Quella cosa

È difficile credere all’amore di Cristo? Eppure ha fatto e fa quanto nemmeno riusciamo a immaginare. Forse dovremmo provare a stilare un elenco, una lista degli atti d’amore che ha compiuto e compie per noi. Ma sarebbero infiniti. L’unica è riconoscere la nostra impotenza, radicale e incorreggibile, dovuta a quella cosa che chiamiamo peccato.

Scarti


Con Gesù, anche il peccato serve. A Gabrielle Bossis, Egli consiglia di mettersi davanti al suo Volto e stendere l’anima come un tessuto, ricordando i fallimenti passati e presenti. Ne nasce una preghiera senza parole, fatta di umiltà. Così anche gli scarti ci avvicinano a Dio, sotto forma di amore di contrizione e di riparazione. Tutto può condurre all’amore, e il Cristo ci è già venuto incontro per più di metà del cammino necessario.

Macchie


Il peccato è una macchia volontaria. Se, mangiando l’insalata, uno schizzo d’olio o d’aceto colpisce la camicia, pazienza; ma se m’imbratto apposta, è un gesto di disprezzo verso il bello, il candido, il puro. Custodiamo l’immagine di Dio che siamo, nonostante tutto.

La fabbrica dei sogni


Il segreto è Cristo, la sua doppia natura. Qualunque cosa entri in contatto con quest’Uomo, penetra nell’orbita della divinità. La sorte del peccato è segnata dall’impatto ustionante con la gloria di Dio: avvicinarsi a Gesù, unirsi a Lui, significa accedere all’intimità divina, contare su Colui che ha preso su di sé il peggio di ogni cosa per renderci il meglio, come una fabbrica di sogni. Il Figlio dell’artigiano produce ancora oggi i suoi capolavori.

Felix culpa


Ho peccato, ho molto peccato. Non me ne vanto, anzi, ne sono pentito, amaramente. Eppure, se non avessi peccato, forse sarei uno scemo che giudica la gente, incapace di capirla. Uno di quelli che ti squadrano dall’alto, col sorriso vincente di chi si crede giusto; che parlano di Dio senza averlo incontrato, che si tengono stretti il titolo raggiunto, a costo di chissà quali compromessi, chissà quali silenzi; prigionieri di una gabbia che vieta loro di stringerti le mani, di abbracciarti, di comprendere quello che un giorno scrisse Agostino, mio fratello: felice colpa, che meritò un così grande Redentore.