“Nessuno è più importante di te”, di Fabrizio Centofanti

Prefazione del libro di Augusto Benemeglio

1.Tornando a casa per Natale
Tornando a casa per Natale (è il titolo di un film di Bent Hamer), capita che trovi un regalo inatteso sotto l’albero: un libro, un romanzo di Fabrizio Centofanti, Nessuno è più importante di te, ancora come dattiloscritto, insomma un’anteprima assoluta (se escludiamo il blog, dove però non si ha mai una visione d’insieme), che subito ti coinvolge. Conosci lo scrittore e la sua straordinaria capacità di essere prodigiosamente plastico nel mettere in prospettiva, in scena i ricordi, quasi di sbalzarli come in un racconto stereoscopico; ma conosci anche il sacerdote, capace di riunire gli uomini e stimolare, far emergere i loro lati migliori – un po’ come il regista finlandese del film in questione, ma qui la regia viene dall’Alto –, parliamo dei singoli uomini e delle singole donne che s’incontrano tra loro, si sentono vicini, provano simpatia gli uni per gli altri, e questo sentimento permane, li pervade al di là di ogni tentativo di separarli e isolarli nelle loro (talora profonde) solitudini. Non tutti gli uomini e le donne che si incontrano nella sua chiesa-casa-ventre-rifugio (“la chiesa ti partorisce una seconda volta; i canti sono grida, le doglie della donna, i vagiti del bambino, il tunnel buio che bisogna attraversare per riconoscere la luce” – pag.36) sono dei vinti e degli emarginati, ma sono pur sempre, “ciottoli umani levigati dalla fede, schegge impazzite di speranza…”, esposti alla vita, indifesi nella loro nuda singolarità, e tutti hanno bisogno della sua tenerezza di poeta, della sua guida di pastore, del suo telescopio interiore che sa scorgere nel nero infinito le stelle più luminose. (“Vi sento, sento le vostre voci, il fiume si è fermato, no, ancora tremano, te ne accorgi se guardi attentamente, ancora tremano le stelle”). Continua a leggere

78. Quella cosa

da qui

E’ un albergo sobrio, con ringhiere e serrande verde chiaro, un edificio dove sembra non accada nulla, nella vita. Lo si può vedere da varie angolazioni, e più lo osservi più ti convinci che certamente no, qui non accadrà mai nulla.
I netturbini protestano, vogliono lo stesso trattamento, lo stesso contratto di lavoro. Il clima è teso, violenze, assemblee, sit in e boicottaggi.
Sotto, ci sono auto bianche parcheggiate, le limousine americane che non sai mai come possano trovare spazio negli alveari cittadini.
Le minacce piovono, arrivano le voci, cosa vogliono farmi, cosa stanno preparando, e chissà cosa mi succederà. Continua a leggere

77. Un canto

da qui

Siamo alla fine, per quanto mi riguarda. Ogni storia ha una fine, in cui possiamo riconoscerci, perché la domanda è quella: cosa resta di noi? Quale traccia lasciamo in questo mondo?
La notte è una finestra appena illuminata, un uomo vestito di bianco, leggermente inclinato in avanti, pronuncia parole che si posano lente nella piazza, come colombe portate dall’istinto. Continua a leggere

76. Righe

da qui

Bisognava conquistare il Nord, per impedire che il movimento si arenasse.
Le solite critiche: patteggia con i bianchi, ottiene che i ghetti si disinfestino dai topi; bella vittoria, dottor King!
Una rosa è una rosa, un labirinto di petali, un cartoccio rosso di sogni.
Fu allora che decisi per la marcia nel quartiere peggiore, il più razzista.
Due anni dopo, si sarebbero ribellati al mio assassinio, i negozi distrutti e saccheggiati, le case in fiamme. Continua a leggere

75. Luna rossa

da qui

La libertà religiosa: si sarebbe svincolata, la Chiesa, da un passato d’Inquisizioni e Sillabi, più o meno espliciti o simbolici?
Il Cristo crocifisso può essere un oggetto d’arredamento suggestivo; dà un tocco di spiritualità, che non guasta, in una casa.
Eppure è così semplice, basta respirare per capire che lo spirito non può essere costretto, che è inutile pretendere che l’altro respiri a modo mio.
Lo schema rischiò di essere insabbiato. L’ala conservatrice fece di tutto perché non passasse il cavallo di Troia che temeva maggiormente.
Difficile, però, mettere insieme il crocifisso col divieto di parlare, di esprimere i propri sentimenti ed essere se stessi. Continua a leggere

