Mineo

Una volta era così, a Mineo. Dopo, è cambiato. Ora è di nuovo così. Quando ti alzi sei fresco, certe volte, dopo il caffè di Rita e un’occhiata al giornale appena uscito. Cominci con l’idea di fare il tuo dovere, per Turi e Peppuzzo, che devono crescere e studiare. Mentre giri e rigiri viti e bulloni, pensi alle bollette da pagare, alla benzina che rincara, al pane che costa il doppio di qualche mese fa. Ricordi anche le tue corse di bambino, quando l’unico pensiero era il sole e l’Etna sullo sfondo, le sue rocce nere che chissà quale operaio ha incastrato lì dai secoli dei secoli. La giornata avanza, e i bulloni diventano rocce, e la luce al neon quel sole che sembra sorriderti, spingerti con una mano calda nella tua corsa incosciente, e dopo dieci-dodici ore è tutto roccia e sole, con quell’odore che non sapresti definire, un odore impercettibile che prende alla gola e fa cadere nella vasca grande come il cratere di un vulcano, profonda come l’inferno che vorrebbe ingoiarti, ma tu hai il lasciapassare con le foto di Rita, Peppuzzo e Turi, e puoi posare finalmente i tuoi bulloni, bere il caffè, leggere il giornale appena uscito, come una volta, qui a Mineo, in quei giorni che chissà quando torneranno.

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