Vivalascuola. Delicato leggiadro abissale Pinocchio

Oggi ho detto ai miei bambini: “Vi leggo una storia nuova, è la storia di un pezzo di legno. Di un pezzo di legno un po’ magico e sapete perché?”
“Nooooooooo” hanno risposto loro.
“Perché questo pezzo di legno – ho continuato io – era un burattino speciale. I suoi occhi vedevano, le sue orecchie sentivano e con la sua bocca parlava e faceva anche le boccacce! Voi le sapete fare le boccacce?”
“Sìiiiiiiiiiiiiiiiiii” rispondono ridendo e stropicciando labbra e occhi in facce buffe!
(Alessia Niniano)

Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. (Elémire Zolla)

Nell’anno dei suoi 130 anni, dedichiamo una puntata di vivalascuola a Pinocchio. Alessia Niniano, Giovanna Celso e Paolo Cacciolati riferiscono della loro lettura di Pinocchio a bambini, Sebastiano Aglieco racconta il suo incontro con Pinocchio e riferisce dei Pinocchi incontrati nella sua esperienza di insegnante, Nadia Agustoni e Dora Palermo riflettono sulla figura del burattino, Paolo Tesi risponde alle nostre domande e ci offre le sue illustrazioni. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #5 – I bambini ci guardano

Questa pellicola è tratta dal romanzo Pricò (1924) di C.G. Viola. E’ la storia di un bambino di 7 anni che vive con i suoi occhi lucidi e disperati la storia del rapporto in crisi dei genitori. Il quinto film di De Sica, girato nel 1942, è il primo in cui il “Maestro” fa i conti non soltanto col “sociale” e con le ipocrisie del mondo della piccola borghesia, ma anche con la dimensione interiore dei personaggi. E’ la dimostrazione di come anche dal più banale soggetto si possano trarre spunti di grande cinema (o di grande letteratura). Difatti sarebbe potuto passare per un fotoromanzo, se non fosse per lo sguardo di Pricò (e per la cinepresa di De Sica che lo guida) che toglie la maschera a una pace e a un ordine soltanto apparenti. Inoltre segna l’inizio del sodalizio con Zavattini, e la mano dello sceneggiatore si vede, eccome. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #4 – Riso amaro


Su questa pellicola del 1949 sono stati versati fiumi d’inchiostro e torrenti di polemiche. Come Miracolo a Milano, fu attaccata sia da destra che da sinistra. Da un lato le voci catto-padronali la censuravano per aver sollevato i temi dell’emancipazione femminile e dell’aborto, dall’altro personaggi come Davide Lajolo, al tempo direttore de L’Unità, la accusavano di aver falsato il mondo contadino. Pensare che era stato proprio Lajolo a presentare al regista De Santis un certo Raf Vallone, cronista di terza pagina e autore di un dossier sulle condizioni lavorative delle mondine. Evidentemente le sirene del mondo del cinema agirono sul buon Raf Vallone più potentemente del giornalismo d’inchiesta. Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #3 – Miracolo a Milano

Martedì, dopo i risultati elettorali di Milano, un giornale ha ripreso la celebre immagine finale del film di De Sica-Zavattini, come simbolo dell’insperato riproporsi di un miracolo sui navigli.
A dirla tutta, è una scena che ha subito plagi ben più clamorosi, per esempio in una certa famosa sequenza di un certo famoso film di un certo famoso regista su un certo famoso alieno. Facile da indovinare, vero? No? Basta immaginare le biciclette al posto delle scope… Continua a leggere

“L’imperfezione” – Un romanzo giovanile di Raul Montanari

Suppongo che il titolo di questo post farà incazzare come una bestia Raul Montanari.
Anzi, no, meglio scrivere farebbe incazzare come una bestia, Raul Montanari. Scrivo farebbe perchè figurati se Raul Montanari si mette a leggere questo post. E comunque ora ho poco tempo per ragionare sui modi verbali, veramente ho sempre meno tempo per fare qualunque cosa: dico, possibile che più si invecchia e meno si ha tempo per tutto? Così scrivo questo post di getto, dopo aver letto di getto questo romanzo giovanile di Raul Montanari preso di corsa ieri sera nella piccola ma agguerrita biblioteca del mio paese (agguerrita perchè la capo bibliotecaria è una mia vecchia amica appassionata di questi scrittori di gialli non gialli alla Raul Montanari e ha piazzato vicino all’ingresso uno scaffale di legno bianco intitolato “Primizie” dove lascia le preziosità che scova chissàdove, tipo questo semisconosciuto romanzo giovanile di Raul Montanari che dovrebbe essere la sua opera prima).
Ammetto che non è corretto parlare di romanzo giovanile a proposito di un autore che è tutt’altro che vecchio Continua a leggere