74. I raggi bianchi

da qui

La Città degli angeli m’impartì una lezione decisiva.
Il fumo genera macchie irregolari; mi piace vedervi le forme più impreviste: un albero di natale piegato verso destra, un ippogrifo imbizzarrito, una fontana dal getto tutto nero.
La vita è una strada bagnata dalla pioggia, dove i passi hanno un’eco marina e i riflessi sono ombre che si allungano sui desideri più nascosti, i progetti interrotti.
Quando arrivai, mi accorsi che non mi conoscevano, nessuno aveva sentito parlare del pastore della non violenza. Continua a leggere

73. La falce

da qui

C’era poi la questione degli ebrei.
Non è stato detto tutto? Le persone ammassate sui binari in attesa di un viaggio solo andata.
Il treno è un pensiero, un’immaginazione: mentre il paesaggio corre dalla parte opposta è inevitabile ritrovarsi insieme, nella carrozza dei sogni, capace di trasportare la persona giusta, senza ritardi, senza la fatica del tempo che incalza, la faccia pallida, i capelli spettinati.
Si sentiva il bisogno di assolvere, soprattutto, dall’accusa di deicidio. Continua a leggere

72. Cluster bombs

da qui

El Pueblo de la Iglesia de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles de Porciúncola. Gli angeli, Los Angeles, LA, un bel nome, forse non c’è modo migliore per chiamare una città.
La luna: me la ricordo in mezzo ai rami che parevano un merletto, un pezzo pregiato di biancheria intima steso contro il cielo.
Il mare era un panno azzurro ondulato, su cui galleggiavano materassini e bagnanti di ogni età.
Difficile dire quali fossero le cause: la povertà, il degrado; la criminalità cresceva a vista d’occhio. Continua a leggere

71. Solitaria rosa

da qui

L’unità dei cristiani sembra scontata, e invece.
Qual era l’ultima preghiera di Gesù?
E’ un mucchio di case bianche, come una cipolla, che a guardarle ti viene da piangere per la commozione.
Ero un ragazzo e chissà quante ne avevo combinate; a un certo punto mi fermavo, guardavo lontano, sentivo le parole che arrivavano e cercavo una penna, un foglio di carta bianca.
Si trattava di discutere o di amarsi? Il problema si sarebbe risolto semplicemente cambiando prospettiva. Continua a leggere

70. Nella taverna

da qui

Qualcuno disse che Malcolm e il sottoscritto si sarebbero alleati.
Prima di ebrei o cristiani, noi eravamo neri, prima che l’America esistesse, noi eravamo neri.
La vita non è una cosa facile, credimi, non è facile proprio per nessuno.
Forse per merito di Coretta, che aveva fatto su di lui un effetto straordinario.
I getti d’acqua fredda, gli inseguimenti spietati, fino a quando non ti prendono in trappola, come un animale. Continua a leggere

69. Il tuo cuscino

da qui

Poi, naturalmente, c’era il problema dei preti e del loro celibato.
In effetti, viene da pensare. Come una cosa così naturale come il sesso.
Non ho mai amato la cravatta: era come il colletto; possibile ci sia sempre qualcosa che ti stringe, che soffoca il respiro?
Insomma, il problema della solitudine, in una società che ti considera un marziano caduto da un pianeta arretrato e incomprensibile.
Possa di punto in bianco finire in frigorifero, relegata, incatenata, come se il rimosso non dovesse tornare a galla, in qualche modo.
Ma poi la metti, perché le forme, i superiori, la maschera junghiana è indispensabile, non si può vivere solo quello per quello che si è – per carità. Continua a leggere

68. Ti chiama

da qui

Quindi: rivali e compagni di strada, nello stesso tempo.
La scena iniziale: case diroccate, un negozio con la saracinesca chiusa e una tenda logora, piena di rattoppi.
Di che colore è la rivolta? Hai mai pensato di dare un timbro, una forma, una bandiera – un segnalino, un segnalibro – a quello che ti accade intorno?
Lui viaggiò molto, come me: cercò alleati contro quello che chiamava l’unico nemico: l’imperialismo americano.
Sulla sinistra, un ombrellone: un residuo del bar, un posto per fumare e chiacchierare, dimenticando per un attimo la vita? Continua a leggere

