IN UN FRATTEMPO di Marco Rovelli

pmi

 (Salgareda, Treviso, Veneto)

Il presidente del consiglio Romano Prodi ha detto, il 12 aprile 2007, che i morto sul lavoro sono “martiri”. Questa definizione ricorre di continuo, in bocca a politici e giornalisti. Ma a un uomo lucido tocca di pensare fino in fondo le proprie parole. Come è ben noto, la parola “martire” significa “testimone”. Martire, allora, è colui che offre la propria vita per testimoniare qualcosa. Questo qualcosa è Dio, nel caso dei cristiani che venivano gettati nelle arene, o la Libertà, nel caso dei partigiani uccisi come “banditi”. In entrambi i casi c’era una assoluta consapevolezza di andare alla morte, in nome di una Causa superiore, nei confronti della quale la propria vita individuale passava in secondo piano. Un martire mette sempre in conto la propria morte. Ma per Jasmine Marchese – ventun anni, che lavorava come interinale di notte, producendo ante di legno per mobili che finiscono all’Ikea, per pagarsi le rate della macchina, arrivare a metter su casa, essere indipendente – non c’era alcuna Causa al servizio della quale offrire la propria vita. O se ci fosse stata, non era certo quella. Jasmine era forse disposta a morire affinché noi tutti possiamo godere dei mobili dell’Ikea? Continua a leggere

Per i morti sul lavoro

11 giugno 2008, 10 morti sul lavoro

Ballata dell’invalido
di Gianni D’Elia

E li chiamano incidenti sul lavoro,
ma non li dovrebbero chiamare
piuttosto, incidenti sul capitale?…

Meno soldi e meno diritti,
questa è la danza che s’ha da danzare,
il ballo del lavoro col capitale!… Continua a leggere

Mineo

Una volta era così, a Mineo. Dopo, è cambiato. Ora è di nuovo così. Quando ti alzi sei fresco, certe volte, dopo il caffè di Rita e un’occhiata al giornale appena uscito. Cominci con l’idea di fare il tuo dovere, per Turi e Peppuzzo, che devono crescere e studiare. Mentre giri e rigiri viti e bulloni, pensi alle bollette da pagare, alla benzina che rincara, al pane che costa il doppio di qualche mese fa. Ricordi anche le tue corse di bambino, quando l’unico pensiero era il sole e l’Etna sullo sfondo, le sue rocce nere che chissà quale operaio ha incastrato lì dai secoli dei secoli. La giornata avanza, e i bulloni diventano rocce, e la luce al neon quel sole che sembra sorriderti, spingerti con una mano calda nella tua corsa incosciente, e dopo dieci-dodici ore è tutto roccia e sole, con quell’odore che non sapresti definire, un odore impercettibile che prende alla gola e fa cadere nella vasca grande come il cratere di un vulcano, profonda come l’inferno che vorrebbe ingoiarti, ma tu hai il lasciapassare con le foto di Rita, Peppuzzo e Turi, e puoi posare finalmente i tuoi bulloni, bere il caffè, leggere il giornale appena uscito, come una volta, qui a Mineo, in quei giorni che chissà quando torneranno.

versione audio

Per i morti sul lavoro

Fravecature
di Raffaele Viviani

All’acqua e a ‘o sole fràveca
cu na cucchiara ‘mmano,
pe’ ll’aria ‘ncopp’a n’anneto,
fore a nu quinto piano.

Nu pede miso fauzo,
nu muvimento stuorto,
e fa nu vuolo ‘e l’angelo:
primma c’arriva, è muorto. Continua a leggere