Che figura! L’anastrofe


Godere dell’inversione, del capovolgimento, dominare la scena mentre il mondo si ribalta, come S.Pietro in questa tela di Caravaggio, dove c’è una rappresentazione esemplare dell’anastrofe.
San Pietro è raffigurato in un momento particolare del suo martirio, mentre i serventi si affannano per sollevare la croce. Il genio del Caravaggio sta, anche, nello scegliere il momento da rappresentare. E la scelta cade sul momento che esalta il ribaltamento delle aspettative. Il momento in cui il corpo di S. Pietro sta per essere rovesciato, in una sorta di suggestiva anastrofe visiva, per la volontà dell’apostolo di differenziare la sua dalla crocifissione del Cristo. Continua a leggere

Quando la testa è in vacanza [3]. “Honeymoon”: il miele industriale di J. Patterson.

[Avvertenza: in questo post si riporta una frase degli autori del romanzo e un sistema per attaccare bottone su cui vorrei il parere di qualche gentile lettrice. Grazie in anticipo per i vostri commenti.]
Dire che la trama di questo romanzo sembra presa a piè pari dal dimenticabile film La vedova nera del 1987, non basta a squalificarlo. Anche se il calco è notevole. C’è pure l’immancabile tresca tra l’assassina e il poliziotto, peraltro più originale nel film, dato che si trattava di un approccio saffico tra dark lady (la molto perturbante Theresa Russell) e investigatrice (la poco perturbante Debra Winger).
Comunque, c’è da colmare container con i libri di autori-madonnine consacrati dalla critica assai più che Patterson, libri assolutamente mimetici di film, filmetti e telefim. Ma non è questo il punto. Per quel che conta il mio parere, sono piuttosto d’accordo con chi sostiene che le storie sono sempre quelle, ciò che importa è come le scrivi.
E’ curioso semmai constatare come il topos della crudele cacciatrice di uomini trascini sempre un intenso sfruttamento commerciale. La mantide bella e seducente quanto avida e spietata è un’ottima macchina da soldi per editori e produttori. Quasi quanto lo psicopatico predatore sessuale.
In Honeymoon la protagonista si chiama Nora. Gli uomini che incontra, naturalmente solo fessacchiotti miliardari, se li pappa in insalata, quasi alla lettera, dato che prima arraffa i loro bot e poi li accoppa preparando manicaretti conditi con un veleno che non lascia tracce. Continua a leggere

Quando la testa è in vacanza [2]. “Il circo delle anime”: l’anima europea di George Pelecanos

Una delle strip-recensioni riportate in quarta di copertina scomoda addirittura Zola. Un po’ azzardato, l’accostamento, tuttavia è indubbio che Pelecanos emerga tra i c.d. maestri americani del thriller (escluso l’hors categorie S. King) per il sovrapporre a ritmi e plot tipicamente yankee una visione e una sensibilità più “europee”.
Che ciò sia dovuto alle origini, di famiglia greca, o alla bio che lo vede partente dal basso (ha lavorato come cuoco, lavapiatti, barista, venditore di scarpe e muratore prima di pubblicare il suo primo romanzo nel 1992), o più semplicemente al talento naturale, poco importa. Comunque esco dalla lettura di Pelecanos senza il retrogusto da preparato chimico che ti lascia la gran parte della contemporanea produzione giallistica/thrilleristica/noiristica. Continua a leggere

Che figura! La metalepsi


Ancora Magritte. Lo so, rischio di diventare ripetitivo. Eppure Euclidean Promenades è il più calzante esempio di metalepsi che mi venga in mente.
Ribadisco il mio intento di non cedere a lascivie definitorie, ma è imprescindibile inquadrare la metalepsi come figura di sostituzione che produce un’incongruenza.
In campo visivo, poi, ricorre ogni volta che si gioca con la somiglianza formale, e la tempo stesso con l’incongruità rispetto al contesto: ed è questo contrasto che crea un effetto straniante e una moltiplicazione di senso. E quindi, chi più straniante di Magritte? Continua a leggere

