Con cortesia.

E così adesso finalmente lo sappiamo cari miei.
Finalmente adesso, grazie alle parole di colui che ha avuto in mano il Paese nelle ultime legislature, i libri di storia potranno essere riscritti.
Ciò che stupisce non è il fatto che tutto sia avvenuto all’ennesima presentazione dell’ennesimo libro di Bruno Vespa (colui che tra l’altro conduceva e tutt’ora imparzialmente conduce dibattiti politici e d’attualità sulla tv di Stato, alla faccia della separazione dei poteri, dell’indipendenza dell’informazione e della deontologia professionale) ma che questa ennesima spudorata manifestazione dell’asservimento e del servilismo all’italiana (ah!, il giornalismo televisivo americano, quanto ancora abbiamo da imparare!) sia avvenuta nella quasi totale assenza di proteste.
“Ma non capisci cara,” dice Mussolini alla Petacci Continua a leggere

“Cielo Nero”, di Giacomo Sartori

Recensione di Alberto Pezzini


Ci sono storie scomode che fa comodo pensare non siano mai esistite. Qualcuno ricorderà ancora oggi Claretta, un film di Pasquale Squitieri sugli ultimi giorni di Benito Mussolini. Una pellicola ambientata tra Salò e Gardone, con Claudia Cardinale, sotto un cielo gonfio d’acqua. Ultimi giorni di vita di un uomo che aveva conosciuto sole e distese di uomini acclamanti. Quel film passò inosservato nonostante una sua bellezza interiore, e venne criticato come una pellicola grottesca. Che non accada a Cielo nero (ed. Gaffi, pagg. 214, euro 16,00), scritto da Giacomo Sartori, il quale ha deciso di raccontare invece gli ultimi giorni di vita di Galeazzo Ciano, l’ombra di Mussolini come lo ha immortalato Roy Moseley in una biografia intensa come un ritratto da vicino. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XIV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII)

Fronte greco-albanese

Se questa era la nostra condizione in città, ben peggiore era quella dei nostri soldati sul fronte greco-albanese. Il 28 ottobre del ’40 Mussolini aveva dichiarato guerra alla Grecia, con la scellerata convinzione di “spezzarle le reni”, come diceva, ossia di vincerla in due settimane, che diventarono oltre otto mesi (c’era da aspettarsene di più); e in quelle condizioni che sembrano oggi inverosimili a chi ha nella testa un briciolo di materia cerebrale. Sei divisioni italiane erano schierate su di un fronte montuoso, esteso per 200 chilometri contro quattordici greche, che conoscevano perfettamente il terreno, decise a difenderlo: come infatti fecero, con eroismo e con la sovvenzione degli Inglesi.

Mario era in prima linea sotto il tiro dei fucili e delle mitragliatrici nemiche, di marca inglese, che non risparmiavano nemmeno le tende con la croce rossa dei così detti ospedali da campo. Le nostre truppe erano male equipaggiate, costantemente in mezzo al fango e con le scarpe autarchiche, vale a dire con le suole di cartone pressato che si scioglievano sulla neve, e infatti a molti soldati gli si congelavano i piedi. Restavano anche spesso privi di munizioni e di viveri, oltre che di medicamenti d’urgenza. Questi arrivavano coi muli per i sentieri di quelle montagne sulle quali i Greci potevano sparare dall’alto centrando agevolmente i punti strategici. C’era un mulo che passava ogni giorno col suo carico su di un fragile ponticello di legno. Individuata la posizione, il tiro nemico spazzava via senza indugio il povero trasportatore che – eroe senza medaglia – se ne partiva col suo carico prezioso: così per tutto quel giorno, e per un altro e forse per un altro ancora ogni attesa era vana. Per farsi coraggio non restava che cantare: “canta che ti passa” anche la fame, dicevano. Come raccontano i Fioretti di San Francesco che quando il Santo era ricoverato nella capannuccia del convento di S. Chiara, perché era malato, per non sentire il male, cantava le lodi al Signore. Altrettanto facevano gli Alpini della lulia, poco lontano da loro, con quel triste canto rimasto famoso: “Sul ponte di Perati bandiera nera: l’è il lutto dell’alpin che fa la guera”.
Continua a leggere

Il Capitano Mario (XIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII)

II

Il 1939

La dittatura, come un cavallo impazzito, aveva imboccato le tragiche vie del male e precipitava verso le sue inarrestabili conseguenze. Eravamo ai prodromi del dramma che doveva sconvolgere il mondo, e intanto si viveva nell’inquietudine di sinistri presagi.

Mario era spesso richiamato alle armi in quel lontano 1939, sempre tuttavia per pochi giorni e sempre per quel pericolo di guerra che poi ogni volta risultava scongiurato per noi dell’Europa occidentale. Ma era già una continua tensione per me, che aspettavo la seconda bambina. Stavo male, anche fisicamente e soffrivo per di più nel timore che la creaturina risentisse del mio stato d’animo. Mario mi rassicurava: non dovevo assolutamente preoccuparmi – diceva – per questo.

Già dal 1o settembre 1939, annunciando la Blitzkrieg (ossia la guerra-lampo), Hitler aveva invaso la Polonia, che si difese con le cariche di cavalleria contro i carri armati e poi si era rivolto proditoriamente verso l’occidente, proseguendo rapidamente nella sua marcia, sempre vittoriosa, verso la catastrofe, purtroppo ancora lontana.

Gli Inglesi, oltre la Manica, erano decisi a resistere.

Noi avevamo dichiarato la “non belligeranza”. Qualcuno, ancora in grado di ragionare, fra i capi dello Stato maggiore delle forze armate, ma anche fra gli stessi gerarchi fascisti, cercava di persuadere il Duce a prolungarla almeno per un paio d’anni, facendogli presente la nostra assoluta impreparazione militare rispetto a quella del nostro folle alleato.

Ma invano.

E scoppiò la 2a guerra.
Continua a leggere

Strambo confronto fra Drago Jančar e il primo Boris Pahor

di Sergio Sozi
drago-jancar1

La Slovenia non confina con l’Italia, con noi, proprio quanto il mare non bagna Napoli.
La Seconda Guerra Mondiale invece ci ha invasi entrambi, anche se spesso in maniera diametralmente opposta, anche a giudicare dalla sensibilità degli scrittori sloveni che ne hanno trattato: una maniera che esala in primis dalle scelte linguistiche e dall’età dei due autori di cui parliamo (Drago Jančar, nato a Maribor nel 1948, e Boris Pahor, Trieste 1913) e parallelamente dal punto di vista cronologico in cui l’ultima guerra viene da costoro inquadrata o adombrata (Jančar la adombra, Pahor la vede postea): se Aurora boreale (Bompiani 2008) di Drago Jančar sta pressoché tutto nel 1938, La villa sul lago di Boris Pahor (scritto nel 1952, tradotto da Nicolodi solo nel 2002) si sviluppa entro tre giorni di un aprile del 1948. Continua a leggere