Il Capitano Mario (XXXI)

di
Maria Frasson

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La “santa libertà”


Ma venne la primavera, prorompente di vita e di speranze rinnovate. Tu, Signore, dicesti finalmente: “Basta!” Qualcuno avrebbe potuto commentare che era ora; ma non era quello il momento di scherzare. Quello era un “Basta!” grandiosamente biblico per il tuo popolo che aveva tanto sofferto e tanto pianto. La sentimmo tutti, intuitivamente, quella poderosa voce, dentro di noi. Anche i Tedeschi, avvezzi alla crudeltà, che cominciarono a fuggire.

Con la Signora Esterina perlustravamo i sotterranei del castello sorretto da enormi potentissime volte, dove pensavamo di attrezzare un rifugio nel caso che alla fine si scatenasse la ferocia dei vinti. Come quei fuochi d’artificio che alla fine sparano più forte e più in alto. Eravamo quasi divertite: pensavamo di mettere delle panche, di preparare dei cesti di pane biscottato, dei salami, delle bottiglie di acqua minerale… E intanto i Tedeschi fuggivano, spesso rubando quello che potevano, spesso senza nemmeno averne il tempo, a volte anche perdendo per strada la refurtiva nella fuga precipitosa. A volte la gente li aiutava indicando le strade e regalava loro dei viveri per compassione umana. Erano tutti fuori di casa a guardare, stupiti e felici: come se dapprima stentassero a credere, poi via via acquistavano coscienza della realtà ed esplodeva la gioia. Mario mandò ad avvertirmi un suo giovane aiutante, il quale, entrando, disse a voce alta: “Quando un popolo si desta, Dio si mette alla testa”. Mi perdoni il mio unico lettore se questa gli pare retorica, ma in quel momento sentivamo tutti così.
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Il Capitano Mario (XXIX)

di
Maria Frasson

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Audaces fortuna iuvat


che non è sempre vero.

Mario comunque camminava sul filo di un rasoio. I suoi ricoverati non erano molti e generalmente non gravi. Se qualcuno era tale, veniva trasferito nei vari reparti del Policlinico debitamente attrezzati. Alcuni degenti erano partigiani scampati alla cattura, per i quali il medico vietava visite inopportune, altri erano per lo più innocui militi dell’Esercito Repubblichino di Salò, fra i quali tuttavia si annidavano delle spie, o accertate o probabili, secondo il sempre attivo servizio informazioni OI 40. Mario era per tutti il medico che cura il malato.

Al momento del ricovero, venivano tutti invitati a togliersi la divisa e a deporre le armi, con la promessa che sarebbero state loro restituite al momento del congedo. Nell’attesa invece venivano dirottate in uno sgabuzzino segreto nei vasti sotterranei del Policlinico, oppure nelle cantine della nostra parrocchia di S. Francesco. Il vice-parroco era un animoso giovane affiliato alle organizzazioni segrete: Mario lo aveva voluto come cappellano militare per il suo ospedale; l’anziano parroco era al corrente di tutto e consentiva in silenzio. Continua a leggere