52. Basilico e prezzemolo

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Ti fermi incantato di fronte alla Bottega di Piacenza: che ci fa qui? Si affacciano dolci, vini, caramelle. Se ti facessi un’abbuffata? Se rinunciassi alla linea che difendi a tutti i costi senza sapere neanche più perché?
Vogliamo proseguire?
E’ sicuro che qui funzioni meglio? Continua a leggere

46. Alla gola

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Con l’intreccio di storie che vengono a proporti rischi di confonderti le idee. Possibile che tutti ti cerchino, sicuri di risolvere il problema della vita? Pensano che lo scrittore sia una specie di demiurgo capace di mettere in comunicazione col destino. Continua a leggere

11. Lo stesso

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E’ uscito dalla chiesa con la luce della vetrata ancora dentro gli occhi. Non gli bastano più le parole del prete: c’è qualcosa da fare urgentemente; magari è la delusione d’amore che fa nascere rivoluzionari in ogni angolo del mondo. Ma che ne sa, del mondo? Vuole solo cambiarlo, non gli piace com’è adesso. Lo fa anche per Mattea, per mostrarle che la verità è più forte di tutte le menzogne; si accorgerà di che cosa è capace. Altro che chiesa, altro che omelie della domenica. Continua a leggere

5. Fofner

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Dante si è fatto un’idea strana sulla fuga improvvisa di Eleonora. Le idee strane, a volte, sono le più vere. Si affaccia dal pontile: la balaustra in marmo è piena di scritte antiche e nuove. Gli viene una specie di vertigine; pensa alla gente che è passata di qui, ai sentimenti, le speranze, le disperazioni. Il mare è una schiuma bianca in concorrenza con l’ovatta delle nuvole. Continua a leggere

52. Onda

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L’immagine che Marco ha negli occhi è di quelle che impressionano: uno scorcio di piazza in cui si ammirano palazzi dai grandi portici come buchi neri in universi di pietra variegata, incisa, fitta di bifore e trifore ricamate con spreco di bellezza; sulla sinistra spiccano serrande verdi che risuscitano ricordi infantili di pistacchi e dentifrici, l’odore e il sapore del pulito, i rimproveri della madre ansiosa, la fretta di uscire col cestino pronto, il fiocco mezzo gualcito, la paura di incontrare gli altri, la maestra, i compagni sempre pronti a fare scherzi, anche cattivi; Continua a leggere

49. Prospettive

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Cesare è preso da un dubbio: come conciliare i suoi interventi con il testo del dottor Cavedagna, se ogni scrittore ha il materiale e i temi preferiti, le idiosincrasie che l’orientano in una direzione piuttosto che un’altra, i numi tutelari che lo guidano in un percorso irto di insidie e trabocchetti? Continua a leggere

40. Trappola

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Lo sguardo ripercorre la stanza di cui conosce ogni dettaglio: le pareti in pietra di granito che in certi angoli compongono figure involontarie ma ben riconoscibili – un agnello, una maschera greca, una donna col colbacco -; il divano dai bordi dorati e i cuscini gonfi a fiori; un tappeto berbero dai colori vivaci – azzurro e oro -, attraversato da rombi e rettangoli alternati; Continua a leggere

16. Il ballo

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Cosimo e Amerigo procedono sulla loro strada, l’uno cercando nella letteratura un rifugio dalla nevrosi quotidiana, convinto che esista un ordine in cui il mondo trovi un senso, sfugga all’entropia che lo divora istante dopo istante; l’altro tentando di comprendere se la voce possa essere tradotta, se il tono, il timbro, le risonanze quasi impercettibili di un termine possano trapiantarsi in un’altra cultura e un’altra lingua, se un testo sia comunicabile universalmente o debba rassegnarsi all’isolamento nazionale, a una vita senza permesso di soggiorno, a una solitudine etnica invincibile. Continua a leggere

8. La moda

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La moda è la morte della letteratura. Ci sono scrittori che si orientano su temi giudicati imprescindibili dalla mentalità corrente. Cloe rabbrividisce di fronte a fenomeni che ritiene degradanti. Anzi, l’abitudine invalsa di ripetere cliché l’ha allontanata per sempre dalle lettere, ha causato un rigetto per cui ora, se s’imbatte in  una pagina, si esercita a non leggerla, estendendo la pratica a ogni traccia di scrittura che si trovi nel mondo circostante. Continua a leggere

