SUL TAMBURO n.28: Pasquale Vitagliano, “Habeas corpus”

pasquale-vitagliano-habeas-corpusPasquale Vitagliano, Habeas corpus, Lavagna (Genova), Edizioni Zona, 2015

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di Giuseppe Panella

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L’habeas corpus come pratica giuridica, introdotta per la prima volta il 15 giugno del 1215 per effetto della ratifica della Magna Charta ad opera del re Giovanni Senza Terra, costretto ad accettarla dalla volontà imperiosa dei suoi baroni in rivolta, è una delle pietre miliari del diritto e della civiltà europea, soprattutto nei paesi dove vige la Common Law e in cui tale principio è stato applicato ininterrottamente fin da allora. La sua base applicativa implica l’impossibilità di essere accusati senza un’accusa precisa e di essere detenuti sulla base di un semplice sospetto dovuto all’arbitrio di un giudice o di un sovrano. Grazie all’habeas corpus, non è possibile in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America incarcerare nessuno senza un’accusa precisa e senza un mandato giudiziario – la richiesta di arresto, quindi, deve essere suffragata da accuse precise.

Ma perché intitolare ad esso un libro di liriche appassionate come è questo di Vitagliano?

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Habeas Corpus, di Pasquale Vitagliano

habeas

di Augusto Benemeglio

Ci siamo rivisti, con Pasquale Vitagliano, dopo qualche anno, il 2 ottobre u.s. per la presentazione del suo ultimo libro, “Habeas Corpus”, al Pentatonic, Eur, Roma, grazie alla affettuosa ospitalità   di Anna Maria Curci.  Quando incontri uno come lui , che è un uomo impegnato su più fronti, quello di giustizia  , in primis, sai che la sua poesia non sarà evasione né tantomeno sublimazione spiritualeggiante della realtà. La sua poesia è più realista delle cronache politiche, dei reportages su una guerra o su un’epidemia, sulle poroblematiche dei disabili, o delle relazioni sui bilanci e sui deficit. Continua a leggere

Vivalascuola. Il canto di una classe

Poi succede qualcosa
in un momento preciso della giornata:
il canto di una classe dietro ai vetri
interroga tutti i nostri destini.
(Sebastiano Aglieco)

Scrivere poesie che parlano degli studenti, in molti casi dei propri studenti – bambini, ragazzi – è un’operazione pericolosissima: il rischio è infatti quello di sommare alla difficoltà di accesso che la poesia spesso porta in sé quella atmosfera paternalistica, o moralistica, che deriva dal fatto di insegnare, trasmettere qualcosa o almeno sforzarsi di farlo. Allora sgombriamo subito il campo dalle congetture, dicendo che nei testi raccolti in seguito ciò non accade. (Francesco Tomada)

Ai miei bambini maestri
di Chandra Livia Candiani

Io vi conservo il camminare
incollo ogni passo a terra
resto
per voi mi sveglio
disegno la faccia
sotto l’acqua e le dita
io vi conservo le parole
come pane inzuppato Continua a leggere

Il dilemma dell’Ilva

di Pasquale Vitagliano

La sfida di Nichi di cambiare la Puglia e l’Italia non sarà affossata da una risata. Per giunta, la sua, inattesa e irriconoscibile, risata. Ma certo i fumi dell’Ilva di Taranto hanno alla fine offuscato l’immagine del presidente della Regione Puglia. Ed hanno fatto balbettare la narrazione che un altro mondo è possibile. “L’unica cosa di cui mi vergogno davvero è di aver riso in quel modo di un giornalista che faceva il suo mestiere, e a cui chiedo scusa”. Continua a leggere

Pasquale Vitagliano, Il buio oltre il muro

Pasquale Vitagliano
di Augusto Benemeglio

1-Terlizzi , Italia.

In ogni epoca, diceva Peter Brook, il problema è quello di vivere una vita più reale, a costo di essere spietati con se stessi. E questo vale dappertutto, in ogni parte del mondo; in fondo basta che sali su una delle metro di New York, ad esempio la linea 7 delle centocinquanta etnie, odore di cipolla aglio peperoncino curry e miele, e una fermata-Itaca la trovi sempre, come Terlizzi, Italia, già Magna Grecia, dove ti attende l’Ulisse di turno, Pasquale Vitagliano, che t’accoglie alla grande nell’antica Turricium (città delle torri) bizantina. Continua a leggere

Terlizzi festival di memorie

Terlizzi Festival

Di Augusto Benemeglio

1. Eroi di Terlizzi

Ci sono traiettorie misteriose , che non t’aspetti. Come quelle della memoria di un paese, di una città del sud, della Puglia ( tu, anima salentina), che credevi aver dimenticato, e invece te lo ritrovi sul ciglio del sentiero del risveglio della tua coscienza, che si restringe, che si fa precipizio, per il salto nel tempo, che sta aggrappata ai suoi indimenticati eroi, tra un orizzonte liquido di sconosciuta oscurità e l’instabile evidenza dell’ombra nera della passività, della neghittosità, della crisi ormai imperante che passa a qualsiasi latitudine. Continua a leggere

