Pensarsi

Gesù ci aspetta: sta nel tabernacolo, solo e orante, e attende il nostro arrivo. Se capissimo questo! Non potremmo resistere un istante senza pronunciarne  il Nome, senza pensare a una sua qualità, senza, insomma, renderlo presente. Noi pensiamo a Lui, Lui pensa a noi: questa è la Vita.

Pensiero positivo?


Casa c’è di più bello dell’unità dei cuori? Con Gesù è così. E Lui pensa a noi, povere creature bisognose d’aiuto. Il pensiero positivo ci fa un baffo: uniti al Cristo è impossibile non pensare bene. Vive perché noi siamo felici, sicuri, riempiti di una Vita senza fine.

L’Addolorato


Cos’è importante per noi? Per saperlo, basta trovare qualcosa a cui è impossibile che non pensiamo durante la giornata: la cosa o la persona che amiamo di più, radicata nel cuore, inamovibile. È un test importante, per conoscerci. Per i credenti, questa persona è Cristo. Se lo amano davvero, e si accorgono di averlo trascurato, si addolorano. Lui, poi, si addolora anche di più.

Il pensiero di Cristo


Facciamo mille cose, siamo tanto impegnati, tutti presi dalle molte faccende, come Marta. Non che non sia importante, qualcosa varrà, ne siamo certi. Ma un dubbio permane: dov’è Dio?
Mi ha sempre colpito un passo di san Paolo: noi abbiamo il pensiero di Cristo. Per pensare bisogna fermarsi; fermandomi incontro me stesso; se intravedo la mia verità, vedo anche Gesù, e comincio a pensare come Lui.

Il peggio


Dal cuore alle labbra il viaggio è breve. Pensiamo di avere tempo e modo per deviare, rimandare, occultare, ma se un pensiero si fa strada nell’anima, e gli diamo il benestare, diventerà parola. A volte non basta una vita per capirlo. Dobbiamo fare uno sforzo per divenire consapevoli di un meccanismo inevitabile: se non applico quella che il Vangelo definisce vigilanza, finirò per estrarre, da dentro, il peggio di me stesso.

Il male? È un nano miope, codardo e narcisista

Letti&Riletti

A cura di Paolo Pegoraro

 


Pär Lagerkvist è un nome ingiustamente trascurato. Poeta, drammaturgo e romanziere, Premio Nobel del 1951, dalla sua opera più nota – Barabba – fu tratto un kolossal con Anthony Quinn, Vittorio Gassman e Silvana Mangano. Ma il trionfalismo hollywoodiano è quanto di più distante si possa immaginare dalla stringata scrittura di Lagerkvist; e si racconta che alla prima proiezione lo scrittore si mise a ridere, mentre la moglie si addormentò.

Pur dichiarandosi non credente, tutta la sua opera è permeata da una spasmodica tensione verso quell’infinito che altrettanto fermamente nega. Avverso a ogni scetticismo di comodo, Lagerkvist si lasciò interrogare intimamente dall’enigma di un male che cova anche all’interno delle civiltà più sviluppate. Di ritorno da un viaggio alle sorgenti della civiltà europea – la Palestina e la Grecia – lo scrittore svedese rimase esterrefatto nell’attraversare un’Europa dominata dagli slogan nazionalistici. Fu il seme dal quale concepì – nel 1944 – il suo capolavoro: Il nano (Iperborea, pp. 208, € 11,50). Il romanzo racconta la vita di una corte rinascimentale immaginaria vista attraverso gli occhi del nano di corte, anonimo e fedelissimo servitore del principe Leone. Conosceremo ogni personaggio e ogni vicenda attraverso il suo sguardo incredibilmente acuto, capace di svelare ogni malefatta e di portare alla luce ogni fantasia malevola, eppure totalmente incapace di riconoscere il bene. Il nano può vedere distintamente perfino di notte, contare anche i singoli fili d’erba, eppure non riesce a scorgere le stelle. È sì un genio, ma un genio del disprezzo e dell’odio. Continua a leggere

