Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

«“Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987)

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985
di Maria Grazia Calandrone

Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.

Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano. Continua a leggere

Enzo Campi, “Ipotesi corpo”. Prefazione di Natàlia Castaldi

di Natàlia Castaldi

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Posizioni

(tracce e cancellazioni di un corpo in opera)

La parola «ipotesi», ύπό-ϑεσις,  tesi sottomessa, in questo caso, al corpo, deve essere intesa come una sorta di ricettacolo che contiene in sé almeno altri tre termini: supposizione, sintesi e tesi. Tutte e tre le definizioni (che non definiscono nulla di categorico, ma che si sfiniscono nel reiterare un palinsesto di possibilità) sono sottese al e nel corpo.

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Poesie scelte- Natàlia Castaldi

SCARBOROUGH FAIR – UNA FIABA

  

C’erano banconi di legno grezzo e massiccio interamente ricoperti da latte di finto argento d’ogni misura, tipo e caratura. Erano piene di fiori multicolore: si contavano gerani, rose, verbene, tulipani … Seduta, come si trovasse all’interno della sua normale abitazione, una vecchina ricamava centrini intagliati a mano

“un’arte antica” – sembrava dicesse ad ogni passaggio di filo nella tela

“profuma ancora di speranze e sogni da rammendare”.

Sollevando il capo senza una parola, mi porse un fazzoletto in lino, grezzo. Lo presi come se ne conoscessi motivo e ragione – complice del suo silenzio – la continuai ad osservare.

Senza distogliere lo sguardo dal ditale

“devi ricamarlo senza usare filo ed ago, poi lo devi stirare senza ferro né vapore”, diceva lentamente

“e dopo averlo ripiegato in essenza di lavanda, glielo devi consegnare …  eh, ragazza mia, cent’anni prima io persi la ragione”, così concluse, svelando una smorfia di commozione sulle labbra corrucciate. Abbassai il capo, lei congiunse l’indice alla bocca a suggellarne il segreto.

Dalla folla di tamburelli nella piazza mi avvolse d’improvviso una canzone: era la fiera di Scarborough in aprile: la fiera dei folli, dei sogni, dell’amore.

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“L’aura / incantata delle origini”, il mio sguardo sulla poesia di Francesco Marotta – di Natàlia Castaldi

anselm_kiefer_resurrexit

Fino all’ultima sillaba dei giornidalla raccolta “L’arte dimentica di morire” di Francesco Marotta 

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

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Del perduto senso – C’era una volta un indiano – di Natàlia Castaldi

la peinture à la maison

Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza il collo e la testa del cavallo!

Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano

C’era un sogno,
una stella, sapeva
di mare, reti,
fabbriche e sudore.
E c’era un ragazzo
che voleva lottare
con pochi soldi
ed una chitarra di cartone. Continua a leggere