Giorgio Linguaglossa, Blumenbilder (Natura morta con fiori)

Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa, Blumenbilder (Natura morta con fiori), Firenze, Passigli, 2013

di Pasquale Vitagliano

Rugiada. Nella lastra gelatinosa/ della fotografia è entrato un bosco/ pieno di foglie… (…) Sono i primi versi della poesia che apre Blumenbilder (Natura morta con fiori) la raccolta che Giorgio Linguaglossa ripropone per Passigli. Tutte le altre poesie iniziano con una sospensione. … è probabile che ci siamo incontrati/ in qualche hall d’albergo di terza categoria,/ tu facevi la ballerina ed io/ il perdigiorno… Per cogliere il senso autentico di questa scelta bisognerebbe chiedere all’autore, al lettore sembra alludere ad una ripresa, ristabilire una continuità con un prima o con un altrove, annunciare una fuoriuscita. Ad esempio, una fuoriuscita dall’oscurità del silenzio attraverso l’illuminazione della parola. Continua a leggere

“VOLEVAMO ESSERE STATUE”, DI PASQUALE VITAGLIANO

di Giovanni Agnoloni

vitaglianoHo avuto il piacere di intervistare Pasquale Vitagliano, autore di Volevamo essere statue, romanzo edito da Eumeswil per la collana “Voices”, diretta da Francesco Forlani. Si tratta di un’opera intrisa di memoria del Novecento e di tanta parte di quel “privato” che ne è fibra imprescindibile. Un bell’affresco di un’intera epoca, che partendo dallo spunto del bicentenario (nel 1989) della Rivoluzione Francese tratteggia le storie di un ragazzo e una ragazza pugliesi e di un loro nuovo amico bosniaco: sull’onda dell’entusiasmo e di una promessa da mantenere dopo vent’anni. Un quadro storico e umano che scorre in un flusso di pensieri in cui risulta difficile distinguere la dimensione personale da quella collettiva.

– Il tuo può essere considerato un romanzo storico, con precisi riferimenti alle vicende della seconda metà del Novecento. L’idea ti è nata da una passione personale, da ricordi o da cosa?

È stata una difficile prova letteraria. Ho scritto un romanzo perché avevo delle storie da raccontare e credo che queste possano aiutarci a comprendere, attraverso vite private, come è finito il Novecento. Se non avessi avuto queste vite per le mani, non mi sarei inoltrato nella scrittura di un romanzo. Vorrei continuare a scrivere buoni versi. Continua a leggere

IL SAPORE CONCRETO DELLA POESIA. Il nuovo tempo di Pasquale Vitagliano.

martini2«Dicono alcuni che amore è un bambino e alcuni che è un uccello, /
alcuni che manda avanti il mondo e alcuni che è un’assurdità /
e quando ho domandato al mio vicino, che aveva tutta l’aria di sapere, /
sua moglie si è seccata e ha detto che non era il caso, no. /
Assomiglia a una coppia di pigiami o al salame dove non c’è da bere? /
Per l’odore può ricordare i lama o avrà un profumo consolante? /
È pungente a toccarlo, come un prugno o è lieve come morbido piumino? /
È tagliente o ben liscio lungo gli orli? /
La verità, vi prego, sull’amore»
(Wystan Hugh Auden, La verità, vi prego sull’amore)

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IL SAPORE CONCRETO DELLA POESIA. Il nuovo tempo di Pasquale Vitagliano

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di Giuseppe Panella

1. Vitagliano ci riprova

 

Il nuovo libro di Pasquale Vitagliano pro-segue, secondo una cadenza che sembra ormai consolidata di due anni in due anni, il cammino del precedente Il cibo senza nome (Faloppio (Como), Lieto Colle, 2011) e ancora prima dell’importante e felice Amnesie amniotiche, uscito per la stessa casa editrice nel 2009, con una densa Introduzione di Giovanni Nuscis.

In quel volume, arricchito dalla riproduzione di un quadro di Mark Rothko a mo’ di colophon della raccolta, la poesia di Vitagliano risultava un’immersione nel profondo del liquido amniotico della Storia in nome di una vicenda umana che si vedeva come realizzazione esistenziale di se stessa ed espressione feconda della volontà di continuare a dire, a recitarsi e a farsi conoscere come vera. Le parole sono forme espressive di un rapporto corpo a corpo con una realtà che vorrebbe, invece, sfuggire, farsi immagine, icona, pura rappresentazione estranea ed esterna.