Nuove armi

di Domenico Lombardini

Gli effetti immediati di una guerra, a prescindere dall’oggettività delle fonti giornalistiche in loco e dalla reale possibilità che queste hanno di riferire sugli eventi bellici, sono spesso riportati in termini ponderali, quindi misurabili: numero di morti e di feriti, danni agli edifici e alle infrastrutture, ecc. Un simile approccio è ben più problematico, invece, quando gli effetti sotto studio sono quelli a lungo termine sulla salute dei sopravvissuti. Questo è in gran parte dovuto alla difficoltà intrinseca di studi condotti sul posto, che sono invìsi alle forze occupanti, e alla natura stessa di questi studi, i quali necessitano di lunghi periodi di follow-up, un numero elevato di campioni, personale altamente specializzato per la raccolta dei dati ecc. Un gruppo di ricercatori italiani ed esteri ha appena pubblicato su una rivista scientifica internazionale i risultati di una ricerca, del tutto inedita come approccio e sui generis, sugli effetti delle nuove armi usate dall’esercito israeliano a Gaza nelle operazioni militari del 2006 e 2009, e i dati che ne derivano sono allarmanti. Continua a leggere

Le nostre vite di fronte all’ autentico

di Vito Mancuso

 

 

Anticipiamo una parte del libro di Vito Mancuso, La vita Autentica, Raffaello Cortina Editore, in uscita in questi giorni.

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Che cos’ è il mondo, e che cosa sono gli altri, per ognuno di noi? Il mondo è uno scenario dove l’ Io, già costituito, si esibisce cercando la più ampia affermazione possibile, oppure è costitutivo dell’ Io il quale viene all’ esistenza solo come il risultato di una serie di relazioni? Si tratta di stabilire che ruolo giochi il mondo per l’ Io, per poi capire come l’ Io si debba comportare verso il mondo e verso gli altri che ne fanno parte. La mia tesi è che la relazione col mondo è costitutiva per l’ Io, il quale esiste in quanto frutto delle sue relazioni. Ovvero: Io = relazione .Dalla nostra stessa natura emerge che il modo più adeguato di vivere è quello a favore dei cosiddetti valori, ovvero di quegli stili di vita che incrementano l’ armonia e l’ ordine delle relazioni, e non il modo contrario del conflitto e del disordine. A sostegno della mia tesi presento i seguenti argomenti: – la struttura dell’ essere; – la struttura dell’ Io; – la struttura della convivenza sociale. a) La fisica insegna che l’ essere è energia. Non c’ è nulla di statico, di consistente in sé e per sé, non ci sono sostanze prime, ci sono solo aggregati, insondabili nella loro natura peculiare perché si ignora se le particelle subatomiche siano in sé corpuscoli oppure onde. Continua a leggere

Lo Sbattezzo

au contraire

di Franz Krauspenhaar

Il 25 ottobre 2009 l’UAAR organizzerà la seconda giornata nazionale dello sbattezzo. Il 25 ottobre 2008 furono ben 1.032 cittadini che inviarono la propria richiesta al parroco: un evento di cui hanno dato notizia diversi mezzi di informazione, anche all’estero. Se nel 2009 il loro numero
aumenterà, il messaggio che sarà inviato sarà ancora più significativo. – Da “Nazione Indiana”] Continua a leggere

Rendere simili le chiese a Gesù e non Gesù alle chiese

di Mauro Pesce

C’è oggi una teologia cattolica italiana che finisce per

ostacolare l’accesso diretto di tutti alla figura storica

di Gesù.

E’ la teologia che dice che dovremmo

leggere i vangeli interpretandoli alla luce di una

certa teologia cattolica di oggi.

Ma è esattamente il contrario di quello che

dovremmo fare:

modificare la teologia in base a

quello che Gesù ha fatto e detto;

non: modificare

l’immagine di Gesù per renderla simile alla teologia di oggi.