Francesco Recami – Prenditi cura di me

Di solito presto poca attenzione all’immagine sulla copertina di un libro. Così è stato anche per l’ultimo romanzo di Francesco Recami, Prenditi cura di me.
Solo dopo averlo terminato di leggere, ora che giace sul tavolino in cristallo, sotto il gazebo della mia villa in campagna, mentre osservo due cerbiatti brucare l’erbetta del parco, mi rendo conto come in questo caso sia già tutto contenuto lì, in quell’elaborazione grafica ritagliata nel blu Sellerio.
L’immagine in copertina è una natura morta di Antonio Donghi, del 1928. Riguardandola, mi sono chiesto perchè sia stato scelto proprio quel particolare, raffigurante l’angolo di un vassoio con una tazzina da caffè, e un coltello in primo piano, fuori dal vassoio.
E’ un’immagine che mi ricorda le opere di Hopper, specie per le linee di fuga tagliate, in diagonale, a dare l’idea di non completo, di indeterminato. Ed è un’indeterminatezza che c’entra molto con la vita dei personaggi che popolano l’ultimo romanzo di Recami. Sballottati tra un’esausta acquiescenza verso i piccoli personali fallimenti e una lotta a tratti tenera ma spesso disperata con i propri mulini a vento. Continua a leggere

Che figura! L’enfasi

Partendo dalle arti figurative, gli esempi più interessanti di enfasi li ritrovo in Munch e Picasso. In questo caso, a mio parere, meglio il norvegese pazzo rispetto al genio iberico. Certo, in Guernica, in quel coacervo di figure straziate, la madre col bambino, i volti terrorizzati, le persone che cercano di sfuggire dalle fiamme, l’enfasi galoppa sovrana. Ma vuoi mettere con L’Urlo? E’ un manifesto dell’enfasi, quella figura stravolta nel terrore che si propaga come onde psichiche a tutto il paesaggio, quel condensare in un’unica immagine la deformazione della realtà prodotta dal senso di angoscia e insieme la pressione insostenibile che il mondo esterno esercita sull’individuo, come a deformarlo in una maschera grottesca.
Del resto tutto il successivo movimento espressionistico, di cui l’Urlo è geniale precursore, trova nell’enfasi espressiva la sintesi della dilatazione della presenza del soggetto, quell’urgenza di ripristinare una lacerata centralità dell’individuo mortificata dallo sviluppo dell’industrializzazione e dell’abnorme crescita della città, come ricorda Achille Bonito Oliva in un saggio dedicato all’enfasi. Altro esempio illuminante è Lo sbadiglio, di Max Beckmann, del 1918.

E l’enfasi in letteratura?
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Vincenzo Pardini, lo scrittore che racconta la selvaggina umana.

Intervista a cura di Marino Magliani
(pubblicata l’11 aprile nell’inserto Scritture&Pensieri del Corriere Nazionale).

Quando ancora non avevo letto nulla di Vincenzo Pardini, e
sapevo di lui soltanto cosa si diceva, trovavo inquietante che
un autore potesse essere ritenuto un maestro assoluto del
racconto. Cosa significa? Quanti scrittori in Italia sono autori di splendidi racconti e raccolte, mi dicevo. Poi l’ho letto e
ho capito parecchie cose.
Una di queste è che non avevano ragione: Vincenzo Pardini
non è un maestro del racconto italiano, poiché un maestro dovrebbe dare un esempio, il suo narrare,in questo caso, diventare una
scuola, e questo è impossibile, i racconti di Pardini sono pezzi unici, non si smontano, e il suo stile, il suo taglio, le sue inarcature e
il suo passo sono inimitabili.
Anche stavolta, per non smentirsi, con La banda randagia, (Fandango 2010 euro, euro 15,00 ) Pardini ci dà prova della sua unicità. Continua a leggere

E’ attuale l’inattualità del classico?

Qualche tempo fa è uscito sul Domenicale del Sole 24 ore un interessante articolo di Andrea Casalegno, dal titolo L’attualità inattuale del classico.
Da buon allievo di liceo classico, Casalegno svolge un ragionamento in tesi, antitesi e sintesi per dimostrare l’assunto del titolo. Io che come ginnasiale ero scarsuccio non posso fare a meno di inserire una dubitativa in quell’assunto, e volgerlo in forma di domanda: è davvero ancora attuale l’inattualità del classico? Continua a leggere

Manualetto pratico ad uso dello scrittore ignorante – Filippo Tuena

Esce in questi giorni per i tipi di Mattioli 1885 il ‘Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante’, di Fillipo Tuena.
Ecco un estratto.