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Pasquale VITAGLIANO – Cibo senza nome

Notte, è notte, è notte
pietra contro pietra,
foglio su foglio,
mattone dopo mattone,
ho spolpato la mia colpa
di essere – come dici tu –
perfettamente senza costrutto;
un talento inutile
riverso sul letto, un addio scordato,
secreto da una sagoma di carta
che esecra un duttile congedo
che chiama morte la più infantile
posa della vita.
Segreta è la lettura di questa vita apocrifa
che non tramanda la propria
verità palese, ma resta pensile
dentro una docile rete che pure
i denti non squarciano.

Sa di fame il morso delle mie parole.

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Il cibo senza nome, di Pasquale Vitagliano

Anche se mi parli, tu taci
il silenzio che hai dentro,
tu taci il vuoto prima del verbo,
tu taci il pugno cieco del rumore.

[Pasquale Vitagliano.]

recensione di Franz Krauspenhaar

Conosco da tempo il lavoro di Vitagliano, poeta e scrittore di Terlizzi, borgo del barese, posto che insieme ad altri posti mescola civiltà contadina e urbanizzazione e mercato, essendo Bari una città di scambi a tutto campo. In questo reticolo dove stanno umori e incidenze disparate, Vitagliano muove da sempre  le sue parole poetiche con circospetta forza drammatica. Quest’ultima raccolta, edita da Lietocolle, esprime, come nei versi citati, il silenzio duro di un tacere, l’impossibilità di farsi spiegazione di ogni cosa, l’impossibilità di una vera definizione del vivere. E la cosa a mio avviso straordinaria è che il poeta fa questo con le armi di una poesia molto fisica, a volte molto concreta, limata e allo stesso tempo piena di crepe, come nella terra contadina attaccata dal solleone, dove le immagini si stagliano e trovano fondamenta durature, invece che provare a far cantare l’inspiegabile con parole sommesse o aeree o surrealistico-visionarie, come per ricalcare il fumo inodore dell’imprendibilità metafisica. Così la poesia di Vitagliano mi appare nettamente come metafisica quasi nel senso di un De Chirico degli storici inizi, violentemente visiva ma potentemente e avvertitamente circoscritta, tendente all’esattezza, cosicché i veri amanti della poesia vera troveranno qui pane per i loro denti, grande serietà d’intenti, maturità raggiunta, segni anche materici di una letterarietà estrema ma non fuori luogo, fatta per farsi ricordare.

La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello

In tempi di oblio, di disconoscimento e di distrazione (come del resto in qualunque tempo), ricordare, bene, è un atto di responsabilità e di amore; tanto più le cose buone, che si danno sempre per scontate, compiute da chi è in vita e da chi ha ormai concluso la sua esistenza, come in questo caso. Le parole che ricordano si fanno foglie, calda coperta su l’uomo che non è più. Ricordare è un po’ trattenere la morte, sfidarla, contendere un corpo, un’anima e il suo vissuto per serbarli e trasmetterli fino alla dispersione della voce, di generazione in generazione. Qui, l’uomo che si vuole ricordare, don Tonino Bello, che molto ha fatto, detto e scritto, lo si è voluto appunto coprire con calde foglie; queste belle poesie (scritte da 21 poeti da tutta Italia ispirandosi a La carezza di Dio – Lettera a Giuseppe  -Edizioni La Meridiana, Molfetta, 1997 -, testo in cui don Tonino immagina di dialogare con Giuseppe mentre lavora nella sua bottega) sono appunto foglie cadute lente su un uomo speciale, per una coperta che scaldi la memoria ma senza “coprirlo”; un omaggio, dunque, l’amorevole ostensione d’una esistenza esemplare. gn

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L’isola e il sogno

Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno, Roma, Fazi, 2011

di Pasquale Vitagliano

Più la nave si avvicinava alla costa e di meno si coglieva l’insieme. (…) le tinte ambrate, il pallido verde, i granulosi grigi sbiaditi del risorgente mattino. Perché mai gli piaceva vegliare le ore cristalline del l’alba? (…) Nella sua vita, del resto, era riuscito a dormire così poco… E, anche dormendo, non sapeva davvero cosa fosse il riposo. (…) Alla vista dei luoghi, per Nievo scattarono netti i ricordi. L’odore denso e grumoso che inebriava l’intera città: gelsomini, aranci, mirti, cedri, oleandri. Continua a leggere

“1975” – recensione di Pasquale Vitagliano.

