Il destino di EVERYMAN

di Massimo Maugeri

Il 2018 è stato segnato – tra le altre cose – dalla morte di Philip Roth, uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo. Il 22 maggio se n’è andato anche lui, seguendo il destino ineludibile di “Everyman”… per dirla con il titolo di uno dei suoi libri più recenti (pubblicato da Einaudi, tradotto da Vincenzo Mantovani) e su cui vale la pena soffermarsi proprio perché incentrato sul tema della morte. Continua a leggere

E io sono una di esse

E’ morto Philip Roth, un autore che ho imparato ad amare colpevolmente in ritardo, a trent’anni suonati, quando ho deciso, quasi per caso e con poca convinzione, di cominciare a leggere Pastorale americana. Da quel momento in poi, a Roth ho invidiato soprattutto la capacità di spingere il racconto oltre la storia narrata, per rendere l’America qualcosa di diverso dal luogo in cui tutti speravamo di risvegliarci – rivelando in maniera forse unica l’ossimoro per eccellenza dell’american dream – senza però farci mai smettere di continuare a sognarla.
La maniera migliore per celebrarlo mi pare sia quella di lasciar parlare la sua voce attraverso uno dei suoi incipit più famosi, che poi, e qui sta ancora una volta la grandezza del suo scrivere, non ho mai potuto fare a meno di considerare anche uno splendido esempio di finale.

«Cominciò stranamente. Ma poteva forse esserci un altro inizio? Si dice che tutte le cose sotto il sole cominciano “stranamente” e finiscono “stranamente” e sono strane; una rosa perfetta è “strana”, proprio come una rosa imperfetta, e come la rosa di normalissimo colore e gradevolezza che cresce nel giardino del vicino. Conosco quella prospettiva da cui ogni cosa appare terrificante e misteriosa. Rifletti sull’eternità, considera, se ne sei capace, l’oblio, e tutto diventa un portento. Eppure in assoluta umiltà io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse».

(Il seno, titolo originale The Breast 1972)

La grande paura americana

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Il timore di vivere sotto una sorta d’insidiosa, nascosta, feroce dittatura, soprattutto di destra, soprattutto di matrice nazi-fascista, attraversa in maniera discontinua la storia della letteratura americana della seconda metà del secolo scorso.
In un racconto poco conosciuto di BukowskiSvastica, parte dell’edizione americana di Storie di ordinaria follia ma mai inserito nelle corrispondenti edizioni italiane, il controverso autore americano narra di Adolf Hitler, mai morto e segretamente trasferitosi negli Stati Uniti, che riesce a sostituirsi al Presidente in carica e a prendere possesso dello Studio Ovale. Distopia lontana dai temi bukowskiani, e di conseguenza oggetto a fasi alterne di critiche feroci o di entusiastiche difese, Svastica trae ispirazione da una delle grandi ossessioni del secolo scorso: ovvero il mancato ritrovamento del cadavere del Führer e la paura mai sopita di un suo ritorno, in prima persona o sotto mentite spoglie, sul palcoscenico della Storia.
Circa trent’anni dopo l’uscita di Svastica, Philip Roth pubblicherà invece Continua a leggere

Per un catalogo di gesti

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Pubblicato per la prima volta qui: https://giacomoverri.wordpress.com/2016/02/16/per-un-catalogo-di-gesti/

A volte è sufficiente un gesto a far grande una pagina di narrativa.
Si tratta perlopiù di immagini semplici ma incisive, un modo di atteggiare le mani o una postura, una mossa, un tic, un’andatura. Basta poco, una manciata di parole, per rendere incancellabile una figura, il profilo di un personaggio.
Abbiamo allora a che fare con apparizioni che non si cancelleranno mai dalla nostra mente e ci ricorderanno per anni il personaggio di un romanzo, donne e uomini colti in una splendida e croccante unicità di tratti. Continua a leggere

GLI OTTANT’ANNI E LA SCRITTURA: Philip Roth depone la penna, Wilbur Smith non demorde

roth-smithdi Massimo Maugeri

Philip Roth è uno dei miei massimi punti di riferimento letterari. I suoi libri (in Italia li pubblica Einaudi) hanno contribuito a rendere grande la letteratura mondiale degli ultimi decenni: da «Pastorale americana» a «Il complotto contro l’America» (giusto per citarne un paio) … fino ad arrivare a «Everyman» (quest’ultimo, a mio avviso, è uno dei più importanti romanzi del nuovo millennio).
Come molti degli appassionati di Roth, sono rimasto colpito nell’apprendere (sul finire dell’anno scorso) la notizia della sua decisione di rinunciare a scrivere. Niente più romanzi firmati dall’ideatore del personaggio Nathan Zuckerman (alter ego dell’autore). Certo, tra qualche giorno (il 19 marzo) Roth compirà ottant’anni. E a una certa età, com’è normale che sia, la stanchezza prende il sopravvento.
Lo stesso Papa Ratzinger, nei giorni scorsi, ci ha sorpreso annunciando pubblicamente la volontà di lasciare il suo ministero petrino. Per portare avanti certe attività – come quella richiesta dal ruolo di Papa – bisogna avere a disposizione energia fisica, mentale e dell’anima. Quando tale energia viene meno, è meglio farsi da parte. Sebbene a malincuore. Quella di Roth, però, più che una stanchezza fisica e mentale è una stanchezza creativa. Continua a leggere

IL FANTASMA ESCE DI SCENA di Philip Roth

Nathan Zuckermann, personaggio letterario e alter ego di Philip Roth, ritorna sulle pagine del nuovo romanzo del celebre scrittore americano: “Il fantasma esce di scena” (Einaudi, pagg. 230, € 19, traduzione di Vincenzo Mantovani), pubblicato lo scorso anno negli Usa con il titolo di “Exit ghost”.
Un ritorno in scena per… uscire di scena. Sì, perché a quanto pare questo libro dovrebbe segnare “l’addio” del buon vecchio Zuck.
Il personaggio Zuckermann appare per la prima volta nel 1974 in “My life as a man”, dove svolge il ruolo di alter ego letterario dello scrittore Peter Tarnpool (a sua volta alter ego di Roth). La sua prima comparsa da protagonista, datata 1979, avviene nel romanzo “Lo scrittore fantasma”: qui il giovane Zuckerman rende visita al suo idolo E. I. Lonoff, affermato autore “auto-reclusosi” in una baita.
Zuckerman ritorna da protagonista in altri romanzi, tra cui “Pastorale americana” (1997) – il capolavoro di Roth – fino a “La macchia umana” (2000), romanzo da cui – nel 2003 – è tratto un film omonimo diretto da Robert Benton, con Antony Hopkins e Nicole Kidman (la parte di Zuckermann viene interpretata da Gary Sinise).
A livello di curiosità segnaliamo che Zuckerman appare anche in “La terra sotto i suoi piedi”, romanzo di Salman Rushdie ambientato in un mondo popolato da alter-ego letterari. Continua a leggere