Paolo Cognetti vince il Premio Strega Giovani

Paolo Cognetti ha vinto la quarta edizione del Premio Strega Giovani con Le otto montagne (Einaudi), un libro stupendo, scritto tra le montagne e per le montagne, ma anche per tutti coloro che, come la maggior parte delle persone che vivono oggi sul nostro Pianeta, pensano di non poter fare a meno di droni, social network, internet e smartphone.
Cognetti scrive divinamente, con uno stile pacato ma al tempo stesso colmo di passione, semplice e insieme colto, leggero ma anche capace d’inoltrarsi nelle più inaspettate profondità, non solo delle valli e dei boschi di cui racconta, ma anche delle persone che li attraversano, sognano di farlo o più semplicemente se ne tengono a distanza.
Quando nel 2013 lo intervistai, inaugurando così il mio ciclo di Dieci domande a dieci scrittori/traduttori, Paolo Cognetti mi sembrò fin da subito una delle penne Continua a leggere

La montagna, la città, la scrittura: un’intervista a Paolo Cognetti

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Paolo Cognetti, due raccolte di racconti “Manuale per ragazze di successo” (2004) e “Una cosa piccola che sta per esplodere” (2007) pubblicate entrambe con Minimum Fax; un romanzo, di cui parleremo in seguito, entrato quest’anno tra i finalisti del Premio Strega e candidato a libro dell’anno da Fahrenheit (“Sofia si veste sempre di nero”, 2012, Minimum Fax); “New York è una finestra senza tende”, guida letteraria alla città di New York pubblicata nel 2010 da Laterza; e infine un diario di montagna, “Il ragazzo selvatico“, uscito un mese fa con Terre di Mezzo. Vorrei partire proprio da qui, da quest’ultima pubblicazione, per poi risalire passo dopo passo fino ai tuoi inizi.

1) Qual è la tua relazione con la montagna? E come si lega al tuo rapporto con la scrittura?

È il luogo in cui passavo le estati da bambino, un paesaggio che conosco bene e che mi fa stare bene. O potrei dire: è il posto in cui mi sento libero. Mi piace la montagna meno battuta: preferisco i pastori agli alpinisti e gli animali agli uomini, e stare via per qualche giorno senza incontrare nessuno, dormire dove capita, pescare nei laghetti, rotolare giù per i nevai e passare in alto dove non c’è il sentiero. Poi scrivo. La mia scrittura è soprattutto un lavoro sul togliere, cercare la parola giusta, dire le cose nel modo più semplice e preciso, illuminare l’essenziale. Una scrittura che nasce dalla solitudine e dal silenzio, un po’ come la lingua dei montanari.

2) Quando parli di montagna e del tuo relazionarti alla natura, a me vengono sempre in mente due cose: la prima è il Jon Krakauer (e il Chris McCandless) di “Into the wild”, che tu stesso citi come una delle tue, chiamiamole così, fonti d’ispirazione. L’altro è il Kerouac dei “Vagabondi del Dharma” e di “Big Sur”, forse per l’immagine dello scrittore che deve isolarsi per ritrovare l’attenzione e la concentrazione necessarie allo scrivere. Quanto di tutto ciò hai messo ne “Il ragazzo selvatico”?

La storia di Chris McCandless mi è stata di grande ispirazione. Quando si parla di lui tutti sembrano colpiti più che altro dalla sua morte, a me invece ha colpito la sua vita. Uno studente modello, un bravo figlio e un ragazzo dal promettente avvenire che lascia tutto e passa due anni a vagabondare per l’America, e poi quattro mesi da solo nei boschi d’Alaska. Ho pensato che lo capivo bene, e che volevo fare qualcosa del genere anch’io. Chris ci era andato inseguendo Jack London e Tolstoj, questo per dire che a volte i libri cambiano la vita, se un lettore è disposto ad alzarsi dalla poltrona e farsela cambiare. Anch’io credo che Continua a leggere