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Simone Weil, la pasionaria che scelse il buon ladrone

Era un’intellettuale, una mistica, una poetessa. Una donna
sensibilissima, a tutto tondo, nemica del culto della forza, proprio negli anni violenti della seconda guerra mondiale. Era una “pasionaria” animata da una fede assai concreta, una persona onesta che scriveva benissimo, perché si sforzava di pensare bene. Si mescolava alla gente, cercava di restare umile. Innamorata della Croce, diceva, ma di quella del buon ladrone.
Non voglio che finisca l’anno – nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita – senza parlare di Simone Weil: ne abbiamo letto molto poco, su quotidiani e periodici – figuriamoci in tv – quindi cerco di mettere in ordine qualche idea, soprattutto per me stesso.
Mi sono state particolarmente care le pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla civiltà occitana e scritte a Marsiglia nei primi mesi del 1942. In esse la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.
Analizzando la “Chanson de la croisade albigeoise” (poema epico medievale e in lingua d’Oc che descrive gli ultimi palpiti della civiltà occitana, per dirla in modo semplicistico la civiltà dei trovatori, allora in pieno sviluppo, diffusa soprattutto nel Midi Francese e in parte anche in Italia), Simone Weil spiega con lucidità le conseguenze del massacro voluto con la crociata contro gli Albigesi dalla Chiesa e dal re di Francia. Continua a leggere