4. Secchio dei rifiuti

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E’ il terzo libro che Simone Vangelis getta con insofferenza nel secchio dei rifiuti. La letteratura contemporanea gli lascia un senso profondo d’insoddisfazione; si è smarrita la struttura che ritiene irrinunciabile: inizio, sviluppo e fine. Un romanzo senza spina dorsale non è più tale e lui si rifiuta per principio di perdere il suo tempo. Nell’inconscio custodisce un archetipo in cui si riconosce, l’unico che ritiene degno d’attenzione. Continua a leggere

Vieni via con me

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Scrivo queste righe alla vigilia della partenza da Loreto. Sei giorni sono pochi: dal lunedì al sabato. E fu sera e fu mattina: sesto giorno, la creazione dell’uomo. La ricreazione, in questo caso: la campanella è suonata, si ritorna in classe. Non ho fumato una sigaretta, ho perso anche quel vizio. Domattina farò la valigia, pagherò il conto, la suora mi sorriderà, stringendomi la mano. Caricherò l’auto, farò manovra, attraverserò Porta Marina e scenderò verso l’autostrada. Arrivato a casa – se non pioverà di nuovo, se non mi schianterò da qualche parte – mi chiederanno com’è andata, se mi sono riposato. Dirò di sì, non posso fare altro. Sei giorni sono pochi: dal lunedì al sabato. E fu sera e fu mattina, sesto giorno. E se restassi qui? Se mi aspettassero per giorni, mesi, anni? Se la gente che riempie la chiesa non mi vedesse più, chiedesse informazioni e alla risposta: non sappiamo, non è più tornato, sussurrasse: peccato, predicava così bene! Se, dopo un poco, tutto trovasse un equilibrio nuovo, un parroco diverso, abitudini mutate, perso il ricordo di don Mario e don Fabrizio, come nulla fosse stato? In fondo, la vita è preparare le valigie, aspettare qualcuno che ti dica: Vieni via con me.

Perdono

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Tornato da giorni di inferno e paradiso, sono travolto dagli impegni. Aperta la posta, trovo una cifra imprecisata di messaggi. Il primo impulso è piangere: impossibile rispondere, anche in minima parte, all’onda anomala. Il senso di colpa si insinua, anche non volendo. Che fare? Ho deciso, infilo Wanda da youtube e chiedo perdono a tutti quanti.

Tango due

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Che abbiamo fatto per meritarci questo? Lo segnalo invano, non ci accorgiamo più della violenza. Se toccassimo con mano i mille modi in cui spiano il mondo intero, ci crederemmo ancora liberi, ancora balleremmo il nostro tango, come niente fosse.

Armagheddon 2

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Nessuno è innocente. Partire da qui per fare il punto, sempre provvisorio. Da una parte, strappare la maschera a chi parla dalla cattedra di scriba e fariseo, svelare le intenzioni falsamente trasparenti; disarmare, dall’altra, l’avidità insaziabile di denaro e potere, la ricerca di un’immunità infinita. Immaginare un orizzonte in cui passo dopo passo si possano mettere sul tavolo le carte, senza più barare. Sputare sul nemico o vivere alla giornata cercando di arraffare il più possibile senza un progetto a lungo termine, che cambi radicalmente gli elementi in gioco, sono analoghe forme di suicidio. C’è un altro stile, un altro ritmo, un altro modo di ballare questa vita. Un tango rischioso e irresistibile.

E’ che la gente poi ci prende confidenza

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Avete presente quando vorreste buttare tutto a mare e siete in un paesino di montagna dal nome sconosciuto, tipo Brecciasecca? Ecco, mi sento così, e penso al politically correct. Mi chiedo chi l’abbia inventato. Qualcuno con la paura di perdere qualcosa. Perché non mandare all’aria un’abitudine asfissiante? Cominciare a scrivere che una poesia semplicemente non ci piace, anche se tutti dichiarano il contrario; o che il reading memorabile, programmato nel tal luogo, il tal giorno e alla tal ora, ci lascia indifferenti. Un poco d’aria fresca, insomma, un minimo d’igiene mentale. Ieri mi ha chiamato un tipo, sbraitando perché un funerale era stato celebrato indegnamente; “quel prete: in galera!”. Gli ho risposto che per andare dentro serve qualcosa di molto più eccitante, e si è calmato. La gente, come cantava la Martini, è matta. Finché non la informate, mica se ne accorge. La gente siamo noi. Ecco perché il politically correct è una scelta discutibile. C’è qualcosa che non va: dovremmo dire solo quello che pensiamo. Urbanamente. Anche a Brecciasecca, dove buttare tutto a mare è un sogno senza senso.