La coscienza e il male. La responsabilità della confessione

di Vito Mancuso

Credente o non credente, non c’ è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché. Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un’ arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio. La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un’ importanza essenziale all’ arte del perdono tanto da elevarla a “sacramento”, cioè a segno concreto in cui incontrare l’ azione divina. Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell’ età patristica, la penitenza tariffaria nell’ alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio. Questa terza forma, canonizzata dal concilio di Trento nel 1551, continua a vivere ai nostri giorni, anche se non sempre gode di buona salute, come ha mostrato anche l’ articolo di Sandro Veronesi (uscito su Repubblica il 3 settembre). Continua a leggere

Etica e nichilismo – Se la Chiesa rivendica l’autorità

di Nadia Urbinati

Alla base dell’ identificazione tra nazismo e nichilismo riproposta recentemente dal Pontefice ci sta, ci suggeriva perspicacemente Adriano Sofri, la difficile relazione del cristianesimo cattolico con la modernità. Il Papa ha scelto una strategia retorica efficace chiamando “nichilismo” la modernità perversa, quella che rifiuta la trascendenza e pensa che il mondo morale sia in grado di reggersi solo sulla ragione e quello sociale solo sul consenso. L’ idea (non nuova) è che ci siano due modernità: una radicale, rappresentata dall’ illuminismo e gestatrice del male estremo che ha segnato la storia occidentale – il nazismo, l’ olocausto; l’ altra moderata, sintetizzata da Vito Mancuso come primato dello spirituale sul materiale, contenimento della ragione. Prima ancora che il nichilismo, un termine che ha funzione polemica più che analitica, il tema centrale é il fondamento dell’ autorità, e quindi l’ interpretazione dell’ umanesimo e della modernità. Continua a leggere

Le ragioni di Benedetto XVI su ateismo e nichilismo

di Vito Mancuso

Martedì Adriano Sofri ha esordito dicendo che avrebbe voluto provarea descrivere “lo sconcerto” col quale ha letto le parole di Benedetto XVI domenica nell’ Angelus, in particolare “il sobbalzo” provato nel vedere “la naturalezza e quasi la distrazione con la quale il Papa ha accostato nazismo e nichilismo”. Sofri è riuscito perfettamente nel suo intento perché chiunque abbia letto il suo articolo ne è uscito con la convinzione che il Papa ha sbagliato nell’ equiparare nazismo, nichilismo contemporaneo e umanesimo ateo. È veramente così? Si tratta di una conclusione azzardata, infondata, magari persino nociva per la convivenza sociale? La questione si può affrontare dal punto di vista storiografico oppure dal punto di vista filosofico-esistenziale. Lasciando a Benedetto XVI la responsabilità storiografica dell’ equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo, io affronterò l’ equiparazione tra umanesimo ateo e nichilismo, specificando dapprima che cosa intendo per nichilismo. Continua a leggere

La vita ingiusta e la libertà degli uomini

di Vito Mancuso

La replica di monsignor Sgreccia al presidente della Camera che aveva auspicato leggi «non orientate da precetti religiosi» è stata chiara e immediata: «La Chiesa non tacerà sui temi di bioetica che riguardano i diritti umani, i dettami costituzionali, la stessa razionalità umana e il bene comune». Belle parole, così belle che possono essere fatte proprie da chiunque: infatti quale istituzione o persona responsabile intenderebbe tacere sui diritti umani, i dettami costituzionali, la razionalità umana e il bene comune? Il problema consiste piuttosto nel riempire di contenuti concreti quegli altissimi concetti e qui ovviamente sorgono subito le divisioni. Continua a leggere

