I gelsomini dell’azzurro, di Nadia Campana


Poesie di Nadia Campana tratte da “Verso la mente”, Raffaelli Editore.

Misura la voce
I
Stagione agli estremi della sera
arrossire tutta in una collina inesistente
ma vera per me che nascevo
con cumuli di nubi notturne
e nascevamo insieme e mi somigliavo
facendomi diventare chiacchiera interminabile
perché sapevo di più
amata stasi io.
Immediata io alto
non volendo esser solo
un’occasione vaga.
Troppo doversi amare troppo
doversi pensare amami tu
prendimi corpo felice
baffo placido zompa carezza
scappa un’altra volta
voce di animale parla per me. Continua a leggere

Sulla poesia di Nadia Campana

Nadia Campana
di Maria Pia Quintavalla

Nadia Campana ci ha lasciato trent’anni fa, trentenne e pressoché inedita, salvo in rare riviste e nelle bellissime traduzioni dickinsoniane, Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1983, ristampate SE, 2003. L’urgenza di essere *contemporanee*, e non attuali, l’accomuna ad altre sorelle di pensiero, ma è una strada solitaria, in salita. Continua a leggere

“Femminile”

di Maria Pia Quintavalla

a Nadia Campana

 

Con un’amica niente più bianco

e nero, né morte

di nuovo dio piccolo

dio diffuso

 

tante piccole teste noi

e plurali sulla terra,

sui  muri della schiena

incubi e infanzia da vedere.

 

Cantare le righe

le miglia di un’altra,  scomparsa

. non consumabile silenzio

 

Con una nave niente più bianco

e nero,

solo dio piccolo

piccolo e diffuso.

 

scritta nel  giugno 1984, anno precedente la morte di Nadiella Campana

 

Da “Lettere giovani”, Campanotto, 1990

Ricordo di Nadia Campana.

(Nadia Campana. Da “Poesia” novembre 1990)

Per Nadia Campana.
di Maria Pia Quintavalla

Visto l’ultimo film di Marina Spada su Antonia Pozzi, ho – inevitabilmente – pensato a Nadia. Al frammento che si usa, come forma artistica, quando si deve ri-costruire o riparare alla pochezza, in un gesto d’amore, della memoria. Sono delle ricercate, delle scomparse.
Ho trovato grande l’analogia creata nel film, fra l’immagine di Antonia Pozzi, che sbocconcella e poi sputa, di nascosto, nel palmo della mano, l’arancia, subito dopo un’immagine eco cardiaca, diastole e sistole: la timidezza di lei rivelata. Così bella, altrettanto, sempre nel film, la sacralità di rivisitarne lentamente i luoghi vissuti. Se questo rito è vero, dà salvezza, e noi dovremmo terminare quelle tappe di avvicinamento al luogo natale (e mortale), per lei, di Cesena. Continua a leggere