67. Di te

da qui

Procreazione, un bel problema.
La vita, a volte, è una piazza deserta dove volano fogli che non riesci a leggere e rombano motori che non sai per dove partano.
Sì, ma la vita è anche uno sguardo che viene da lontano, che intercetta la tua storia, ti fissa nel momento in cui sei aperto, disponibile a cambiare.
A che serve il matrimonio? A procreare? Come rimedio alla concupiscenza?
Ti senti prigioniero, come ti avessero chiuso in una stanza, gelosi del futuro, custodi minacciosi del presente.
Sì, ma esistono ali traslucide, membrane leggerissime che lasciano intuire il cielo in trasparenza, che puoi prendere anche tra due dita. Continua a leggere

66. Il casco giallo

da qui

Un destino legava indissolubilmente la storia di Malcolm e quella mia.
Aspettiamo le parole del nostro pastore.
Forse hai sognato, un giorno, che le frasi fossero mattoni, scale, il casco giallo che hai usato tante volte.
Aveva sei anni, quando uccisero il padre; non si seppe mai chi fossero i colpevoli.
Salutiamolo con un caloroso applauso. Continua a leggere

65. Passeggiava nel giardino

da qui

Si chiamava padre Turoldo e aveva capito molte cose.
Ci sono momenti in cui ti pare che Dio passeggi ancora nel giardino: quando il sole appare all’improvviso tra le foglie e le nuvole sono batuffoli posati sui comodini azzurri, in ospedale – perché ti viene da piangere, quando pensi all’ospedale?
Forse perché hai paura di restare solo? Perché gli amici ti seguono finché le tue parole si scandiscono nell’aria come gridi di rondini, annunciando una felicità che nessuno immaginava? Continua a leggere

64. Il bambino uccello

da qui

Lo avrete capito, c’è sempre chi non è d’accordo.
Fantasmi, ti sembrano fantasmi gli odii tra bianchi e neri, non ti pare possibile, eppure sono lì, come il fulmine che ti coglie impreparato, la ferita che ti infliggi radendoti la barba, il mal di testa che ti assedia e strappa via il sorriso dalle labbra.
Eppure sogno, sogno un mondo in cui i bambini siedano allo stesso tavolo, con le penne in mano, gli occhi che guardano l’altro stupiti e pieni di fiducia. Continua a leggere

63. Che ti salva

da qui

La vera battaglia fu quella sui poteri della Curia.
La cava di pietra è bruciata dal sole, gli operai sono catene umane impolverate e mezzo intossicate dai residui dei crolli.
I vescovi, stavolta, erano determinati a far sentire le ragioni di fuori, quelle dei dimenticati e degli esclusi.
Qualcuno, ogni tanto, si ferma, per trangugiare acqua, ma riprende alla svelta, per timore di essere punito. Continua a leggere

62. Una favola

da qui

Selma, dicevo, ancora Selma. Fu Johnson a cambiare musica, come se a un certo punto cominciasse un concerto finalmente armonico, vogliamo dire Mozart?
Mi sentivo felice – ti è mai capitato? Sai, quando ti prende dentro, ti lasci invadere da qualcosa di più grande: vogliamo usare il termine miracolo?
C’è chi lustra le scarpe agli altri, per tirare avanti. Hai mai conosciuto un lustrascarpe? Persino il suo mestiere si può fare con il cuore.
Parlò contro la violenza, a favore della democrazia e dell’uguaglianza. Continua a leggere

61. Lontana e sola

da qui

Cosa pensavano i sovietici, il mondo comunista, la sinistra mondiale dell’evento che teneva tutti col fiato sospeso? (Tutti: chi aveva il tempo di pensare, di leggere, d’interrogarsi).
Il nome di Cuba risuona anche sui campi di altri paesi del mondo che lottano per la propria libertà, con un solo significato.
Ricordo che sembrava vivo: gli occhi aperti, i capelli arruffati; la barba incorniciava il viso solo un po’ sbiancato.
Era una svolta, indubbiamente, rispetto alla chiusura, al muro impenetrabile che era stato alzato. Continua a leggere

60. Sullo stesso ponte

da qui

Selma, Selma e ancora Selma.
La città è un ammasso di asfalto e ferro, le auto e gli autobus sono pesci che nuotano alla cieca, ognuno rinchiuso nel suo sogno – sognano i pesci? O siamo noi a sognare loro?
Fu la prima volta che il pensiero di morire mi attraversò il cervello: non l’avrei passata sempre liscia. Continua a leggere