Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Scrivere come un lettore: Heddi Goodrich

               

Heddi Goodrich è nata a Washington nel 1971 ed è arrivata a Napoli nel 1987 per un breve scambio culturale finendo per rimanervi (tranne brevi periodi di ritorno negli Stati Uniti) fino al 1998. A Napoli ha abitato nei Quartieri Spagnoli e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Istituto Universitario Orientale. Insegnante, tiene un blog bilingue su traduzioni, letteratura e curiosità dell’italiano e dell’inglese (Il buono, il brutto e l’ulivo). Attualmente vive ad Auckland, Nuova Zelanda, con il marito e due figli. Perduti nei Quartieri Spagnoli, Giunti, 2019, è il suo primo romanzo.

 

1) Parlami della genesi del tuo libro, quando si è accesa la piccola fiamma, come l’hai custodita, quanto hai impiegato e come sei riuscita a trasformarla in un falò di 450 pagine fitte ed avvolgenti?

Ho scritto la prima bozza, in inglese, più di dieci anni fa. Mi ero trasferita ad Auckland da alcuni anni e avevo nostalgia di Napoli, dove avevo trascorso molti dei miei anni formativi. La motivazione principale era egoistica: volevo Continua a leggere

È giusto quello che fai, se sei uno strumento in mano ad altri?

di: Guido Tedoldi

(Dopo la visione de: «5 è il numero perfetto», Italia, 2019, regia: Igort, con: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso)

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Napoli è una città vuota, non c’è in giro nessuno. E piove sempre. Possibile?

Sì, almeno nel 1972 immaginato in questo film. Sarà che i personaggi sono tutti camorristi, e quindi la presenza degli altri abitanti della città è irrilevante al punto che le telecamere non riescono a inquadrarli.

O forse è un messaggio trasversale del regista, Igort (Igor Tuveri), che in passato è stato fumettista e perciò preferisce inquadrare i personaggi in primo piano e in ombra. Come si conviene a dei criminali, del resto. In Giappone di dice che i criminali camminano sul lato in ombra delle strade lasciando alle persone oneste il lato soleggiato – e Igort ci ha vissuto diversi anni, in Giappone. Continua a leggere

L’attesa

De Laurentiis
[Segue da qui]

Ci chiedevamo dunque: il Napoli è una fede? Di certo, è qualcosa che mobilita le masse, le coinvolge in un evento biblico di chiamate e migrazioni, di trasferte rischiose dove si entra in contatto con popoli diversi, di credenze opposte. Continua a leggere

Questo gol

Napoli
[In vita mia, ho pubblicato persino due articoli sul calcio: tra l’altro, su un sito prestigioso della mia città natale. Agosto mi sembra il mese giusto per rendervene conto. Qui di seguito, il primo. Domani toccherà al secondo.]

Col Napoli non bisogna esagerare: è una squadra di calcio. Se fosse una fede, sarebbe un pericolo mortale: potrebbe rivelarsi un idolo, muto e sordo come gli idoli, un dio che non ti può salvare e che anzi ti procura più dolori che gioie. Continua a leggere

Conigli australiani & Co

Stavamo già da un paio d’ore seduti ai tavolini del bar-pizzeria “Da Roberto”.
La discussione finì, chissà come, sulle infiltrazioni criminali nel nord Italia.
Nessuno sapeva un granché di camorra e di mafia – a parte quello che ognuno di noi aveva letto sui libri o visto in televisione, intendo dire – ma il tizio che mi sedeva di fronte insisteva nel sostenere che il maggior responsabile e addirittura il promotore di tali infiltrazioni andasse ricercato nello Stato.
Credo che tutto fosse iniziato con una battuta sull’aumento degli accenti campani che negli ultimi anni stavano prolificando nella nostra provincia. Continua a leggere

Mare fuso: la natura secondo Mimmo Jodice

Si è appena conclusa al Palazzo delle Esposizioni di Roma una mostra monografica su Mimmo Jodice, doveroso tributo a uno dei maggiori fotografi italiani di tutti i tempi. Un percorso soprattutto cronologico e implicitamente tematico che mette in contatto con la storia e lo stile di questo artista partenopeo che pur avendo viaggiato in tutto il mondo ha probabilmente espresso il meglio raccontando la sua Napoli.
Dagli esordi sperimentali degli anni ’60 con foto strappate e sovrapposte (“Paesaggio interrotto”, “Frattura” o immagini di “Taglio” alla Fontana), passa presto a rappresentare il proletariato, non solo quello urbano con le fortissimi immagini di una “Ercolano” pasoliniana, o la serie dell’ “ospedale psichiatrico”, ma pure quelle della fabbrica, con alcuni scatti presi anche nelle acciaierie di Terni. La sua scelta totale del bianco e nero storicizza le figure, le congela in modo statico ed eterno come lava su Pompei, fino a che inizia a ribaltarsi: non sembra essere più l’umanità della figura ciò che interessa, ma l’essenza archetipa che incarna. Comincia così la sere di immagini dove la presenza carnale-umana sparisce, sostituita da simulacri: sono le statue il soggetto rappresentato, statue o immagini andriformi spesso mutile, corrose, sfigurate, alle quali Jodice dona a volte cinetica usando un effetto di zoom, in modo forse un po’ ripetitivo e pleonastico. Continua a leggere

La fede sulla terra

da qui

Mettersi nei panni: è sempre più difficile. Certo, basta un po’ di fantasia per sentircisi stretti, marchiati a fuoco, senza più chances. Penso, come scrivevo qualche giorno fa, ai volti che conosco: Giovanni, Dragan, gli zingari gentili, che conducono lotte civili, scrivono libri, chiedono di battezzarsi. Mi chiedo se non dobbiamo convertirci noi, se questo Avvento non sia la promessa del ritorno di un Cristo triste, che non si riconosce più negli uomini che ha amato; il Cristo che un giorno si chiese, da profeta: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

“Il giorno prima della felicità” – Intervista a Erri De Luca

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Dopo il recente articolo di Elena F. Ricciardi, torniamo a parlare dell’ultimo romanzo di Erri De Luca, Il giorno prima della felicità (ed. Feltrinelli), con un’intervista all’autore. Continua a leggere

Una strana riflessione su Ferito a morte, di Raffaele La Capria

Palazzo Donn'Anna - foto E. Tarantino, 2005Per quale ragione, sottilmente autolesionista, uno dovrebbe prendersi la briga di mettere in discussione un monumento della letteratura come Ferito a morte, di Raffaele La Capria? L’enorme fortuna critica di cui ha goduto fino ad oggi (ricordo solamente il recente saggio di Leonardo Colombati pubblicato su Nuovi Argomenti lo scorso anno), come una agguerrita guardia presidenziale se ne sta lì in difesa della sua solidissima reputazione.
Perché dunque intaccare, timidamente, una tale consolidata unanimità?
Per una ragione molto semplice: la lettura di Ferito a morte (FAM) mi ha suscitato qualche domanda. E parecchi dubbi sia sul contenuto che sulla forma.

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