione dallo sguardo cattivo che corrompe il sentimento di sé e di ciò che ci circonda. Mi veniva in mente l’immagine di una nebulosa singolare, detta “l’occhio di Dio”. Sì, c’era uno Sguardo, una prospettiva misteriosa, in cui ogni essere vivente avrebbe trovato la chiave della sua più profonda verità.

81. Tic toc

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La chiave non poteva essere che la profondità. Solo in questa prospettiva si poteva leggere il presente, appeso al filo tenue dell’approvazione altrui, della sicurezza indotta dal seguire il branco. In questo senso, non valevano più le categorie di un tempo: destra/sinistra, innovazione/tradizione; la linea di demarcazione era tra chi si accontentava di piacere al mondo e chi accettava l’impegno di ascoltare lo spirito, mai immediato, sempre esigente nel chiedere ricerca, sensibilità, ponderazione. Il discorso riguardava anche la Chiesa, che doveva scegliere tra il plauso in prima pagina dei giornali finanziati dalle lobbies, o la fatica di udire la Voce, di accedere all’Oltre, dove dimorano l’umiltà, la verità, la pace. Ricordavamo una frase letta chissà dove: “Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino, il modo in cui reagisci fa parte del tuo”. Una maniera per dire che amore e libertà si declinano nella zona dove puoi essere te stesso, dove non tutti sono pronti ad applaudirti, dove corri il rischio di essere incompreso, accusato, disprezzato, ma assapori il bene inestimabile di corrispondere al progetto del Signore. Avevo scritto una sorta di filastrocca per bambini, ma che serviva soprattutto agli adulti. Era uno stile di preghiera, ma anche di atteggiamento esistenziale, per accorgersi della linfa preziosa che fluisce in noi e che possiamo trasmettere all’esterno. L’avevo inclusa nel disegno di un cuore, che portavo sempre dietro: “Tic toc, tic toc, lo senti come batte/ il cuore? C’è la vita di Dio, senti?/ Quando preghi non fare dei discorsi,/ non recitare formule svuotate/ di senso. Invece senti: tic toc, tic toc,/ c’è la vita che scorre da lontano,/ o meglio, da vicino. È un regalo/ che riempie il tuo silenzio, la tua fame/ d’amore. Fa’ che parli la Scrittura,/ la Parola donata con la vita,/ e solo allora dialoga con Cristo,/ col suo Cuore: tic tic, tic toc, Signore”.

80. Il silenzio

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Se c’era un imbuto nella storia, un rapido precipitare nel destino, di cui già s’intravedevano gli eventi più eclatanti, così avveniva nella nostra crescita interiore, sempre più orientata verso il centro, l’essenziale, l’Archetipo del Cristo, avrebbe detto Jung. La preghiera diveniva più importante, e così l’indipendenza dal contesto, dal bailamme di persone e situazioni ingoiate dal frullato indigesto della globalizzazione. La nostra era una voce fuori del coro, ignara dei richiami all’ordine del politically correct, dei diktat sui temi da proporre, sulle linee da seguire. Noi restavamo fedeli alla traccia indicata dal Signore, mettevamo in risalto le contraddizioni di un sistema umano, troppo umano: così umano da perdere Dio, la sua presenza indispensabile al rinvenimento di un significato. La luce sprigionata nel silenzio, nel lungo tempo dedicato alla contemplazione, illuminava l’oscurità dei fenomeni sociali, politici, perfino religiosi, che ignoravano l’assoluta particolarità della fase storica in atto, il potenziale di violenza insito nelle ideologie e, purtroppo, in certe teologie aberranti, che nulla avevano a che fare col divino.
Il silenzio: era questa la parola d’ordine che sentivamo nostra; un ascolto attento della Voce che saliva dal profondo, a portare quella vita che mancava al mondo. E questa vita avremmo trasmesso alle orecchie che volevano udire, perché solo la parola che nasce dal silenzio ha diritto di essere detta e recepita, per restituire il senso perduto alla storia umana e ai suoi protagonisti.

79. Il Bene

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Il cammino dell’uomo. Da tempo consigliavamo di leggere l’aureo libretto di Martin Buber, che in sei tappe preparava interiormente ed esteriormente all’avvento di Cristo. Capire la vita come itinerario diventava sempre più urgente in una società che ormai girava su se stessa, intorno al proprio ombelico, sempre più ripiegata sul mito tecnologico dell’auto realizzazione, che immancabilmente diventava auto gratificazione, ruminamento onanistico dei quattro piaceri che avrebbero dovuto riempire la vita con un gioco di prestigio. Ma la vita presentava il conto, tanto più salato quanto più ci si faceva prendere nelle spire implacabili di un edonismo letale. Era un dono della Provvidenza, dunque, il percorso di catechesi che portavamo avanti in quel periodo: la proposta di un passaggio graduale e profondo dai vizi alle virtù, come don Mario aveva insegnato con un esercizio geniale: scrivere in cima a un foglio uno dei vizi capitali e poi trarne una catena di conseguenze, che mostravano con incontrovertibile chiarezza dove il tutto andava a parare. La stessa cosa faceva con le virtù. Solo così “il cammino dell’uomo” diventava un passaggio consapevole da un’atmosfera all’altra, dalla melma del peccato all’aria pura e stimolante della vera conversione, quella che desidera il Bene, e ne fa la meta più agognata della propria vita.