Il parere di uno sconosciuto di nome Gesù

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di Erri De Luca

Che ci faceva seduto per terra a tracciare lettere ebraiche sulla polvere di Gerusalemme? Si trovava sul percorso che dal tribunale andava verso il luogo dell’esecuzione. Per le lapidazioni si usava una fossa larga in cui stava la persona condannata. Dal bordo superiore la folla in cerchio scagliava pietre in basso. Un corteo passava portando una donna condannata per adulterio. Uno sconosciuto, un galileo, sta accovacciato in terra, scrive sulla polvere. Il corteo si ferma presso di lui, per chiedergli un parere. Strana legge quella che a sentenza di morte emessa e in via di esecuzione, chiede a un passante un ultimo parere. Un’ultima parola poteva avere grado di giudizio, ribadire, sospendere, annullare una sentenza. Da noi si litiga per la poca certezza della pena: lì e allora la più grave sentenza di un’aula di tribunale si poteva annullare per strada. Quella legge prevedeva la condanna a morte ma sperava fino all’ultimo di non doverla applicare. Continua a leggere

Questa crisi

di Domenico Lombardini

È come se quella che era stata in principio una fenditura o una piccola lacuna ci avesse infine svelato le quinte e il palco, squarciando: il proscenio sfondato, i posti a sedere divelti con violenza, le maschere sparse a terra; solo silenzio; il Re è nudo! I demiurghi dell’economia previdero male, e come potremmo credere ora alle loro analisi, alle loro previsioni?
Infondo, i pochi decenni di agiatezza per tutti, in Occidente, percepiti come ineluttabile prodotto di uno sviluppo economico senza fine, sono stati una parentesi alla normale precarietà dell’esistenza, alla violenta e naturale esposizione dell’umano. Ora, però, il sentire comune spinge alla paura; e la paura crea gregarismo, non solidarietà. Continua a leggere

Miserere asfalto (afasie dell’attitudine): 452-552

di Marina Pizzi

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452.

la spiga sta sotto l’erta del sale del mare, il salato la brucia lentamente. nei viali malinconici intorno alla stazione si festeggia la giara con l’olio siciliano. in un pezzullo di unghia tutta la paura di entrare dal medico. ho freddo al collo ma la sciarpa l’ho perduta cercando i guanti. otto ore al dì di postazione informatica dal lunedì al venerdì.

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Deriva italiana

di Alberto Asor Rosa

In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov’è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco.
Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L’unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.
Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Continua a leggere

Cattolici, pensiamo a un concilio Vaticano III

di Vito Mancuso

Sono passati cinquant’anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul significato di quell’evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la Costituzione del 1947. Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al Paese sia perlopiù rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti desiderano). Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu e in risentiti critici del presente (pericolo più che concreto), a mio avviso è necessario iniziare a coltivare nella mente l’idea di un Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c’è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e della vita umana in essa. Continua a leggere

Lévi-Strauss, non è un culto però è grande

di Tonino Bucci

Il 28 novembre Claude Lévi-Strauss compie cento anni. La patina del tempo si è posata sui suoi libri, diventati via via veri e propri classici. Tristi tropici, Le strutture elementari della parentela , Il pensiero selvaggio , solo per ricordare qualche titolo, hanno fatto epoca. Lévi-Strauss ha annunciato un nuovo modo di fare antropologia, l’ha resa a pieno titolo una scienza, l’ha adeguata al proprio antisoggettivismo. Soprattutto ha aperto la strada al metodo dello strutturalismo – ripreso dalla linguistica saussuriana – diventando l’iniziatore di una tendenza che avrebbe sedotto tutta la cultura francese. Grande scienziato, narratore suggestivo, certo. L’hanno celebrato, osannato, citato in tutte le salse. Nessuno potrà mai contestarne la grandezza intellettuale. Però è lecito anche chiedersi dove corra la sottile linea di confine tra i meriti teorici di Lévi-Strauss, il soffio favorevole delle mode di cui ha goduto e la capacità di cogliere un momento culturalmente propizio. Giriamo la domanda a uno dei più noti antropologi italiani, Luigi Maria Lombardi Satriani, docente di Etnologia all’università La Sapienza di Roma. Il suo prossimo libro sui classici dell’antropologia uscirà a breve col titolo Per una storia degli sguardi da vicino e da lontano . Continua a leggere