Nella precedente puntata ti abbiamo lasciato scrittore ignorante alle prese con la fotocopiatura del tuo dattiloscritto. Nel frattempo, ne hai invano spedite innumerevoli copie. Dopo molte vicissitudini ti ritroviamo a un anno di distanza in attesa di risposte editoriali che tardano o che se arrivano sono negative e ti gettano in uno stato di grande prostrazione.
Per salvaguardare la tua traballante salute e porre rimedio a una situazione che sta diventando insostenibile, con l’avvento dell’estate dovrai applicarti a un esercizio utilissimo ancorché piuttosto complesso: dimenticare il tuo romanzo, cancellarlo,
annullarlo, fare come se non lo avessi mai scritto. Continua a leggere

LA MINIMA IMPORTANZA, di Enrico Piscitelli


Purtroppo ho abbastanza anni da ricordare un vecchio televisore dei miei nonni che quando lo spegnevi l’immagine veniva risucchiata in un punto biancastro in mezzo allo schermo color muffaverde, e non è che questo punto biancastro scomparisse tutto d’un colpo, no, ci impiegava qualche secondo a dissolversi, accompagnato da uno sfrigolio elettrico tipo zanzara arrostita in sera d’estate, ma arrostita in lontananza, forse non è vero che c’era quello sfrigolio di elettrozanzara, forse ricordo male, però ricordo bene che stavo a fissare quella dissolvenza del punto centrale, poi appoggiavo la mano sul fianco del televisore a controllare che fosse ancora caldo, come per accertarmi che quella scatola avesse veramente funzionato fino a poco prima, tutto questo per dire che leggere la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, è stato per me come tornare a fissare la dissolvenza del punto bianco nello schermo del televisore, prima che scompaia dal tutto. Continua a leggere

L’amore dei lettori [3]

Fuori nevicava in modo assolutamente torinese. Dentro, ho riempito la sala con i miei amici, più un paio di dame con briciole di biscotti agli angoli del rossetto, più un ragazzo con l’aria da aspirante scrittore. Più lui. Uguale a Geremia di Alan Ford. Stessa testa lucidata, stessi occhialetti monarchici, stesso angolo di mascella puntuta. Gli mancava solo la copertina con i rattoppi.
L’introduttore, peraltro bravissimo, non sapeva come fare ad introdurmi. Continua a leggere

“Digestione del personale” – Intervista a Paolo Cacciolati

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Paolo Cacciolati è l’autore di “Digestione del personale”, un romanzo – edito da TEA – che unisce ai vari attimi di una vicenda criminosa i ricordi di vita aziendale di un ‘formatore’ del personale, Marco Michichi, un personaggio che fa strada con un atteggiamento competitivo, che lo porta però anche a truffare gli stessi dirigenti d’impresa che gli danno lavoro. E che vive la sua vita personale soffocato dalla stessa aridità in cui si è autoconfinato, o comunque si è lasciato confinare.

Lo stile ironico e brillante di Cacciolati non impedisce, anzi sollecita l’emergere di tante domande, in relazione al tipo di società di cui le realtà di tante aziende sono lo specchio.

Qui proviamo ad affrontarne alcune insieme a lui. Continua a leggere

Che figura! L’accumulazione

bruegel netherlandish proverbs 1559
Perchè parlare di figure retoriche? e perchè proprio dell’accumulazione?
Provo a rispondere partendo au contraire, dall’opposto dell’accumulazione: la sottrazione.
“Un buon scrittore non deve mai spiegare..” diceva Ennio Flaiano.
E’ opinione diffusa e condivisa che il lavoro dello scrittore debba essere di sottrazione. Il non detto ha fascino, ed è efficace, a condizione che quello che si omette sia conosciuto e dominato dall’autore. Altrimenti ciò che è fuori dal testo resta anche fuori dalla comprensione del lettore.
Fior di scrittori hanno raggiunto grandiosi risultati utilizzando le figure retoriche che rientrano nel gruppo della sottrazione. Tanto per gradire, un piccolo esempio, tratto dal romanzo d’esordio di Davide Longo, Un mattino a Irgalem: Continua a leggere

Di cosa parliamo quando parliamo di editing ?

Perdonate il carverismo del titolo e considerate benevolmente il mio proporre l’epanalessi in forma interrogativa, dicevo del carverismo nel titolo, mi si propone in automatico dopo aver letto sul Primo Amore un pezzo di Dario Voltolini sull’editing e scrittura, ove si prende a esempio del cattivo editing (anzi, di ciò che mai può essere chiamato “editing”) quanto ha/avrebbe perpetrato Gordon Lish nei confronti di Raymond Carver, uno stupro, a detta di Voltolini, sullo stupro però tornerò dopo, Continua a leggere