1975 Nonostante Pasolini, e purché Buzzanca non lo sappia, al liceale piacciono le donne, Franz Krauspenhaar, Caratterimobili, Bari, 2010

“Ci sono ragazzini segnati da un’epoca. E poi ci sono scrittori che segnano un’epoca”, si legge in copertina. Ragazzini e scrittori hanno bisogno di un luogo per segnare un’epoca. Il luogo di FK è la Milano di piombo degli anni ’70, rigata dalle lacrime degli scontri fra ragazzi di sponde politiche opposte – apparentemente divisi tra il gallismo di Buzzanca, che in quegli anni imperversava nei cult-movies di serie B, e la disperazione di Pasolini,  scandaloso ed eretico persino a sinistra – ma accomunati dalla infantile e ingorda voglia di sesso. Sesso, droga e rock’n roll. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.62: In the Soup, dentro la placenta dei versi. Pasquale Vitagliano, “Amnesie amniotiche”

In the Soup, dentro la placenta dei versi. Pasquale Vitagliano, Amnesie amniotiche, con un’ Introduzione di Giovanni Nuscis, Faloppio (CO), Lieto Colle Edizioni, 2009

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di Giuseppe Panella*


«Pop Art Pops. Rimossa la piastra poetica, / smontate le officine del secolo, / spostata sul ventre la guardia, / cos’altro resta da dire? // Rimetto tra le cose la parola, / metto a bagno i versi, / e premo sull’uscio del giorno, / perché sia giorno benedire. // Rivolgimi un nuovo saluto, / soltanto la vita è scampata, / adesso che Soup non è che soup, / per una pietà umana / nient’altro che parola, / senza più umanità» (p. 73).

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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. #9 PASQUALE VITAGLIANO

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Se ti riferisci alla professione, non sono  uno scrittore. Per vivere faccio altro. La scrittura non mi dà da vivere. La scrittura mi fa vivere. Senza civetteria, permettimi di citare La lettera ad un giovane poeta di Rilke. No, non posso vivere senza la scrittura, quella mia e quella degli altri. Principalmente quella degli altri. Solo chi legge può scrivere veramente. Ed io, come Borges, sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

Per gli amori è facile: Kafka e Stendhal; Conrad e Melville; Sciascia e Pasolini. Per la poesia: Giovanni Giudici e Bartolo Cattafi.

Per gli odi è più difficile. L’odio è un sentimento troppo impegnativo. Direi che non mi piacciono i grandi professionisti che si danno alla letteratura, i medici, i giudici, gli avvocati, gli artisti, gli sportivi. In genere, scrivono best-sellers, vincono premi importanti e qualcuno diventa pure deputato. Mi domando dove trovino il tempo per scrivere e soprattutto per leggere. Mi piace coltivare il mito comodo dell’artista che nella vita privata è un “ inetto”. Viceversa non vorrei affatto essere giudicato da Dostoevskij o curato da Edgar Allan Poe. Continua a leggere

Pompei (ovvero l’altra faccia della fine) di Pasquale VITAGLIANO

“Devo decidermi entro oggi. Questo è il programma della giornata.” E pose il libro sul comodino affianco al suo letto, dopo aver lasciato traccia con un segnalibro. Praga misteriosa. Lo aveva comprato nel suo ultimo viaggio all’estero. Le torri, le guglie, l’orologio astronomico. Lo avevano colpito le statue. Né classiche e nemmeno stilizzate, né tanto meno informi. Teatrali, piuttosto. Anzi, allegoriche. Erano familiari. Da presepe napoletano, che contrastava con lo stile gotico dominante. Si sentiva in entrambi i casi lo sforzo di raccontare la realtà. A proprio modo, ovviamente. Deformandola. Continua a leggere

“Amnesie amniotiche” di Pasquale VITAGLIANO

amnesieamniotiche

Città III

Ostie disadorne
o tavoli duri
e ripide pance
verdastre.

Non è più mitica
la miseria lucana,
da quando non sventolano
più le bandiere.

Formattati
da rupestri infohouse,
più forte e più antica
è la durezza della pelle,
l’afrore delle parole
e la deformità degli arti.

Per vincere
le salse montagne
rinnegheremo tre volte. Continua a leggere

“Un dolore senza fissa dimora” di Adriana LIBRETTI. Recensione di Pasquale Vitagliano

Adriana Libretti, Un dolore senza fissa dimora, Atì Editore, Milano, euro 15,00

Ci sono persone che mettono le cose a posto, anche senza volerlo. Nella propria vita e in quella degli altri. Senza fare grandi cose, in modo talvolta neppure percettibile in apparenza. Angela Fiori è una di queste. Lo è così tanto da trasformare un terribile e rimosso amore molesto nella struggente storia di un padre perduto e ritrovato. Riscoperto, malgrado un dolore segreto e indicibile. Un dolore nato senza fissa dimora, che però Angela riporta a casa, dove placarlo nell’abbraccio caldo di uno strappo esistenziale ricucito, di una vita pacificata. Continua a leggere