L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno di vita, per Terenzio. La sveglia è alle cinque e un quarto, come sempre, ma apre gli occhi prima che squilli. L’ha puntata per non perdere un minuto del tempo che gli resta. Come ogni mattina, legge un pensiero religioso, poi strappa la pagina del calendarietto: ha un sussulto al pensiero che sia l’ultima. La guarda diversamente dalle altre, come fosse “la sua”. In effetti è così: il giorno che vai via è il tuo giorno, il dies natalis, dicevano i Padri, il giorno natalizio.

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Come un profumo

Gesù dice a Gabrielle di apprezzare l’espressione “rendere l’anima”. Aggiunge di averci dato la sua con tanto amore, e invita noi a renderla con tutta la tenerezza e l’affezione possibile. Quando verrà a coglierla, che essa gli doni il suo schianto come un profumo.

Sarò Io

Abbiamo paura di morire. Il problema è il cambiamento, la trasformazione. Potremmo dire, dunque: abbiamo paura di cambiare. Si muore tante volte, nella vita: amare è cambiare, giorno dopo giorno, imparare a fare spazio, lasciare i propri beni, la terra dove ormai ci sentiamo a casa nostra, e compiere un esodo pieno d’incertezze. Gabrielle chiede a Gesù, pochi giorni prima di spirare: e dopo, cosa sarà? E Lui risponde: sarò Io, sarò sempre Io.

Dies natalis


In genere, della morte si ha paura. Si fa di tutto, per procrastinarla: si spera, addirittura, in qualche tecnica d’ingegneria biologica che permetta di evitarla per sempre.
Gesù, alla viglia della dipartita, istituisce l’eucaristia, che significa rendimento di grazie: ringrazia, dunque, per la morte. Ha scoperto la tecnica giusta, che i Padri della Chiesa chiamavano, con il consueto acume, “farmaco dell’immortalità”. Di eucaristia in eucaristia, anche noi impariamo a ringraziare per quello che i primi cristiani definivano il “dies natalis”: nello stesso tempo, il giorno della morte e il giorno della nascita. Intelligenti pauca.