La mela dolceavvelenata della poesia nelle mille voci di Federica Fracassi

Metti una donna al centro della scena. Mettila seduta su una carrozzella. Metti che la scena sia semibuia e che la donna sia in declino evidente. Lo spettatore entra e si suppone che pensi “Speriamo che finisca presto”. Lo spettacolo, crede di intendere. Ma forse no. Forse noi siamo messi nella condizione esatta dei visitatori della corsia degli incurabili. E da subito abbiamo da provare il disagio e l’imbarazzo del quale dirà più avanti Federica Fracassi dicendo le parole di Patrizia Valduga. Metti che presto quel corpo pur rimanendo immobile cominci a slittare attraverso tutti i possibili stati dell’anima e della voce. Metti che noi capiamo che gli incurabili sono creature vive, che hanno ancora confidenza con noi, che hanno diritto a questa confidenza e non allo stato laterale nel quale vengono forzati. Metti che adesso ci vergogniamo. Il monologo ha già fatto il suo effetto morale. Metti che il testo tiri e sbalzi il corpo di una aderentissima Federica Fracassi dalla franca invettiva alla sanguinante levità dei mistici fino nella infinita negritudine degli astri, ai grovigli di stelle, fino alla parodia religiosa, rimanendo continua solamente la struggente dichiarazione d’amore per la lingua italiana e per la poesia, la fiducia (che vuole essere) cieca nella parola – sebbene Valduga se la prenda pure con Orfeo che, voltandosi, ha scelto di tenere intatta la sua ispirazione, certamente nutrita dalla disperazione della perdita di Euridice, anziché conservarsi la sua bella Euridice fragrante in sé. Metti che suoni e luci della regia dell’ottimo Walter Malosti abbiano l’intelligenza di accompagnare impeccabilmente ogni piccolo scarto emotivo e di suggerire aperture che non appaiono. Continua a leggere